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Le violazioni dei diritti umani nel regime di Al Sisi in Egitto

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi durante un vertice a Sharm el Sheikh, il 29 marzo del 2015. (Thomas Hartwell, Ap/Ansa)

Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone è arrivato in Egitto per collaborare con le autorità egiziane sulle indagini per l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo a gennaio. Pignatone ha già messo in chiaro che il coordinamento delle indagini rimarrà nelle mani degli inquirenti egiziani in un’intervista al Corriere della Sera.

“Abbiamo un impegno formale del procuratore generale sulla massima collaborazione per arrivare alla verità e questo, al momento, ci soddisfa. Vedremo nelle prossime settimane come si evolverà il lavoro comune, però una cosa deve essere chiara: noi forniremo tutto il supporto necessario, ma i titolari delle indagini sono i magistrati egiziani”, ha detto Pignatone.

Ecco chi è Abdel Fattah al Sisi, com’è arrivato al potere e qual è la situazione dei diritti umani in Egitto.

Chi è Abdel Fattah al Sisi

Abdel Fattah al Sisi è il sesto presidente dell’Egitto, ha assunto l’incarico l’8 giugno 2014. Ha vinto le elezioni nel maggio del 2014, con il 93,3 per cento dei consensi e un’affluenza alle urne inferiore al 50 per cento. I Fratelli musulmani, il partito dell’ex presidente Mohamed Morsi, hanno boicottato il voto, così come molti attivisti liberali e laici, denunciando brogli.

Ex capo delle forze armate e ministro della difesa, Al Sisi aveva preso il potere già nel luglio del 2013, destituendo Mohamed Morsi, che era stato eletto nelle prime elezioni libere dopo la rivoluzione del 2011.

Dopo aver deposto Morsi, il maresciallo Al Sisi ha formato un governo di transizione, che ha portato avanti una dura repressione contro i Fratelli musulmani e i loro sostenitori. La repressione si è poi estesa a tutti i critici del regime, ai giornalisti e agli scrittori e ai dissidenti. Le sparizioni di oppositori sono numerose, così come le denunce di torture, di detenzioni arbitrarie e di uso eccessivo della forza, come riferito da diversi rapporti, tra cui quello di Amnesty International. Contro gli oppositori si sono svolti processi di massa, che si sono spesso conclusi con condanne a morte o all’ergastolo.

La legge contro le manifestazioni, la libertà di espressione e di associazione

Nel novembre del 2013 è stata approvata una legge che permette alle autorità di impedire o di disperdere con la forza non solo le manifestazioni dei sostenitori dei Fratelli musulmani, ma quelle di tutta l’opposizione.

La legge fornisce un contesto legale per l’uso della forza eccessiva contro ogni manifestante che possa aver commesso un “crimine punibile dalla legge”. In particolare prevede che la polizia possa usare fucili e pallottole di gomma, anche per disperdere i manifestanti. Amnesty international ha documentato casi di morte di manifestanti causata dall’uso di fucili. Il 24 gennaio durante una protesta è stata uccisa Shaimaa al Sabbagh al Cairo. Nel 2015 sono morte 27 persone durante le manifestazioni in occasione dell’anniversario della rivoluzione il 25 gennaio.

Ogni anniversario della rivoluzione è stato segnato da scontri e violenze, represse nel sangue dalle forze di sicurezza egiziane. Il 25 gennaio del 2016, secondo il quotidiano Al Masry al Youm, sono state arrestate più di 150 persone, tra cui almeno 78 nel quartiere di Giza, con l’accusa di appartenere ai Fratelli musulmani.

Lo staff delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani è spesso stato arrestato, incarcerato e interrogato dalle forze di polizia. Le autorità hanno nominato un gruppo di esperti che ha la facoltà di interrogare i membri delle ong. Secondo Amnesty international, nel 2015 sono state chiuse 480 organizzazioni con l’accusa di essere legate ai Fratelli musulmani. A molti attivisti è stato proibito di andare all’estero.

La repressione contro la stampa

Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty international, numerosi giornalisti e mezzi d’informazione non allineati con il regime sono stati incriminati con l’accusa di aver diffuso “notizie false” e altre accuse simili. Alcuni di loro sono stati condannati a lunghe pene detentive e un giornalista è stato condannato a morte. Alcuni sono stati accusati di “diffamazione” e di offesa alla “morale pubblica”, per aver esercitato il loro lavoro. Nel mese di novembre, il giornalista investigativo e ricercatore Ismail al Iskandrani è stato arrestato dai servizi segreti militari a causa di un articolo che ha scritto sull’esercito.

Il fotogiornalista Mahmoud Abu Zeid, noto come Shawkan, è stato processato nell’agosto del 2015 insieme ad altri 738 imputati, tra i quali i leader dei Fratelli musulmani. Arrestato mentre stava fotografando le cariche della polizia conto i manifestanti, durante una protesta il 14 agosto 2013, Mahmoud Abu Zeid è stato incarcerato senza accusa per quasi due anni prima che la procura portasse il caso in tribunale.

