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Il 10 per cento delle spese militari ridurrebbe la povertà

Un marine statunitense partecipa a un’esercitazione militare nella zona di Pyeongchang, in Corea del Sud, il 28 gennaio 2016. (Kim Hong-Ji, Reuters/Contrasto)

Nel 2015 le spese militari mondiali sono aumentate dell’1 per cento: è il primo aumento annuale degli ultimi quattro anni. Lo rivela il rapporto dello Stockholm international peace research institute (Sipri), secondo cui il 10 per cento di questa spesa potrebbe coprire i costi degli obiettivi globali finalizzati a mettere fine alla povertà e alla fame entro il 2030.

Il Sipri ha calcolato che lo scorso anno le spese militari mondiali sono state pari a 1.676 miliardi di dollari. Sono gli Stati Uniti a fare di gran lunga la parte del leone, anche se i tagli del 2,4 per cento hanno portato il totale delle spese militari statunitensi a 596 miliardi di dollari.

La Cina è il secondo paese nella classifica, per il secondo anno consecutivo, con un aumento del 7,4 per cento che la porta a un totale di 215 miliardi di spesa militare, mentre l’Arabia Saudita ha superato la Russia, posizionandosi terza, con il Regno Unito in quinta posizione.

Secondo il Sipri le spese militari rappresentano il 2,3 per cento del prodotto interno lordo mondiale, e il 10 per cento di tale somma sarebbe sufficiente a finanziare gli obiettivi di sviluppo sostenibile concordati a settembre dai 193 stati membri delle Nazioni Unite per porre fine alla fame e alla povertà entro il 2030.

“Questa stima può dare un’idea alla gente del costo opportunità che deriva dalle spese militari globali”, ha dichiarato alla Thomson Reuters Foundation Sam Perlo-Freeman, capo del progetto sulle spese militari del Sipri.

Secondo le stime dell’Onu circa ottocento milioni di persone vivono in estrema povertà e soffrono la fame, e i tassi di povertà più alti si registrano nei paesi fragili e colpiti dalla guerra.

Il rapporto annuale del Sipri sulle spese militari mostra che le spese globali sono aumentate lo scorso anno in Asia, Europa centrale e orientale e nei paesi del Medio-oriente per il quale sono disponibili dati.

Le spese sono invece calate in Nord America, Europa occidentale, America Latina, Caraibi e Africa, una tendenza già avviata e dovuta in parte alla crisi economica globale, al calo dei prezzi del petrolio e al ritiro delle truppe straniere da Afghanistan e Iraq.

“Da un lato, le spese riflettono i conflitti e le tensioni crescenti in molte parti del mondo. Dall’altra mostrano un’evidente discontinuità rispetto alla crescita delle spese militari dell’ultimo decennio, alimentate dal petrolio”, ha spiegato Perlo-Freeman.

Tra i paesi che hanno aumentato le spese militari nel 2015 ci sono Algeria, Azerbaigian, Russia, Arabia Saudita e Vietman, molti dei quali sono coinvolti in conflitti militari o devono affrontare tensioni regionali crescenti.

Perlo-Freeman ha spiegato che è la prima volta che il Sipri confronta le spese militari con i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, ma che in passato le aveva comparate con le spese destinate alla salute e all’istruzione.

Il progetto del Sipri sulle spese militari è stato avviato nel 1967. “Non è un segreto che siamo un’istituto di ricerca sulla pace. La nostra missione è la promozione della pace e della smilitarizzazione, anche se non possiamo sapere quando questo accadrà”, ha aggiunto Perlo-Freeman.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dalla Thomson Reuters Foundation.

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