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Per la morte di Stefano Cucchi la procura di Roma accusa tre carabinieri di omicidio preterintenzionale

Ilaria Cucchi durante una veglia a Roma per ricordare il fratello, l’8 novembre 2014. (Paolo Gargini, Corbis/Getty Images)

La procura di Roma accusa tre carabinieri di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi. Cucchi era stato arrestato per droga il 15 ottobre 2009 nella capitale ed è morto una settimana dopo all’ospedale Pertini. Aveva 31 anni.

Il procuratore Giuseppe Pignatone e il sostituto procuratore Giovanni Musarò hanno chiuso l’inchiesta bis sul caso, che inizialmente vedeva indagati i tre militari per lesioni personali aggravate.

A otto anni dalla morte di Cucchi, dopo tre processi e una pronuncia al processo di appello che aveva assolto tutti gli imputati, la procura chiede quindi di aprire un nuovo procedimento sulla morte del geometra romano.

Il pestaggio
I carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco sono accusati di aver pestato violentemente Stefano Cucchi dopo averlo arrestato nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, quando il giovane fu fermato al parco degli Acquedotti perché in possesso di 29 grammi di hashish, cocaina e antiepilettici.

Cucchi, secondo la procura, sarebbe morto dopo una settimana a causa delle conseguenze del pestaggio e non di epilessia o di sete, come sostenuto da alcune delle perizie disposte nei mesi scorsi.

Due militari sono sospettati di aver ostacolato le indagini per coprire le responsabilità dei colleghi. Accusato di calunnia il maresciallo Roberto Mandorlini, che nel 2009 era il comandante della stazione Appia, insieme all’appuntato Vincenzo Nicolardi. Per Mandorlini e lo stesso Francesco Tedesco c’è anche l’accusa di reato di falso verbale di arresto.

Le testimonianze
Nella ricostruzione del sostituto procuratore Giovanni Musarò, riportata dall’Espresso, si legge che i carabinieri avrebbero provocato a Cucchi “tumefazioni ed ecchimosi, lesioni personali con esiti permanenti” e “una rovinosa caduta con impatto al suolo”.

Tra le testimonianze considerate più utili c’è quella di Anna Carino, ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro, che in una telefonata avrebbe detto all’uomo: “Hai raccontato a tutti di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda (…) che te ne vantavi pure… che te davi le arie”.

Alla base della ricostruzione di Pignatone e Musarò ci sarebbero anche le parole di Riccardo Casamassima, all’epoca in servizio presso la stazione di Tor Sapienza. In un verbale del 30 giugno, Casamassima ha raccontato che la notte dell’arresto l’allora comandante Roberto Mandorlini disse: “È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”.

Nel precedente processo erano state accusate dodici persone. Sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie. I capi d’imputazione erano: abbandono d’incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di potere.

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