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Quando una diagnosi nasconde la violenza

Icaro Tuttle

Quando nel marzo del 2024 il fratello di Mara Favro ha denunciato la scomparsa della sorella alla procura di Susa, il caso è stato classificato come allontanamento volontario e le ricerche sono cominciate tardi, solo dopo il coinvolgimento dell’avvocato dell’associazione Penelope, che si occupa di persone scomparse.

Il corpo di Favro è stato trovato un anno dopo, in un bosco di Gravere, in val di Susa, non lontano da dove era stata vista l’ultima volta. Per la sua morte non è stato incriminato nessuno: la procura ha archiviato il caso come allontanamento volontario e suicidio.

“Mara Favro aveva una diagnosi di disturbo bipolare, in paese era conosciuta come una persona con problemi mentali, che aveva avuto episodi psicotici e, nonostante i solleciti della famiglia, in particolar modo del fratello, le indagini e quindi la richiesta di acquisizione dei tabulati telefonici e il controllo delle immagini delle telecamere di sorveglianza sono avvenute molto tardi”, spiega Anna Bardazzi, giornalista esperta di casi di femminicidio che ha seguito la vicenda di Favro e l’ha raccontata in una puntata del suo podcast, realizzata in collaborazione con la famiglia.

Quando è stato ritrovato il corpo, nel 2025, ormai era difficile risalire alle cause della morte e questo ha portato all’archiviazione, “che è stata formulata anche in base alla sua condizione psichiatrica, per giustificare l’ipotesi suicidio”, sostiene ancora Bardazzi.

Quanti casi di donne scomparse seguono lo stesso percorso? Quante donne vittime di violenza maschile trovano più ostacoli nel percorso di fuoriuscita e di denuncia a causa di una valutazione psichiatrica o una diagnosi di disabilità?

I dati disponibili sul fenomeno della violenza contro le donne in Italia non sono abbastanza dettagliati da mostrare cosa succede in questi casi. Nell’ultima indagine dell’Istat sulla violenza di genere, pubblicata nel novembre 2025, ci sono informazioni sulle donne con disabilità o con problemi di salute, e già quei numeri dicono più di quanto si poteva documentare in passato.

Tra le intervistate, il 36,1 per cento delle donne con problemi di salute ha subìto violenze fisiche o sessuali nel corso della vita, rispetto alla media nazionale del 31,9 per cento. La percentuale sale al 39,4 per cento per le donne con limitazioni gravi dell’autonomia. E per quanto riguarda la violenza psicologica del partner la media nazionale è del 3,5 per cento, mentre per le donne con problemi di salute o malattie croniche sale all’8,3 per cento.

Secondo Rosalba Taddeini, responsabile dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne con disabilità coordinato dall’associazione Differenza donna, questi dati presentano altri problemi: “Se le interviste sono fatte al telefono, come si intercettano le donne sorde? O quelle con disabilità cognitiva? Se a rispondere sono i caregiver (gli assistenti familiari), potrebbe trattarsi delle stesse persone autrici della violenza. L’indagine non dà dettagli sufficienti sul metodo”.

E sulla salute mentale i dati si fermano. Non ci sono rilevazioni specifiche sulle donne con una diagnosi psichiatrica, né nelle indagini dell’Istat né nell’analisi più approfondita mai condotta sui femminicidi in Italia, quella sulle sentenze dei casi di femminicidio tra il 2017 e il 2018 prodotta dalla seconda commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi.

Quello che troviamo nel documento della commissione però è un’altra conferma dei pregiudizi sulle dinamiche della violenza maschile nei confronti delle donne con disabilità: la commissione ha esaminato 211 casi e 79 archiviazioni. La maggioranza di queste archiviazioni, il 73 per cento, è stata dichiarata nei casi in cui l’autore si è suicidato dopo l’omicidio, e nei provvedimenti analizzati l’omicida è descritto come qualcuno che “si prendeva cura” della vittima.

Le motivazioni ricorrenti parlano di volontà di “liberarla dalla malattia”, di incapacità di tollerare le sue sofferenze, di esaurimento delle forze necessarie per accudirla. La violenza viene riscritta come gesto estremo di “un caregiver sopraffatto”, una giustificazione che non trova riscontro nelle norme nazionali e internazionali sulla violenza di genere, come la Convenzione di Istanbul, secondo cui le persone disabili sono vittime particolarmente vulnerabili. Nell’analisi della commissione, in questo tipo di femminicidi il tribunale non indaga su eventuali violenze pregresse o segnali di prevaricazione.

