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L’Africa rischia un’epidemia meno letale ma prolungata

Controlli della polizia in una strada di Nairobi, Kenya, 24 aprile 2020. (Yasuyoshi Chiba, Afp)

Non era certo quella che si direbbe una buona pesca. Ad aprile un operaio di uno stabilimento per la lavorazione del pesce a Tema, una città costiera del Ghana, ha infettato 533 persone con il virus Sars-cov-2. Secondo il presidente Nana Akufo-Addo una percentuale intorno al 10 per cento dei casi di nuovo coronavirus registrati nel paese in quei giorni (il 26 maggio i casi sono saliti a 6.808) era riconducibile a questo “super contagiatore”.

Il fatto che il Ghana sia stato in grado di individuare questa persona testimonia dell’efficacia delle misure adottate per contenere la crisi. Nel paese sono stati eseguiti test su più di 155mila persone, con una percentuale di test effettuati in rapporto alla popolazione che secondo i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) è la quarta di tutto il continente. In altre parti del continente la scarsità di test effettuati rende più difficile comprendere il vero andamento della malattia. Tuttavia i pochi dati disponibili e un’analisi condotta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) suggeriscono che in Africa il virus si sta diffondendo più lentamente che altrove e che il suo percorso varia da un punto all’altro del continente.

Alla metà di maggio l’Africa, che ospita il 17 per cento della popolazione mondiale, aveva meno del 2 per cento dei casi di covid-19 (il 26 maggio sono 115mila, con quasi 3.500 morti). Nell’ultimo mese i casi africani sono raddoppiati più o meno ogni due settimane. Fino a poco tempo fa i casi negli Stati Uniti raddoppiavano ogni tre giorni circa.

Carenza di controlli
Questa situazione potrebbe essere dovuta in parte al fatto che sono stati eseguiti pochi test. L’Africa ha controllato poco più di un milione di persone, un numero che i funzionari di Wuhan gestiscono in una giornata di lavoro. La metà di questi esami sono stati eseguiti in Sudafrica e Ghana. La Partnership for evidence-based response to covid-19, un consorzio di salute pubblica, sottolinea che “è probabile che il vero numero delle infezioni sia molto più alto rispetto a quello noto”. Secondo le sue stime, potrebbe essere otto volte maggiore.

Un altro segnale del fatto che questi numeri siano sottostimati è dato dalla quota di test per il covid-19 che risultano positivi. Il “tasso di positività dei test” è una guida imperfetta. Tuttavia, secondo Jason Andrews dell’università di Stanford, supponendo che le persone sottoposte a esami abbiamo sintomi compatibili con il covid-19, un tasso di positività superiore al 5-10 per cento suggerisce che ci sono molti casi non conteggiati. Almeno 22 paesi africani hanno tassi superiori al 10 per cento, tra cui l’Algeria (91 per cento), il Sudan (87 per cento) e la Tanzania (78 per cento).

Fondamentale nel rallentare la diffusione del covid-19 è stata la rapida introduzione di misure di contenimento

John Magufuli, il presidente della Tanzania, non crede all’efficacia dei test. “Non facciamo altro che vedere risultati positivi, positivi e ancora positivi”, ha dichiarato. Al laboratorio nazionale, ha proseguito, sarebbero stati analizzati campioni di papaya, di capra e di un uccello, che sono risultati positivi al nuovo coronavirus (il laboratorio nega tutto). Dal 29 aprile il suo governo non ha più pubblicato dati ufficiali.

Gli attivisti dell’opposizione e le ong affermano che a Dar es Salaam, la città più grande della Tanzania, sono state sepolte in segreto decine di vittime del covid-19. Il 12 maggio l’ambasciata statunitense ha dichiarato che gli ospedali erano “oberati”. “Stanno insabbiando tutto”, afferma Zitto Kabwe, uno dei leader dell’opposizione.

Notizie di altri picchi di mortalità non registrati arrivano anche da altri paesi. A Kano, nella Nigeria settentrionale, gli addetti alle sepolture parlano di centinaia di decessi inspiegabili. A Mogadiscio, capitale della Somalia, i medici sostengono che i morti che loro registrano non appaiono nei dati ufficiali.

Esempi positivi
Tuttavia non è detto che questi “focolai fantasma” siano dappertutto. Alcuni paesi, come Mauritius e Seychelles, non hanno registrato nuovi casi da tre settimane. Etiopia, Ruanda e Uganda hanno meno di 700 casi ognuno e il tasso di positività dei tamponi è inferiore all’1 per cento. Non si parla di picchi. “In una società come la nostra una cosa del genere non potrebbe essere tenuta nascosta”, afferma Berhanu Nega, un leader dell’opposizione etiope. Fondamentale nel rallentamento della diffusione del covid-19 è stata la rapida introduzione di misure di contenimento. La maggior parte dei paesi africani ha decretato il confinamento molto prima dei paesi ricchi. Alla fine di aprile lo avevano fatto almeno 42 paesi africani, 38 dei quali per almeno 21 giorni.

Perciò, nonostante le lacune nei dati, secondo i responsabili delle misure di risposta i dati ufficiali riflettono grosso modo la realtà. “È probabile che in Africa il covid-19 non si diffonda tanto rapidamente quanto in altri paesi del mondo”, afferma Matshidiso Moeti, direttrice dell’ufficio africano dell’Oms, “ma probabilmente continuerà a covare in alcuni focolai”. La sua idea di una pandemia più lenta ma più prolungata è spiegata nel saggio di due colleghi dell’Oms pubblicato su Bmj Global Health. A differenza di altri modelli, che tendono ad applicare all’Africa schemi elaborati in altre aree del mondo, gli autori del saggio sostengono di aver creato il loro a partire dal “contesto socioecologico unico” del continente. Per esempio, tenendo presente che gli africani si spostano meno perché le reti stradali sono meno fitte.

Secondo gli autori del saggio, senza le misure di contenimento, una percentuale compresa tra il 16 e il 26 per cento di persone che vivono nell’area di pertinenza dell’Oms Africa sarebbe stata infettata nel corso del primo anno di pandemia, con punte più alte in paesi dove i collegamenti stradali sono migliori, come il Sudafrica. Tra i 29 e i 44 milioni di persone avrebbero sviluppato sintomi. Si tratta di una stima inferiore a quella ipotizzata da altri modelli. L’Oms calcola inoltre che senza le misure di contenimento ci sarebbero stati tra gli 83mila e i 190mila morti, presupponendo un tasso di mortalità per le persone contagiate inferiore a quello dei paesi ricchi, e questo in larga misura perché gli africani sono più giovani. Tuttavia l’Africa non ha ospedali paragonabili a quelli dei paesi ricchi. In caso di picchi di contagi i sistemi sanitari locali sarebbero travolti.

Dal momento che il modello non tiene conto di misure come il confinamento, i bilanci reali dovrebbero essere più bassi. Tuttavia molti governi africani stanno allentando le restrizioni per bilanciare i danni provocati dal covid-19 all’economia. Secondo i ricercatori dell’Imperial college di Londra, in alcuni paesi gli effetti negative sulle cure di altre malattie, come l’aids, la tubercolosi e la malaria, potrebbero essere dello stesso ordine di grandezza, in termini di anni di vita persi, di quelli causati dal covid-19.

Molti paesi ricchi stanno allentando le misure di confinamento dopo aver raggiunto, almeno in linea teorica, il picco di nuovi casi. I paesi africani potrebbero farlo mentre i contagi accelerano. L’Africa a quanto pare sta conoscendo una pandemia più lenta, ma i cui rischi sono ancora enormi.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Quest’articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

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