Il cinema palestinese oggi appartiene alle registe
Le registe Annemarie Jacir, Cherien Dabis, Lina Soualem, Farah Nabulsi e Kaouther Ben Hania, per citare solo le più note, hanno prodotto negli ultimi due anni dei film quasi impossibili, per le condizioni in cui sono stati realizzati e poi fatti circolare. “Date le circostanze l’esistenza del cinema palestinese è in sé notevole”, notava Hamid Naficy una ventina d’anni fa in Dreams of a nation: senza finanziamento nazionale, pochi tecnici e tutti i limiti materiali legati all’occupazione israeliana. Negli ultimi due anni, questi ostacoli sono decuplicati.
La prima barriera è di ordine prettamente logistico: “Non volevo che il mio film diventasse un rifugiato come me”, dice Annemarie Jacir. Nel suo Palestina 36 risale alla grande rivolta araba e quindi agli scioperi palestinesi contro la violenza coloniale britannica nel 1936, ben prima della Nakba. Per ambientarlo ha ricostruito un villaggio abbandonato vicino a Ramallah: ha fatto ripiantare i campi di cotone e di tabacco dell’epoca, ha anche ricostruito la fucina del villaggio. Le riprese dovevano cominciare il 17 ottobre 2023, ma non ha più potuto accedere al villaggio ricostruito per via dei posti di blocco.
Cherien Dabis ha raccontato a Internazionale quanto tempo ha passato a fare sopralluoghi e a includere tecnici del posto in Palestina per il suo film All that’s left of you, per poi dover girare a Cipro e in Giordania e licenziare, con il cuore infranto, gli operatori palestinesi a cui era impedito viaggiare.
Farah Nabulsi ha ripercorso l’impresa logistica, le perdite finanziarie ma soprattutto le difficoltà emotive per finire il suo The teacher : “La storia del film è ambientata in una dura realtà, che è la stessa realtà in cui stai girando, quella che si svolge intorno a te in tempo reale. È stato il momento più duro della mia vita”. Il film inizia con dei coloni israeliani che bruciano il campo di ulivi di Burin, vicino a Nablus. Un incendio provocato da coloni c’è stato anche durante il film. La realtà in cui la produzione ha lavorato ha superato spesso la finzione in un terribile gioco di specchi.
Uno sguardo diverso
In tutti i film di queste registe, le donne sono in ricerca di emancipazione sociale o anticoloniale, spesso in parallelo, come una delle protagoniste di Palestina 36, la scrittrice Khulud, che si veste da uomo e fa la giornalista; o come la nonna contadina interpretata da Hiam Abbass, che preferisce morire piuttosto che lasciare casa agli inglesi. Abbass è originaria del villaggio di Deir Hanna, vicino a Tiberiade, che si trova in Israele. È famosa a livello internazionale per il suo ruolo nella serie tv Succession, ed è stata anche ritratta da sua figlia Lina Soualem nell’intimo Bye bye Tiberias, dove apre gli album di foto della sua famiglia (quattro generazioni di donne palestinesi).
Se tutti film i citati mettono in discussione le basi del patriarcato, portano allo stesso tempo uno sguardo sugli uomini palestinesi interno alla cultura locale. Cherien Dabis racconta tre generazioni di uomini: nonni affettuosi, padri dolcissimi e all’apparenza anche deboli, amanti generosi. Uomini che prendono le armi, ma anche uomini non violenti, complessi, certamente agli antipodi delle rappresentazioni imposte da più parti, in cui la rappresentazione degli uomini palestinesi ha poco spazio per ruoli diversi da quello del terrorista o della vittima.
Infine, questi film sono tutti corali. Lina Soualem racconta l’emancipazione e il percorso di sua madre Hiam Abbass da Tiberiade a Hollywood insieme a sua nonna e alle sue zie. La voce di Hind Rajab è centrata sull’intera squadra della Mezzaluna rossa palestinese che ha provato a salvare la bambina di cinque anni colpita da 335 pallottole. Palestina 36 è un film-epopea che rifiuta l’eroe unico e si sviluppa intorno a una moltitudine di personaggi: dalla borghesia urbana palestinese – in tarbush ottomano – ai contadini in kefiah.
Gestire la narrazione
La distribuzione di un film palestinese rischia di essere estremamente complicata. La voce di Hind Rajab, che ha vinto il Leone d’argento alla mostra del cinema di Venezia, non trovava distributori.
In certi casi può essere perfino vietata, come in India o in Israele. Negli ultimi due anni, la diffusione di questi film è stata possibile anche grazie a un’ondata di solidarietà del cinema internazionale. Attori come Javier Bardem o Mark Ruffalo si sono fatti produttori esecutivi per sostenere All that’s left of you, e attori del livello di Brad Pitt e Joaquin Phoenix sono venuti in sostegno di La voce di Hind Rajab. In Palestina 36, due attori britannici famosi nel mondo come Jeremy Irons e Liam Cunningham recitano e impersonano il tradimento e la violenza coloniale inglese.
Se molte case di produzione palestinesi sono direttamente gestite da donne, come Odeh Films, Idiom Films o i Philistin Films di Annemarie Jacir, la casa di produzione Watermelon Productions lanciata nel 2024 ha permesso a tutti i film citati di trovare il più largo pubblico possibile. I due fratelli palestinesi Ali e Hamza Badie hanno prodotto e distribuito i film che nessuno osava produrre. Il loro slogan è “From the river to the screen, Palestine will be seen” (dal fiume allo schermo, la Palestina di si farà vedere); una narrazione alternativa alle rappresentazioni di Hollywood ha trovato i suoi produttori, nella diaspora palestinese in America.
Il ruolo delle donne nel cinema palestinese è storicamente “indiscutibile”, spiega il sito Tasharuk: ma dagli anni duemila “più della metà dei film realizzati in Palestina sono fatti da donne. In nessun’altra parte del mondo c’è una proporzione simile: 4 per cento a Hollywood, 18 per cento in Europa e 11 per cento in Israele”. E negli ultimi due anni, i film che queste donne sono riuscite a fare nonostante tutto fanno di loro delle vere eroine del cinema.
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