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I limiti del potere di Trump

Se non è stata la settimana più difficile per Trump da quando è presidente, è stata sicuramente quella in cui si sono visti in modo più chiaro i limiti del suo potere. Trump è partito per la Cina senza aver fatto nessun progresso per uscire dal pantano in cui si è cacciato con l’Iran; e i colloqui con Xi Jinping hanno mostrato quanto i rapporti di forza tra i due paesi tendano ormai dalla parte di Pechino; intanto sul fronte interno cresce l’esasperazione dell’opinione pubblica e di una parte del Partito repubblicano.

È stato lui stesso a rendere palese la sua debolezza con delle dichiarazioni fatte poco prima di partire per la Cina. Quando gli hanno chiesto delle prossime mosse contro Teheran, ha detto che non pensa “nemmeno un po” alla situazione finanziaria degli americani.

Voleva probabilmente dire che le considerazioni economiche interne non gli impediranno di fare tutto ciò che ritiene necessario per impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare. Ma la frase ha messo in luce il dilemma inestricabile che si trova davanti: come mantenere la pressione sull’Iran senza spaventare i mercati, far salire il prezzo del petrolio e aggravare l’inflazione in un anno elettorale.

I democratici hanno immediatamente trasformato quelle parole in un’arma politica, accusandolo di ignorare le difficoltà economiche delle famiglie statunitensi mentre il conflitto in Medio Oriente contribuisce all’aumento del costo della vita.

Il problema è che Trump al momento non sembra avere una via d’uscita. Da settimane cerca un accordo con Teheran che gli permetta di chiudere la crisi alle sue condizioni senza riprendere apertamente la guerra, ma i negoziati sono bloccati. Teheran è convinta che il tempo giochi a suo favore: sa che Trump è vulnerabile all’aumento dei prezzi della benzina e alla volatilità dei mercati, e conta sul fatto che l’avvicinarsi delle elezioni renda la Casa Bianca sempre più prudente.

Nel frattempo l’inflazione alimentata dall’energia continua ad aumentare, i sondaggi mostrano che molti elettori danno la colpa ai repubblicani, e gli stessi strateghi conservatori temono che il rincaro dei carburanti renda molto più difficile la campagna elettorale. Trump continua a minacciare nuove escalation militari – dal rafforzamento del blocco navale fino a possibili bombardamenti contro infrastrutture iraniane – ma ogni passo in quella direzione potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione economica.

La visita di Richard Nixon in Cina nel 1972 è considerata uno dei momenti più importanti della diplomazia americana del novecento

È probabile, peraltro, che il prezzo economico della crisi debba ancora arrivare. Nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz abbia già bloccato una quota enorme del petrolio mondiale, i mercati energetici hanno reagito meno violentemente del previsto. In parte perché gli operatori continuano a sperare in una soluzione diplomatica; in parte perché Stati Uniti, Canada, Brasile e altri produttori hanno aumentato le esportazioni compensando una parte delle perdite del Golfo. Anche la Cina ha ridotto drasticamente le importazioni di greggio, contribuendo temporaneamente a contenere i prezzi.

Ma questa situazione potrebbe non durare. Negli Stati Uniti le scorte di carburante stanno diminuendo rapidamente e diversi analisti ritengono possibile un ritorno della benzina sopra i cinque dollari al gallone, soglia che nel 2022 contribuì a far precipitare la popolarità di Joe Biden. L’amministrazione Trump starebbe perfino valutando restrizioni all’export di prodotti raffinati pur di contenere i prezzi interni, una misura che mostrerebbe quanto Washington sia ormai sulla difensiva.

Situazione capovolta

Questa fragilità è percepita dagli alleati storici degli Stati Uniti – in Europa e in Asia – e chiaramente dai rivali, a cominciare proprio dalla Cina. Xi Jinping vede un’America polarizzata, indebolita da una guerra impopolare e sempre più incapace di affrontare le conseguenze del caos internazionale che ha voluto scatenare. Ed è proprio questo il grande cambiamento rispetto al primo mandato di Trump.

Nove anni fa, quando il presidente lanciò la prima guerra commerciale contro Pechino, la Cina reagì con prudenza e cercò di compiacerlo. Temeva di perdere l’accesso al mercato statunitense e accettò concessioni importanti, almeno sulla carta. Oggi la situazione si è capovolta. Durante la campagna elettorale del 2024 Trump aveva minacciato nuovi dazi senza precedenti contro la Cina, e una volta tornato alla Casa Bianca li ha effettivamente imposti.

Ma questa volta Pechino ha reagito duramente: ha colpito gli Stati Uniti limitando l’esportazione di terre rare e minerali critici indispensabili per l’industria tecnologica e militare americana. È stato un punto di svolta. Dopo aver imposto dazi vicini al 150 per cento, Trump è stato costretto a ritirarne gran parte perché la risposta cinese stava provocando danni troppo gravi all’economia statunitense.

La Cina insomma ha imparato non solo a proteggersi dalla guerra commerciale ma è diventata anche brava a individuare le vulnerabilità degli Stati Uniti e a sfruttarle sistematicamente (nel frattempo i tribunali statunitensi hanno bocciato i dazi di Trump, togliendoli la sua principale arma di pressione internazionale).

Pechino sa di avere una leva ulteriore per il suo potenziale ruolo sulla crisi iraniana. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, il suo maggiore acquirente di petrolio e uno dei paesi con più influenza su Teheran. Trump spera che Xi possa aiutarlo a riaprire lo stretto di Hormuz e a facilitare una soluzione diplomatica.

È una scena che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile: il presidente americano che cerca l’aiuto della Cina per uscire da una crisi internazionale aggravata dalle sue stesse decisioni. Trump continua a presentarsi come il leader forte capace di piegare avversari e alleati, ma questa settimana ha mostrato il contrario: un presidente intrappolato tra guerra, inflazione e dipendenza strategica da un rivale che dispone di più leve negoziali.

È significativo che l’unica novità rilevante venuta fuori dal vertice di questa settimana riguardi Taiwan, la questione di gran lunga più importante per i leader cinesi: pur di ottenere qualcosa sull’Iran e sugli scambi economici, Trump ha fatto capire di essere disposto a mettere sul piatto, ed eventualmente a sacrificare, il sostegno statunitense all’isola.

Il presidente ha definito il pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei un “ottimo strumento per negoziare” con Pechino, lasciando intendere che il via libera dipenderà dalle concessioni che Xi sarà disposto a fare. È un passaggio importante, perché Taiwan è da decenni uno dei simboli della credibilità strategica americana in Asia. E mostra che oggi è la Cina a dettare temi, priorità e tempi della relazione con gli Stati Uniti.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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