×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Surf’n turf, New York, 1979. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Hotel bar, New York, 1973. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Double cross, New York, 1983. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Pin-up, Cannes, 1967. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Loose change, New York, 1979. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Every inch a lady, New York, 1972. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Speakers’ corner, Londra, 1969. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
West side highway, New York, 1968. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Smother love, 1969. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)
Wheel of small fortune, New York, 1969. (Jill Freedman, Galleria Steven Kasher)

Nelle strade di Jill Freedman

La galleria Steven Kasher di New York rende omaggio “a una delle fotografe più ignorate della sua generazione”: Jill Freedman, definita così dal critico d’arte A. D. Coleman.

Freedman nasce a Pittsburgh nel 1939. A sette anni trova in soffitta dei vecchi numeri della rivista Life: non ha mai visto nulla del genere, è sconvolta ed emozionata, ma i genitori bruciano tutte le copie per non turbarla.

Tuttavia questo gesto non serve a molto perché la bambina non dimentica. Dopo gli studi in sociologia e antropologia, Freedman arriva a New York, precisamente nel Greenwich village, nel 1964. Viaggia molto, soprattutto in Europa, e sopravvive cantando nei nightclub, ma sente di non avere ancora capito cosa vuole essere e diventare.

Un giorno prende in prestito una macchina fotografica, legge le istruzioni, scende in strada e scatta un paio di rullini: “È stato come se avessi scattato foto per tutta la vita, ma senza una macchina. E così mi sono detta: ‘Bene, sono una fotografa’. È stato un sollievo”.

Freedman, senza studi specifici alle spalle, ha seguito solo le lezioni di maestri che prima di lei si sono cimentati nella street photography: André Kertész, W. Eugene Smith, Dorothea Lange e Henri Cartier-Bresson. Dagli anni sessanta agli anni ottanta, il suo soggetto preferito è stato la città di New York, un luogo in cui si è immersa come se fosse casa sua.

Riuscendo a non farsi notare, ha raccontato le persone che vivono nelle strade e a cui nessuno fa caso. I senzatetto, i mendicanti, i poliziotti e i pompieri, il teatro della strada, che Freedman ha immortalato con un occhio reso speciale dall’insieme di emozioni contrastanti che prova mentre lavora: amore, rabbia, dolore e divertimento.

In quarant’anni di carriera ha lavorato raramente su commissione, preferendo i progetti personali a lungo termine che spesso diventano libri. Per il suo modo di raccontare la vita ai margini e la metropoli notturna, Freedman è spesso accostata a Weegee.

La mostra nella galleria Steven Kasher resterà aperta fino al 24 ottobre 2015.

pubblicità