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Le spaccature tra i sostenitori di Trump

Donal Trump alla Casa Bianca, Washington, 2 dicembre 2025 (Chip Somodevilla, Getty Images)

È molto probabile che in settimana abbiate sentito parlare delle “crepe” che si sono aperte nel mondo trumpiano a causa della guerra in Iran. Tutto è partito dalle dimissioni di Joe Kent, direttore della principale agenzia dell’antiterrorismo (nominato da Trump pochi mesi fa), che in una lettera resa pubblica il 17 marzo ha scritto: “Non posso, in tutta coscienza, sostenere la guerra attualmente in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro paese, ed è chiaro che abbiamo lanciato questa guerra sotto la pressione d’Israele e della sua potente lobby statunitense”.

Il giorno dopo Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, si è presentata davanti a una commissione del senato per riferire sulle parole di Kent, di fatto un suo dipendente. Gabbard, anche lei fedelissima del presidente, ha presentato una dichiarazione scritta in cui si legge: “Il programma iraniano di arricchimento dell’uranio è stato annientato con gli attacchi statunitensi di giugno 2025. Da allora l’Iran non ha fatto alcun tentativo di riprendere l’arricchimento”. Una frase che smonta una delle tante motivazioni presentate dalla Casa Bianca per giustificare l’attacco contro l’Iran.

Ogni volta che un alleato di Trump rompe i ranghi o prende le distanze, si tende a leggere quel gesto come il segnale che nel trumpismo ci sia ancora una qualche capacità di autocorrezione, che si possa ridurre la sua spinta distruttiva dentro margini gestibili. In realtà le dimissioni di Kent sono più che altro il sintomo di uno scontro interno sempre più aperto tra fazioni che si contendono l’anima del movimento in un momento delicato: le elezioni sono alle porte e rischiano di andare molto male per Trump e per i repubblicani; il progetto di governo Maga si è dimostrato fallimentare e bisogna trovare un colpevole; Trump è al secondo mandato e presto si aprirà la partita per la sua successione.

In altre parole non è una crisi nata dallo scontro tra moderati ed estremisti, ma una lotta tra visioni concorrenti, spesso ugualmente estreme, su cosa significhi Make America great again e su dove debba andare il movimento.

Non è un caso che a fare da detonatore sia stato una figura che sembra costruita in laboratorio da uno scienziato del Maga, un trumpiano da cartolina: ex berretto verde con molte missioni in Iraq, entrato in politica dopo la morte della moglie in un attentato dello Stato islamico, Kent si è costruito una carriera politica come candidato della destra radicale, ha sposato le tesi più negazioniste e complottiste sulle elezioni del 2020 e su altro, è entrato nei circoli dell’estrema destra fino a ottenere il sostegno di figure come Tucker Carlson – ex presentatore di Fox News e oggi tra le voci più influenti negli ambienti Maga – e poi nell’amministrazione Trump.

Nella lettera con cui ha lasciato l’incarico, Kent prende le distanze dalla guerra, ma cerca in ogni modo di assolvere Trump, addossando la colpa della decisione di attaccare – e quindi del disastro a cui assistiamo da tre settimane – alle pressioni degli israeliani e dei mezzi d’informazione. Questa lettura, in cui il presidente del paese più potente del mondo viene trascinato in guerra contro la sua volontà (e che peraltro è rafforzata da dichiarazioni pubbliche di Trump e dei suoi ministri), si è diffusa fin da subito negli ambienti dell’estrema destra che si oppongono alla guerra.

Falchi e isolazionisti

Un fronte sempre più rumoroso di isolazionisti e nazionalisti, incarnato da figure come Tucker Carlson o Megyn Kelly, sostiene che il conflitto è combattuto “per Israele” e sia contrario agli interessi statunitensi. Sullo sfondo c’è una trasformazione profonda del rapporto tra destra americana e Israele. Per decenni il sostegno allo stato ebraico è stato quasi automatico tra i conservatori; oggi non lo è più, soprattutto tra i più giovani. Le accuse di Kent si inseriscono in un clima in cui parlare di influenza israeliana sulla politica statunitense non è più tabù, ma rischiano facilmente di scivolare in narrazioni complottiste o ambigue, con evidenti tracce di antisemitismo.

