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La generazione Z contro la remigrazione

Lo striscione della manifestazione contro il razzismo e la xenofobia a Roma, in Italia, il 13 giugno 2026 (Matteo Minnella, Reuters/Contrasto)

Quattromila persone hanno partecipato alla manifestazione nazionale promossa dal comitato “Remigrazione e riconquista” il 13 giugno a Roma, nel quartiere Prati, da piazza della Libertà a piazza Risorgimento. Organizzato dai “fascisti del terzo millennio” di Casapound, il corteo si è svolto tra saluti romani, bandiere tricolori, cori contro gli immigrati e contro gli antifascisti.

La manifestazione è stata il culmine di una campagna di raccolta firme per la “remigrazione”, cominciata lo scorso settembre e promossa dallo stesso gruppo neofascista che ha presentato una legge d’iniziativa popolare per deportare in massa sia i migranti irregolari sia le persone di origini straniere considerate “non assimilabili”.

Luca Marsella di Casapound al microfono spiega che “vogliamo mandare via gli irregolari e anche i regolari perché non siamo politicamente corretti”. Al corteo hanno partecipato gruppi storici della galassia neofascista: skinhead veneti, la rete dei patrioti, militanti arrivati da tutta Italia. Alcuni giornalisti che hanno documentato la manifestazione sono stati attaccati o allontanati. Quando da un palazzo una signora si è affacciata, sventolando una bandiera tricolore, i militanti hanno risposto con il braccio alzato e inneggiando al duce.

Marsella, ex consigliere comunale di Ostia, è diventato il leader della formazione extraparlamentare ed è il presidente del Comitato remigrazione e riconquista. Prima alla testa del corteo, poi sul palco, se l’è presa con i parlamentari di opposizione che il 30 gennaio hanno occupato la sala stampa della camera dei deputati per impedire che Casapound presentasse ai giornalisti la sua proposta di legge sulla remigrazione da un’aula del parlamento.

“Abbiamo raccolto 150mila firme, se provassero a fermarci quando la depositeremo, chiamerò tutti voi ad assaltare il parlamento”, grida Marsella. E non risparmia nemmeno il generale Roberto Vannacci, che nello stesso momento a Roma sta lanciando l’assemblea costituente del suo partito Futuro nazionale. “Non abbiamo bisogno di generali”, dice Marsella.

Nelle stesse ore, da piazza della Repubblica a San Giovanni, sono scesi in piazza in un altro corteo i gruppi no-choice, estremisti cattolici tra i promotori del family day e antiabortisti. Secondo gli organizzatori, erano migliaia.

Ma il corteo più partecipato e variegato è stato quello che in contemporanea ha sfilato in opposizione sia al progetto delle deportazioni sia a quello degli antiabortisti. Dalle 15 alle 19 tra il Colosseo e piazza Vittorio, più di ventimila persone sono scese in piazza contro il razzismo, la xenofobia e la proposta delle deportazioni di massa con lo slogan “fuck remigration”.

Nel primo sabato di giugno con temperature da piena estate, sono stati migliaia i ragazzi e le ragazze della generazione Z arrivate nel centro di Roma da tutta la città per rifiutare il progetto xenofobo dell’estrema destra. Non c’erano bandiere di partiti o associazioni, ma solo quelle antifasciste e di gruppi locali dal Tufello al Quarticciolo, dal centro sociale Acrobax a Non una di meno. “Il mondo è di chi si muove”, è stato lo striscione calato da un palazzo di piazza Vittorio. “Nostra patria è il mondo intero”, “Remigriamo i fascisti”, “Viva l’Italia antifascista”, “Provita remigra tu”, alcune delle scritte su cartelli e striscioni portati dai manifestanti.

Si notava l’età giovane dei manifestanti, gli stessi che erano in prima linea nelle manifestazioni dell’autunno scorso per Gaza. Una rappresentanza dei collettivi studenteschi di Osa e Cambiare rotta alla fine della giornata ha partecipato a un’azione davanti al ministero dei trasporti, scaricando letame e dando fuoco a una ruspa di cartone, simbolo delle politiche anti-immigrazione del ministro dei trasporti Matteo Salvini, leader della Lega.