Si comincia dall’esclusione

“La violenza si fonda su una disuguaglianza di potere, e quando la vittima ha una disabilità intellettiva o una patologia psichiatrica quella disuguaglianza viene immediatamente sfruttata, il maltrattante lo sa”, afferma Laura Stoppa, psicoterapeuta e responsabile scientifica del progetto Il fior di loto a Torino. Il progetto è nato nel 2014 da una collaborazione tra l’associazione Verba e il capoluogo piemontese, e offre un ambulatorio ginecologico e un servizio antiviolenza per persone con disabilità.

“L’ambulatorio è uno spazio in cui il corpo viene visitato, e diventa quindi un luogo in cui certi segni possono essere visti da occhi attenti”, spiega ancora Stoppa. È stato proprio con la “scusa” di una visita ginecologica che una donna si è presentata all’ambulatorio per chiedere aiuto: il suo assistente personale la maltrattava, e quando beveva troppo la lasciava senza cure primarie, in una condizione di assoluta impotenza.

Da quel caso il servizio antiviolenza dedicato alle persone con disabilità si è strutturato progressivamente, aggiungendo psicologhe, educatori, avvocate esperte e costruendo reti con i servizi del territorio. Lo sportello antiviolenza è aperto anche agli uomini, “ma la maggioranza degli accessi è fatta dalle donne”, conferma Stoppa.

Per la psicoterapeuta bisognerebbe parlare di “abilismo e di discriminazione intersezionale”, perché “l’abilismo, come costrutto sociale al pari del razzismo e dell’omotransfobia, esclude e svaluta le persone con disabilità a livello strutturale. Questa esclusione – il non essere vista, il non essere considerata – diventa la base su cui poi si innestano tutte le forme di violenza. E quando una donna interiorizza l’abilismo, smette perfino di riconoscere i propri diritti o di accorgersi di ciò che sta vivendo”.

Eva (nome di fantasia) mi ha scritto attraverso un modulo online anonimo per far conoscere la sua storia. Dice di aver assistito a scene di violenza in casa da quando era bambina, ma di non aver mai detto niente a nessuno perché i genitori sono i suoi principali caregiver: “Non so dove finirei se mi togliessero dai miei genitori. Le ore di assistenza personale sono risicate e non posso denunciare né andarmene di casa”.

La possibilità che esistano situazioni come questa rivela chiaramente le difficoltà in cui una donna con disabilità può trovarsi quando chi esercita la violenza è la stessa persona che dovrebbe assisterla.

Taddeini racconta di aver seguito il caso di una donna con disabilità cognitiva, di 27 anni, che aveva subìto ripetute violenze sessuali: “La psicologa che la seguiva ascoltava il suo racconto e pensava che dovevano essere fantasie, perché il modo in cui ricostruiva la violenza appariva irrealistico e non corrispondeva a quello che fa di solito chi subisce un abuso”.

Quando è stato ricostruito il quadro complessivo attraverso gli accessi al pronto soccorso, il responsabile delle violenze è stato condannato, con accuse di abusi anche nei confronti di un ragazzo di quindici anni e di una ragazza di venti.

Il lavoro dell’osservatorio, dice Taddeini, è cominciato nel 2008, quando si è resa conto, anche come persona portatrice di una disabilità, di un doppio vuoto: i movimenti per i diritti delle persone con disabilità si occupavano quasi esclusivamente di uomini, e i movimenti delle donne non prendevano in considerazione la disabilità.

Oggi l’osservatorio riceve richieste di aiuto da tutta Italia, spesso attraverso canali informali, assistenti sociali che scrivono sulla pagina Facebook dell’associazione, operatori che chiedono interventi urgenti da altre regioni. “Le donne con disabilità che hanno chiesto più aiuto ai nostri centri erano proprio le donne con diagnosi psichiatrica”, conferma.

Il meccanismo che impedisce il riconoscimento delle situazioni di abuso e violenza è sempre lo stesso: “Nelle persone con disabilità vediamo solo la disabilità. Non riusciamo a vederle in quanto donne, persone discriminate, vittime di violenza. E questo porta a forti disuguaglianza”. Il timore di essere esposte a violenze inoltre tiene lontano le donne disabili da eventuali impieghi: “Le donne sorde ci raccontano di aver paura di poter diventare vittime di abusi perché non possono urlare se vengono aggredite”.

