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La sconfitta dei laburisti alle elezioni locali britanniche

Il primo ministro britannico Keir Starmer a un incontro del partito laburista. Londra, 9 maggio 2026 (Maja Smiejkowska, PA Images/Getty Images)

Dopo la sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio, il primo ministro britannico Keir Starmer è alle prese con una ribellione interna al Partito laburista : decine di deputati chiedono le sue dimissioni. Per ora sembra intenzionato a restare al suo posto, ma il suo futuro politico è più che mai incerto

Nel Regno Unito il 7 maggio si è votato per eleggere circa cinquemila consiglieri di 136 amministrazioni locali, tra cui tutti e 32 i borough di Londra, per i sindaci di sei città, e per i parlamenti autonomi di Galles e Scozia. Vista la varietà di istituzioni coinvolte, non è facile riassumere i risultati in modo chiaro e univoco, tuttavia in Inghilterra il Labour ha perso quasi due terzi dei suoi consiglieri, che erano la stragrande maggioranza, e lo stesso è successo ai conservatori.

Hanno perso anche i Liberaldemocratici, mentre hanno moltiplicato i loro consiglieri i Verdi, rinnovati dalla leadership di Zach Polansky, e soprattutto i nazionalpopulisti di Reform, il partito di Nigel Farage, uno dei grandi architetti della Brexit, che sono passati da pochi consiglieri a quasi 1.500.

Proiettando questi numeri a livello nazionale, viene fuori un quadro assolutamente inedito per la politica britannica. Ci sono praticamente cinque partiti che oscillano tra il 26 per cento di Reform e il 16 per cento dei Libdem, con il conservatori e i laburisti fermi al 17 per cento.

Per quanto riguarda il voto per il parlamento di Edimburgo, la maggioranza è rimasta in mano allo Scottish national party, ma sono cresciuti sensibilmente i Verdi e Reform. Anche in Galles i laburisti e i tory sono stati molto ridimensionati, e sono cresciuti i Verdi, gli autonomisti del Playd Cymru (che hanno conquistato la maggioranza dei seggi) e soprattuto Reform.

Questi dati evidenziano una netta sconfitta per il Labour, che è al governo dall’estate del 2024, ma anche il declino di un intero sistema politico, tradizionalmente imperniato su un bipolarismo in cui si alternavano i due grandi partiti istituzionali, tory e laburisti.

In un discorso tenuto quattro giorni dopo il voto, Keir Starmer ha ammesso il tracollo elettorale e ha riconosciuto di aver commesso diversi errori, ma ha anche confermato che non intende farsi da parte e “lasciare il paese nel caos”. Ha fatto cenno alla necessità di ricostruire un rapporto più stretto con l’Europa, e ha anche fatto un annuncio importante, cioè il progetto di rinazionalizzare l’azienda siderurgica British steel, nata negli anni sessanta proprio per iniziativa del Partito laburista e poi privatizzata alla fine degli anni ottanta da Margaret Thatcher.

Un risultato prevedibile

In qualche modo la sconfitta del Labour era prevedibile, considerate le difficoltà del governo Starmer negli ultimi mesi. I motivi sono diversi. Prima di tutto c’è la delusione degli elettori, che avevano aspettative abbastanza elevate quando i laburisti sono arrivati al potere dopo quasi quindici anni di governi tory.

Queste aspettative non si sono però concretizzate: non c’è stato un miglioramento sensibile del costo della vita e dei servizi pubblici, in particolare del welfare e del servizio sanitario nazionale, e non c’è stata la rottura con il passato che molti si aspettavano.

A questo vanno aggiunti una serie di contrasti e scandali interni al partito, culminati con la vicenda della nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti dell’ex ministro Peter Mandelson, coinvolto nella vicenda degli Epstein files. Anche su Gaza Starmer è sembrato troppo prudente e distante dalla sensibilità di buona parte degli elettori laburisti. Infine ci sono stati errori dei governi locali. Questa situazione ha determinato un’emorragia di voti verso sinistra, cioè verso i Verdi di Polansky, e dall’altra ha rafforzato la retorica contro le élite, nazionalista, populista e xenofoba di Reform, il partito della protesta sociale e contro l’establishment.

Il tracollo laburista è stato seguito da una ribellione interna al partito, che si è intensificata dopo il discorso di Starmer dell’11 maggio. Più di settanta deputati hanno chiesto le dimissioni del premier e cinque membri del governo hanno lasciato l’incarico.

In una riunione dei ministri il 12 maggio Starmer ha confermato di non avere nessuna intenzione di lasciare la guida del governo. Considerato che nel Regno Unito il meccanismo politico prevede che si possa cambiare il primo ministro senza far cadere il governo e passare per un nuovo investimento in parlamento, i laburisti potrebbero riunirsi, votare un nuovo leader e avere così un nuovo premier.

In passato uno sviluppo simile c’è già stato più volte nel Regno Unito. Per ora, tuttavia, nel partito non sembra esserci un consenso sufficiente intorno a una figura in grado di prendere il posto di Starmer. Inoltre, nel caso del Labour la procedura per scegliere un nuovo leader, e quindi in questo caso un nuovo premier, è piuttosto laboriosa e potrebbe durare mesi, cosa che lascerebbe il paese con un preoccupante vuoto di potere.

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