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Japan a photo theater, 1968. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Shinjuku, 2002. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Stray dog, Misawa, 1971. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Provoke, 1969. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Japan a photo theater, 1968. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Farewell photography, 1968. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Farewell photography, 1968. (Daidō Moriyama Photo Foundation, Akio Nagasawa Gallery)
Chindon street musician, 1961. (Shōmei Tōmatsu, Interface)
Protest, 1969. (Shōmei Tōmatsu, Interface)
Blood & roses, 1969. (Shōmei Tōmatsu, Interface)

A Tokyo con Daidō Moriyama e Shōmei Tōmatsu

Mentre il Giappone, dopo più di due anni di chiusura, si prepara a una timida e graduale riapertura delle frontiere per un numero limitato di turisti a partire da giugno, chi è a Roma, o ha occasione di passarci, può consolarsi andando a visitare una mostra che, grazie tanto al materiale esposto quanto all’allestimento, offre l’illusione di perdersi per i vicoli di Tokyo.

Daidō Moriyama e Shōmei Tōmatsu, due maestri della fotografia giapponese del dopoguerra, nei decenni hanno ritratto la città, a volte in modo ossessivo, senza offrire mai inquadrature panoramiche ma stringendo lo sguardo sui particolari apparentemente insignificanti della vita a cui Tokyo fa da sfondo e insieme ne è protagonista. I curatori di Tokyo revisited, al Maxxi fino al 16 ottobre, hanno raccolto centinaia di quei tasselli per costruire un ritratto della capitale da attraversare come un percorso esperienziale, corredato dai suoni della metropoli e da scenografie che riproducono in scala reale scorci di città.

Moriyama, l’unico dei due ancora in vita (Tōmatsu è morto nel 2012), cominciò a vagare per strade e vicoli di Tokyo con una macchina fotografica compatta quasi cinquant’anni fa, e non ha mai smesso. Oggi, a 84 anni, scatta ancora aggirandosi come un cane randagio (la definizione è sua) cercando di afferrare l’anima della città nei particolari in cui s’imbatte per caso: nei passi incerti delle ragazze in bilico su zeppe esagerate, negli sguardi sfuggenti dei passeggeri in attesa della metro sulla banchina, negli occhi strizzati di una passante che si accorge dell’obiettivo. Intorno, Tokyo.

Sguardi diversi
Poche città sono riconoscibili da un singolo frammento di sfondo quanto lo è Tokyo. C’è quasi sempre un’insegna, una scritta, un particolare di un edificio o dell’asfalto che risultano subito familiari a chi la conosce. E Moriyama, nato a Osaka ma arrivato nella capitale nei primi anni sessanta, per sua stessa ammissione ne è ossessionato. Per una zona in particolare il fotografo continua a provare attrazione e repulsione: Shinjuku, il quartiere simbolo della decadenza.

È in questa sezione della mostra che emerge davvero la differenza di sguardo dei due fotografi. Tōmatsu, particolarmente attento alle questioni sociali (si pensi alla serie sui sopravvissuti di Nagasaki o a quella sulla presenza ingombrante delle basi statunitensi nell’arcipelago), ritrae Shinjuku alla fine degli anni sessanta come teatro degli scontri tra la polizia e il movimento contro l’appoggio del Giappone alla guerra statunitense in Vietnam; Moriyama, nato come fotografo urbano e rimasto sempre fedele alle sue origini, ne esalta il carattere squallido ma terribilmente attraente. Diversi ma complementari, come maestro e allievo. “Per me, come fotografo”, ha scritto Moriyama qualche hanno fa, “tutto è cominciato con Shōmei Tōmatsu”.

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