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Le mappe che decidono le elezioni

I giornali cominciano a scaldare i motori in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. In settimana l’Economist ha messo online il suo modello per prevedere chi prenderà il controllo dei due rami del congresso. Secondo il settimanale britannico, alla camera dei rappresentanti i repubblicani hanno un vantaggio di pochi seggi e hanno scarsissime possibilità (circa il 5 per cento) di mantenere la maggioranza. Più incerto l’esito al senato: si vota in posti tendenzialmente sfavorevoli ai democratici, ma nonostante questo il partito ha buone possibilità (46 per cento) di conquistare i quattro seggi che gli servirebbero per passare avanti.

Queste previsioni sono in linea con le tendenze storiche, che vedono quasi sempre sconfitto alle elezioni di metà mandato il partito del presidente in carica, soprattutto quando il presidente è particolarmente come lo è Donald Trump, il cui consenso è stato ulteriormente indebolito dagli errori sull’immigrazione, sulla guerra con l’Iran e dall’inflazione. La differenza principale quest’anno – e una variabile da tenere da gestire per chi prova a fare previsioni – è la centralità di fattori che non riguardano tanto i temi “su cui” si vota ma il modo in cui il voto viene tradotto in seggi: in vista delle elezioni le maggioranze di molti parlamenti statali hanno approvato leggi che ridisegnano i distretti elettorali in modo da sfavorire il partito avversario. È il cosiddetto gerrymandering.

(C’è anche la questione di se e come Trump cercherà di usare i suoi poteri per manipolare il voto. Se ne riparlerà molto da qui a novembre: su Internazionale abbiamo pubblicato tempo fa questo articolo che spiega come potrebbe provarci e quante possibilità ha di riuscirci).

La parola “gerrymander” nasce da questa vignetta di Gilbert Stuart, che raffigura un collegio elettorale del Massachusetts. Stuart pensava che la forma ricordasse quella di una salamandra, e un suo amico, che gli aveva mostrato la mappa originale, lo definì “Gerry-mander” in onore del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che aveva voluto la ridefinizione dei confini dei collegi elettorali per avere un vantaggio politico.

In questi giorni si parlato molto di gerrymandering perché gli elettori della Virginia hanno approvato una nuova mappa elettorale per la camera fortemente sbilanciata a favore dei democratici: i collegi considerati favorevoli ai repubblicani passano da cinque a uno, con la possibilità per i democratici di conquistare fino a quattro seggi oggi in mano ai conservatori. I repubblicani hanno gridato allo scandalo parlando di “espropriazione” del voto, e sostenendo che gli elettori siano stati di fatto privati di una rappresentanza proporzionata. È un’accusa difficilmente contestabile: il gerrymandering serve proprio a questo, diluire o concentrare, a seconda delle esigenze, il consenso avversario massimizzando il proprio vantaggio.

Ed è tutt’altro che una novità. Il termine risale addirittura al 1812, quando Elbridge Gerry, il governatore del Massachusetts, approvò una mappa elettorale talmente contorta da ricordare una salamandra (Gerry + salamander = Gerrymander). Tuttavia, la pratica è diventata centrale negli ultimi anni, in particolare dopo una sentenza della corte suprema del 2019 (Rucho contro Common cause), in cui i giudici hanno stabilito che il gerrymandering è una questione politica su cui i tribunali federali non possono intervenire. Da quel momento si è aperta una corsa a cambiare le regole, con effetti decisivi sugli equilibri del congresso, dove le maggioranze sono decise da pochi seggi e la polarizzazione impedisce qualsiasi accordo bipartisan.

I repubblicani sono stati i primi a muoversi in modo sistematico, soprattutto in stati chiave come il Texas, dove hanno disegnato mappe estremamente favorevoli. Per anni i democratici hanno cercato di opporsi su un piano normativo e morale, promuovendo commissioni indipendenti e referendum per limitare il fenomeno. Ma questa strategia si è rivelata un’arma spuntata: mentre loro si approvavano regole più eque (in stati come la California), gli altri sfruttavano al massimo la libertà di manipolare i distretti. Come andare in guerra con una fionda mentre l’avversario sfoggia un cannone.

Dopo il fallimento di un tentativo di vietare il gerrymandering a livello federale, nel 2022, e di fronte alla crescente aggressività repubblicana, i democratici hanno gradualmente cambiato strategia, e si sono rivelati particolarmente abili. Prima in California, e ora in Virginia, hanno adottato mappe elettorali che dovrebbero permettergli di guadagnare decine di seggi, in modo da compensare la perdita di rappresentanza negli stati governati dai repubblicani.

La battaglia del gerrymandering non è finita. In Florida il parlamento statale controllato dai repubblicani si prepara a una sessione speciale per ridisegnare i distretti, con il governatore Ron DeSantis deciso ad allargare ulteriormente il vantaggio del suo partito. Allo stesso tempo, una decisione imminente della corte suprema potrebbe indebolire ulteriormente il Voting rights act – la serie di provvedimenti adottati negli anni sessanta per proteggere il diritto di voto – aprendo la strada a nuove manipolazioni in stati come Alabama e Louisiana, dove i distretti a maggioranza afroamericana potrebbero essere smantellati o ridisegnati. Se la decisione dei giudici dovesse andare in quella direzione, i politici repubblicani del sud potrebbero interpretarla come un invito a ricostruire i sistemi discriminatori che in passato consolidavano il potere degli elettori bianchi a scapito delle minoranze.

C’è un elemento paradossale in questa escalation: è stato lo stesso Trump, dopo che ha esplicitamente incoraggiato gli stati repubblicani a ridisegnare le mappe in modo estremo, a legittimare una risposta speculare da parte dei democratici. L’apertura di questo nuovo fronte nella guerra sul gerrymandering rischia di rivelarsi un errore tattico, perché ha accelerato una dinamica che oggi penalizza anche e soprattutto i repubblicani.

Tutto questo solleva una questione più ampia sulla qualità della democrazia americana. Il gerrymandering non è solo una tecnica elettorale: è un modo per aggirare il principio fondamentale della rappresentanza. Riducendo la competizione e “blindando” i seggi, isola i politici dal giudizio degli elettori e indebolisce il meccanismo di responsabilità democratica. Il fatto che entrambi i partiti si sentano ormai costretti a praticarlo indica un sistema in cui le regole del gioco sono diventate parte del conflitto stesso.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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