Nella lettera Kent ha parlato della “potente lobby in America” e giorni dopo ha fatto dichiarazioni assurde tirando in ballo Charlie Kirk, l’attivista di estrema destra e alleato di Trump ucciso a settembre 2025. Dice che prima di morire Kirk gli ha chiesto di impedire “di entrare in guerra con l’Iran” o almeno di ripensare i rapporti con Israele, ipotizza che gli israeliani siano coinvolti nell’omicidio di Kirk e sostiene che l’Fbi abbia ostacolato l’indagine dell’unità antiterrorismo sul governo di Tel Aviv.

Dall’altra parte della barricata, una galassia di falchi – politici come Lindsey Graham e Ted Cruz, commentatori come Mark Levin e Ben Shapiro – difende l’intervento come necessario per la sicurezza degli Stati Uniti e coerente con la leadership trumpiana. Lo scontro in sostanza ruota proprio intorno a questo: se la guerra rappresenti un tradimento dell’“America first” o una sua evoluzione.

È stato lo stesso Trump a dirimere la questione, dicendo sostanzialmente che “Maga è tutto quello che io dico che è Maga”. La testimonianza di Gabbard al senato ne ha dato una conferma quasi comica. Di fronte alle pressioni dei democratici perché spiegasse meglio la sua posizione sulla minaccia nucleare iraniana, la direttrice dell’intelligence ha detto che “non spetta alla comunità dei servizi segreti stabilire cosa costituisca o meno una minaccia imminente”. Solo il presidente, ha chiarito dopo, “può sapere cosa costituisca una minaccia imminente e se sia opportuno o meno intraprendere le azioni che ritiene necessarie per garantire la sicurezza delle nostre truppe”. In realtà il ruolo dell’intelligence è sempre stato quello di determinare la portata delle minacce e riferire le sue conclusioni al presidente.

Una costante di Trump e dei suoi sostenitori più accaniti è che, quando le cose si mettono male, reagiscono non correggendo la rotta ma radicalizzandosi ancora di più, aumentando il livello di paranoia, cercando nuovi nemici, generando fazioni e idee sempre più estreme. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni con la crisi iraniana. Nell’immediato questo produce un’azione di governo più imprevedibile e fuori controllo; col tempo finisce per indebolire il consenso.

Un sondaggio di Politico mostra che circa il 70 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 sostiene i bombardamenti contro l’Iran, anche quando riconosce che violano la promessa di non avviare nuove guerre. Questo proprio perché tanti elettori nutrono una fiducia personale nel presidente e gli credono quando dice che l’intervento sarà breve.

Ma se la guerra dovesse durare fino all’estate e provocare la morte di altri americani, questo equilibrio potrebbe incrinarsi, allontanando quegli elettori che avevano contribuito ad allargare la base elettorale di Trump alle presidenziali, in particolare i più giovani e i repubblicani meno identificati con il Maga, già oggi più divisi sull’opportunità di continuare il conflitto.

Qualcosa di simile sta succedendo tra gli elettori di origine latinoamericana: dopo aver sostenuto Trump in numeri insolitamente alti nel 2024, ora molti mostrano segni di forte disillusione, colpiti dall’aumento dei prezzi e soprattutto dalle operazioni aggressive dell’Ice, percepite come indiscriminate e arbitrarie, che hanno alimentato un diffuso senso di insicurezza nelle comunità ispaniche. In questo contesto i repubblicani più esposti potrebbero trovarsi costretti a prendere le distanze, con il rischio di innescare nuove fratture.

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