La ricetta dell’infelicità statunitense
Siamo abituati a sentir parlare di “crisi dell’occidente”, un’espressione elastica dentro cui si tende a far rientrare dinamiche varie – il declino dell’influenza geopolitica, le difficoltà economiche, il calo demografico, la polarizzazione politica, la sfiducia nelle istituzioni – e posti distanti tra loro, dagli Stati Uniti all’Europa fino all’Australia. Per quanto sia possibile e utile individuare tendenze comuni, usare l’idea di “occidente” come un blocco omogeneo finisce spesso per appiattire realtà molto diverse, rendendo difficile capire la natura specifica delle varie crisi e la loro reale gravità.
Gli Stati Uniti vivono una condizione particolare rispetto a gran parte degli altri paesi occidentali: l’economia cresce rapidamente, la disoccupazione resta bassa, i salari aumentano e il paese continua ad accumulare ricchezza. Eppure gli statunitensi si dichiarano sempre più infelici.
È il paradosso da cui parte l’analisi dell’economista Sam Peltzman, secondo cui dopo la pandemia di covid il livello di felicità negli Stati Uniti è precipitato in modo improvviso e senza precedenti storici. I sondaggi raccontano un paese depresso, pessimista e sfiduciato.
Questa distanza tra i dati e la percezione collettiva negative spinge da tempo esperti e commentatori a cercare una spiegazione. Su Substack Derek Thompson ha scritto che le ipotesi avanzate sono diverse e tutte abbastanza condivisibili, ma nessuna del tutto convincente. C’è chi attribuisce il malessere al declino della religione e all’avanzata del secolarismo individualista: una società che rinuncia al senso di comunità insito nella religione e meno spirituale sarebbe inevitabilmente più fragile. Ma il processo di secolarizzazione negli Stati Uniti va avanti da decenni, mentre il crollo della felicità è improvviso e coincide con il 2020.
Altri puntano il dito contro le disuguaglianze economiche e il capitalismo statunitense, meno regolamentato che altrove. Questa spiegazione ha molto di vero, ma ha dei limiti: negli anni successivi alla pandemia i salari più bassi sono cresciuti più rapidamente di quelli alti, e molte famiglie hanno migliorato il proprio reddito. Inoltre il calo della soddisfazione personale colpisce soprattutto gruppi relativamente privilegiati: bianchi, laureati, persone anziane.
La terza grande accusa ha a che fare con gli smartphone, i social media e il clima tossico che si è creato online. L’uso dei telefoni e dei social media è certamente associato all’aumento di ansia e depressione, soprattutto tra i giovani, ma anche in questo caso il problema precede di molto il 2020. Lo stato di salute psicologica dei giovani peggiora da almeno quindici anni, mentre il tracollo registrato nei sondaggi è stato più rapido e generalizzato. I social media, insomma, possono aver aggravato la situazione, ma non bastano a spiegare da soli il fenomeno.
I tragici anni venti
Secondo Thompson, per capire davvero i “tragici anni venti” di questo secolo bisogna partire da una constatazione semplice: la pandemia non è mai finita davvero. L’emergenza sanitaria è superata, ma ha lasciato dietro di sé una lunga coda economica e psicologica. L’inflazione è diventata il simbolo di questa crisi permanente. Anche se gli indicatori ufficiali mostrano un rallentamento dei prezzi, le famiglie percepiscono soprattutto l’accumulo degli aumenti: case, affitti, cibo, ristoranti, servizi. Negli Stati Uniti i prezzi sono cresciuti negli ultimi cinque anni a una velocità tripla rispetto a quanto la popolazione fosse abituata. La sensazione diffusa è che tutto stia diventando improvvisamente inaccessibile.
Paradossalmente, perfino la piena occupazione contribuisce al malcontento. Con il mercato del lavoro forte e i salari più bassi in crescita, molti servizi costano di più. Le famiglie benestanti, abituate ad avere manodopera a basso costo per assistenza, ristorazione o cura dei figli, vedono aumentare drasticamente le spese quotidiane. Questo produce una percezione di impoverimento anche tra chi, in realtà, continua a stare bene dal punto di vista economico.
Il confronto internazionale rafforza questa interpretazione. Secondo il World happiness report, un rapporto annuale pubblicato dalle Nazioni Unite che misura il livello di felicità e benessere percepito nel mondo, il calo della felicità è particolarmente forte nei paesi anglosassoni – Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia – mentre in paesi come Italia, Spagna e Portogallo il benessere soggettivo è perfino aumentato in questo decennio. Secondo Thompson una delle differenze principali riguarda proprio l’inflazione: i paesi mediterranei hanno registrato aumenti dei prezzi più contenuti rispetto al mondo anglosassone.
Ma non è solo una questione economica. L’autore sostiene che il malessere derivi anche dalla percezione di vivere immersi in una crisi permanente. Dopo il covid sono arrivati la guerra in Ucraina, i conflitti in Medio Oriente, il cambiamento climatico, l’ansia per l’intelligenza artificiale, la polarizzazione politica e un clima mediatico sempre più negativo. “E tutto questo è avvenuto in un periodo in cui Donald Trump aleggiava sulla scena politica come una sorta di spettro soprannaturale: per circa metà del paese incarnava la minaccia imminente del fascismo, mentre per l’altra metà rappresentava una specie di salvatore laico venuto a difendere i valori tradizionali dalla presunta deriva demoniaca della sinistra”. Gli statunitensei vivono nella sensazione continua che il mondo stia peggiorando e che ogni giorno porti una nuova emergenza.
A tutto questo si aggiunge un tratto tipico delle società anglosassoni: l’individualismo. La fiducia nelle istituzioni e negli altri è crollata, mentre aumenta il tempo trascorso da soli, spesso davanti agli schermi. Gli americani trascorrono oggi una quantità di tempo senza precedenti da soli, oltre a una quantità anomala di tempo dentro casa. Le relazioni sociali sono sostituite da interazioni online dominate da rabbia, conflitto e sfiducia. In assenza di comunità solide, amicizie stabili e legami collettivi, le crisi diventano più difficili da assorbire.
Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.
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