Solo l’inizio

“È stato un grande successo di tutte quelle realtà cittadine che da decenni costruiscono una città aperta, inclusiva. Un corteo di più di ventimila persone: non c’è bisogno di commentare la disparità di numeri. Al corteo antifascista hanno aderito centinaia di associazioni: Cgil, Arci, Anpi. E anche il coordinamento antifascista cittadino che denuncia le continue aggressioni di stampo neofascista in città”, ha commentato Roberto Iovino della Cgil, tra gli organizzatori dell’evento. “Ci sembra chiaro che questo slogan della remigrazione nasconda la peggiore destra neofascista, come poi le immagini dei saluti romani al corteo di Prati hanno dimostrato. Il messaggio di tante ragazze e ragazzi antifascisti scesi in piazza è che non c’è agibilità per chi voleva fare una nuova marcia su Roma”, conclude Iovino.

“Quando un mese fa abbiamo pensato di organizzare una manifestazione antifascista contro il corteo nazionale del comitato Remigrazione non immaginavamo che la risposta potesse essere così impressionante, più di ventimila persone in piazza in un caldo pomeriggio di giugno che decidono di schierarsi”, aggiunge Cristiana Gallinoni del Centro sociale Loa Acrobax di Roma. “Nonostante il populismo avanzi su più fronti, nonostante i contenuti pericolosi di diverse componenti presenti a Roma sabato – i no-choice, il comitato Remigrazione e riconquista e l’assemblea costituente di Futuro nazionale –, nonostante tutto questo generazioni diverse sono scese in piazza sabato, con linguaggi nuovi e diversi. Questo ci dice che esiste un’Italia solidale, che accoglie, che ha chiari i valori fondamentali della costituzione”.

Il corteo “Fuck remigration” è stato convocato dagli spazi sociali cittadini, si è allargato ai collettivi delle scuole superiori e delle università e poi è arrivato a coinvolgere tutto l’associazionismo con le sigle storiche dell’antirazzismo romano. “Hanno partecipato anche i gruppi che normalmente si mobilitano per celebrare il 25 aprile nei quartieri a est e a sud di Roma. Abbiamo capito che avevamo una responsabilità: rompere la normalizzazione di certi contenuti di stampo neofascista. Prima abbiamo chiesto che non fosse data l’autorizzazione per la manifestazione sulla remigrazione, poi abbiamo occupato le piazze che loro avrebbero voluto prendersi. Da questo nasce il corteo del 13 giugno”, conclude Gallinoni.

“Non si vedeva una manifestazione così grande sui temi della migrazione e del razzismo da molto tempo”, aggiunge Stefania N’Kombo José Teresa dell’associazione antirazzista Lunaria. “Ma è solo l’inizio, perché le norme appena entrate in vigore – come il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il regolamento rimpatri e il ddl immigrazione ancora in discussione in parlamento – vanno nella direzione indicata da chi sostiene la remigrazione”.

La parola remigrazione è da anni al centro degli slogan delle estreme destre europee e globali, ma di recente sta entrando anche nei discorsi dei leader politici italiani. Letteralmente vuole dire: “migrazione all’indietro”, ma di fatto indica il “ritorno forzato al paese d’origine” o la deportazione in paesi che non sono affatto quelli d’origine delle persone cacciate, ma stati con cui queste non hanno nessun legame.

Il termine è usato dai gruppi dell’estrema destra per supportare la teoria del complotto della sostituzione etnica, o grande sostituzione, e mascherare con un eufemismo la deportazione, cioè una pratica illegale in Europa che prevede il trasferimento forzato di persone in maniera arbitraria in altri paesi. In Italia remigrazione è stato uno dei neologismi segnalati dalla Treccani nel 2025 .

La fortuna del termine si deve alla rete dei movimenti identitari dell’Europa centrale. All’inizio è stato usato in Francia negli anni novanta, poi ripreso dai tedeschi di Alternative für Deutschland (AfD) nella campagna elettorale del 2023. Ma si è diffuso soprattutto quando Donald Trump l’ha usato nella sua campagna elettorale contro Kamala Harris.

In Europa l’ideologo di questa rete è l’austriaco Martin Sellner, autore di un libro uscito in Italia con il titolo Remigrazione, una proposta, pubblicato a settembre del 2025 da una casa editrice toscana vicina a Fratelli d’Italia.

Nei fatti per ora la “remigrazione” sarebbe impraticabile, perché la deportazione è contraria alle leggi fondamentali nei paesi europei, ma il tentativo è alzare sempre un po’ di più l’asticella di ciò che si può discutere e si può fare nelle politiche dell’immigrazione. In questo senso l’approvazione del regolamento rimpatri al parlamento europeo sarebbe una vittoria politica per questi gruppi.

Il nuovo regolamento infatti prevede la costruzione di centri di detenzione in paesi non europei dove trasferire con la forza persone straniere senza documenti in regola che non possono essere rimpatriate dall’Europa, un progetto simile a quello attuato nell’ultimo anno da Donald Trump negli Stati Uniti.

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