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Come si orchestra la lotta alla povertà

Un concerto dell’Orquesta Sinfónica Simón Bolívar all’apertura del vertice della Comunità di stati latinoamericani e dei Caraibi (Celac) a Caracas, Venezuela, il 2 dicembre 2011 (Ariana Cubillos, Ap/Lapresse)

Agli ultimi Grammy, i premi che celebrano l’industria musicale globale, gli occhi e le orecchie erano puntati sulle star del momento, e forse è passato in sordina un nome, quello dell’Orquesta Sinfónica Simón Bolívar, diretta da Gustavo Dudamel. Per il compositore venezuelano non era la prima candidatura, ma era la prima per l’orchestra che lo aveva cresciuto e lanciato. Dietro non c’è soltanto un disco (la registrazione del Boléro di Maurice Ravel), ma mezzo secolo di storia. Una storia che comincia in un garage di Caracas e che si chiama El Sistema.

El Sistema nasce nel 1975 da un’intuizione semplice quanto ambiziosa: usare la musica orchestrale per combattere la povertà. Si basa sui núcleos, centri comunitari sparsi in tutto il Venezuela, che forniscono gli strumenti gratuitamente e sono aperti a chiunque. Ogni nucleo di solito ospita almeno una o due orchestre e altri gruppi; bambini, bambine e adolescenti, dopo la scuola, passano lì le ore a suonare insieme, sei giorni alla settimana. Non si tratta solo di affinare la tecnica: si impara a stare in orchestra, a respirare con gli altri, si condividono responsabilità.

Il progetto partì in un parcheggio di Caracas con una manciata di ragazzi, grazie a José Antonio Abreu, compositore, economista e all’occorrenza politico. In pochi decenni diventò una rete nazionale con centinaia di centri e, secondo i dati dell’organizzazione, oltre un milione di partecipanti. Nel 2007, con il debutto ai Proms di Londra dell’Orquesta Sinfónica Juvenil Simón Bolívar guidata da un Dudamel poco più che ventenne, il mondo scoprì quel laboratorio venezuelano. Le giacche con i colori della bandiera, i bis travolgenti, l’energia collettiva indicavano che la musica classica poteva ritrovare un futuro popolare e giovane.

Da allora El Sistema è stato imitato in decine di paesi. Ha prodotto direttori di fama internazionale, ha riempito le grandi sale da concerto. Ha offerto al Venezuela un’immagine alternativa, lontana dal petrolio, dalle reginette di bellezza, dalla crisi economica e dall’instabilità politica. Per molti, è stato l’emblema di un riscatto possibile.

Un’immagine falsa

Ma il programma è stato anche contestato. È in gran parte controllato dallo stato e dipende direttamente dall’ufficio del presidente. Con l’ascesa del chavismo, ha garantito il prestigio internazionale che il governo cercava. L’orchestra ha suonato per cerimonie governative; Dudamel e Abreu erano spesso fotografati accanto ai leader venezuelani (anche se nel 2017, dopo l’uccisione di due giovani musicisti del Sistema durante le proteste antigovernative, Dudamel ha preso pubblicamente posizione contro la violenza).

Per alcuni, come la pianista venezuelana Gabriela Montero, il programma aiuta a “ripulire” l’immagine di un regime autoritario.

Le contestazioni non si fermano alla politica. Studi indipendenti hanno messo in dubbio l’effettivo impatto sociale del programma, sottolineando che la percentuale di bambini provenienti dalle fasce povere è più bassa di quello che vorrebbe la retorica dell’inclusione. Nel 2021 sono emersi casi di molestie e abusi all’interno dei núcleos. Ex studenti hanno parlato di una cultura della disciplina spinta fino all’intimidazione.

Eppure El Sistema continua a essere per i venezuelani una delle poche storie di orgoglio nazionale. E l’Orquesta Sinfónica Simón Bolívar, che ha perso il juvenil (giovanile) nel nome perché diventata adulta insieme ai suoi musicisti, è la sua espressione più riconoscibile. La candidatura ai Grammy non risolve le ambiguità che accompagnano la sua storia. Semmai aggiunge un capitolo.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.

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