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Wikileaks pubblica alcuni documenti riservati sulla missione militare europea nel Mediterraneo

L’organizzazione di Julian Assange, Wikileaks, è entrata in possesso di alcuni documenti riservati, siglati dai ministri della difesa dei 28 paesi dell’Unione europea e approvati il 18 maggio 2015.

In uno dei documenti si afferma che il piano dell’Unione europea per contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo ammette la possibilità dell’uso della forza militare “all’interno della zona di sovranità libica”. “La minaccia posta alla missione deve essere riconosciuta, soprattutto durante attività quali l’imbarco, durante operazioni su terra o in prossimità di zone costiere non sicure o durante interazioni con imbarcazioni che non dovrebbero prendere il mare. Così come deve essere tenuta in considerazione la potenziale presenza di forze ostili, estremisti o terroristi quali quelli dello Stato islamico, e la minaccia posta dalla sola gestione di grandi numeri di migranti”.

Per l’uso della forza sono quindi necessarie, si legge ancora nel documento, “regole di ingaggio robuste e riconosciute, in particolare per il sequestro di imbarcazioni in caso di opposizione, per la neutralizzazione delle navi e dei beni dei trafficanti, per situazioni specifiche quali il soccorso di ostaggi e la detenzione temporanea di quanti rappresentano una minaccia alla missione o sono sospettati di crimini”.

Il piano prevede anche una strategia da adottare nel campo dell’informazione, in quanto si evidenzia “il rischio per la reputazione dell’Ue in caso di qualsiasi trasgressione percepita dall’opinione pubblica a causa di eventuali incomprensioni riguardanti compiti e obiettivi” della missione, o nel caso di eventuali “perdite di vite umane attribuite, correttamente o meno, all’intervento o all’inazione della forza europea”.

A tale fine “le operazioni di informazione militare dovrebbero far parte integrante di questo piano Ue”, andando a interessare anche la Libia e i paesi confinanti del Nordafrica.

Nel documento si afferma che il piano prevede un’operazione in tre fasi di circa un anno e la prima fase dovrebbe portare a “una sufficiente comprensione dei modelli di business di traffico degli esseri umani, dei finanziamenti, delle rotte, dei punti di imbarco, delle capacità e delle identità, in modo che le operazioni di interdizione possano avere inizio con la più alta probabilità di successo e il minimo rischio”. Di fatto, si precisa, l’operazione dovrebbe considerarsi conclusa una volta “ridotti in modo significativo il flusso dei migranti e le attività dei trafficanti”.

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