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Un anno da otaku

Mia figlia di tredici anni ha sviluppato un’ossessione per i cartoni animati e i fumetti giapponesi. Non parla d’altro. Sono preoccupata perché questo la distrae da tutto. Dovrei vietarli o aspettare che le passi? –Cristiana

Quando avevo quattordici anni ho passato un anno da otaku. Questa parola giapponese indica gli appassionati/ossessionati di manga e anime, cioè i fumetti e cartoni giapponesi. Per me era un rito del sabato che aspettavo tutta la settimana: la mia amica Francesca – otaku anche lei – veniva a prendermi in motorino alle 15.30 e poi passavamo il pomeriggio a chiacchierare di manga con altri appassionati davanti al Marchio giallo – all’epoca il negozio di fumetti più fornito di Roma. Io attraversavo un periodo complicato e nella comunità di otaku avevo trovato una dimensione parallela per sfuggire ai problemi reali. Fantasticare di personaggi immaginari mi faceva sentire leggero e al sicuro. Dopo un anno però è scattato qualcosa e ne sono uscito bruscamente. Mi sentivo più risolto e ho smesso di andare al Marchio giallo senza dire una parola ai miei amici, compresa Francesca. È probabile che anche tua figlia cerchi nel fumetto una via di fuga dalla realtà, solo che gli otaku di oggi trovano tutto su internet e quindi non hanno nessuna spinta a socializzare, cosa che rende la loro passione più problematica. Vietarle manga e anime però non servirebbe, anche perché ti distoglierebbe dal vero obiettivo: capire il motivo per cui tua figlia cerca una via
di fuga.

daddy@internazionale.it

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