Il primo gennaio del 2015, la corte di cassazione, la più alta corte egiziana, ha rivisto le condanne di tre giornalisti incarcerati che lavorano per l’emittente araba Al Jazeera – Peter Greste , Mohamed Fahmy e Baher Mohamed – e ha ordinato che fossero riprocessati. I tre, rilasciati su cauzione, erano stati condannati a pene detentive di tre anni e tre anni e mezzo con l’accusa di aver diffuso “notizie false” e di non avere l’autorizzazione a operare. Greste, australiano, è stato rimpatriato, mentre gli altri due giornalisti sono stati graziati il 23 settembre del 2015.

L’11 aprile del 2015 un tribunale del Cairo ha condannato 14 giornalisti critici verso il regime a pene detentive di 25 anni con l’accusa di aver diffuso “notizie false”. Un giornalista è stato condannato a morte con l’accusa di aver organizzato dei “comitati dei mezzi d’informazione” e di guidare e finanziare un gruppo criminale. La corte ha condannato in contumacia diversi imputati, processati insieme a 51 sostenitori dei Fratelli musulmani. I condannati hanno presentato un ricorso alla corte di cassazione, che ha ordinato di far svolgere di nuovo il processo.

La repressione contro gli scrittori

Al Maqal, uno degli ultimi giornali indipendenti egiziani, il 21 febbraio ha messo in copertina la foto dello scrittore Ahmed Nagi, condannato a due anni di carcere per “offesa alla morale”. Nel titolo il quotidiano punta il dito contro il regime di Abdel Fattah al Sisi che “imprigiona gli scrittori”.

Nagi era stato denunciato a novembre del 2015, dopo che un capitolo del suo ultimo romanzo era stato pubblicato su un giornale letterario. A gennaio era stato assolto, ma l’accusa era ricorsa in appello. Dopo la condanna, decine di scrittori, giornalisti e intellettuali hanno firmato una dichiarazione, pubblicata su vari siti e blog indipendenti, per denunciare l’ondata di arresti e di divieti che sta colpendo il mondo della cultura e della società civile.

A dicembre del 2015 il ricercatore Islam al Beheiry è stato condannato a un anno di carcere per blasfemia, mentre la scrittrice Fatima Naoot dovrà scontare tre anni per insulto alla religione. Inoltre le autorità hanno ordinato la chiusura il 22 febbraio 2016 del centro antitortura Al Nadeem, che ha presentato ricorso.

I processi di massa e la pena di morte

I tribunali hanno emesso centinaia di condanne a morte contro imputati accusati di “terrorismo”, “spionaggio”, omicidio e altri reati. Nel maggio del 2015 il sito indipendente egiziano Mada Masr ha pubblicato un grafico sulla pena di morte in Egitto tra il 2011 e il 2015. In calce al grafico compare una precisazione: “Data la mancanza di trasparenza, molti dati del 2014-2015 si basano sugli articoli pubblicati da Mada Masr e i numeri esatti non possono essere verificati”. Il fatto di non sapere nemmeno quante esecuzioni siano state decise o effettuate dall’inizio del colpo di stato del generale Abdel Fattah al Sisi nel luglio 2013 è quasi più preoccupante dei numeri stessi: il 24 marzo 2014 il tribunale di Minya ha condannato a morte 529 persone in un unico procedimento, altre 683 condanne alla pena capitale sono state decretate il mese successivo, e 180 il 21 giugno 2014. In totale sono più di mille in meno di un anno.

La detenzione arbitraria, le sparizioni e la tortura

Nel 2015 le forze di sicurezza hanno arrestato 11.877 persone, affiliate a presunti “gruppi terroristici”. Tra gli arrestati anche sostenitori dei Fratelli musulmani e altri oppositori del governo. Nel 2014 le autorità avevano affermato di aver arrestato almeno 22mila persone per gli stessi motivi.

In alcuni casi, i detenuti politici sono stati tenuti in carcere per molto tempo, senza accusa né processo. Nel 2015 almeno 700 persone sono state messe in detenzione preventiva per più di due anni senza essere stati condannati da un tribunale.

Lo studente Mahmud Mohamed Ahmed Hussein è rimasto in carcere senza accusa né processo per più di 700 giorni dopo il suo arresto nel mese di gennaio. La causa dell’arresto era aver indossato una maglietta con lo slogan “paese senza tortura”.

Secondo il gruppo indipendente Horreya al Gaddaan (Libertà per i bravi) oltre 163 giovani egiziani sono scomparsi tra aprile e giugno del 2015, e solo 64 di loro sono tornati a casa, per ora. Quelli che ci sono riusciti raccontano di centri di detenzione segreti e di torture, spiega Khaled Abdel Hamid, portavoce del gruppo.

Molte persone arrestate dalle forze di sicurezza dall’intelligence militare sono state torturate, picchiate, sottoposte a scosse elettriche e altre tecniche di tortura. Nel 2015 sono stati registrati diversi casi di decesso in carcere in seguito a tortura e altri maltrattamenti.

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