Ritrovare le parole

Quando l’etichetta viene prima della donna e prima delle sue parole, le istituzioni rischiano di dare la priorità alla condizione clinica della donna rispetto al suo vissuto di violenza.

“Mi definirono ‘teatrale’ nei miei atteggiamenti e nessuno mi consigliò di denunciare. Anzi, continuavano a usare la parola relazione, ma io non ho mai avuto una relazione con il mio capo”. A parlare è Nina (nome di fantasia), che oggi ha venticinque anni, un lavoro, una vita fuori dall’Italia, ma che dello stigma legato alla salute mentale è stata vittima proprio quando avrebbe avuto bisogno di sostegno e riconoscimento.

Durante l’adolescenza Nina aveva sofferto di disturbi alimentari, anoressia nervosa e sindrome da stress post-traumatico a causa di una situazione di violenza a cui aveva assistito in famiglia. A quindici anni era stata ospedalizzata e presa in cura da un team di psichiatri. A diciotto anni aveva deciso di lasciare la scuola a causa della sua fragilità mentale e aveva trovato lavoro come dialogatrice in un’agenzia di raccolta fondi per enti non profit.

Viaggiava molto ed è stato durante uno di quei viaggi che ha subìto violenza dal suo responsabile, un uomo che all’epoca aveva 28 anni. “Non mi credette mia madre, non mi credettero i medici. Il fatto di aver assistito a episodi di violenza nella mia famiglia era il motivo per cui ero in cura, ma ora diventava la spiegazione di quello che dicevo di aver subìto. Mi dicevano che avevo ‘la testa piena di queste cose’”, ricorda Nina.

La mancata denuncia rimane come un vuoto da colmare per lei in questa storia, un’azione che poteva compiersi e “cambiare le cose”, forse “produrre dati utili”, si chiede mentre parliamo. In realtà ai tempi della violenza, nel 2018, non era ancora in vigore il Codice rosso, la legge che permette la denuncia fino a dodici mesi dopo la violenza, e quando Nina andò a fare i controlli medici erano passati già otto mesi. Il dubbio di avere colpe, di aver esagerato, le è rimasto per molto tempo.

Solo davanti a un’altra ragazza, vittima di violenza domestica, ha cominciato a rendersi conto di quello che le era successo, a ritrovare parole che l’aiutassero a descriverlo e a parlarne in un centro antiviolenza, dove si è sentita riconosciuta come una persona sopravvissuta a una violenza.

Nella storia di Nina l’incontro con il centro antiviolenza è arrivato per caso, anni dopo il fatto. La psichiatra che l’ha avuta in cura dopo gli accertamenti medici è stata tra le prime persone che le hanno sconsigliato di affrontare un percorso di denuncia e le hanno suggerito invece di occuparsi esclusivamente della sua salute mentale. “Mi ha rimessa in vita”, conferma Nina. Ma questo buco che si genera tra professionisti sanitari e il sistema antiviolenza è ancora lontano dall’essere colmato.

A creare un legame tra i vari servizi potrebbe essere il lavoro dei centri di salute mentale (Csm), strutture sparse nei territori che si occupano di prevenzione, cura e riabilitazione del disagio psichico.

“Difficilmente da noi arrivano raccontando la violenza, ma è capitato che nelle donne mandate da noi con una diagnosi di depressione emergesse poi una situazione di violenza domestica. A quel punto, se c’è un pericolo per il rientro a casa, ci si appoggia al pronto soccorso”, spiegano la dottoressa Tiziana Leone e l’infermiera Alessandra Ghione, coordinatrici dei centri di salute mentale di Giaveno, Susa e Avigliana dell’asl TO3 del Piemonte.

“Siamo noi infermieri ad accompagnare la persona al pronto soccorso, dove si attiva il codice rosa, un percorso di accesso riservato alle vittime di violenza. Solo che spesso, finita l’emergenza, si apre un vuoto”, spiega Ghione. Le persone in questa situazione sono spesso indirizzate verso strutture psichiatriche ordinarie, che però non sono attrezzate per elaborare un trauma da abuso: mancano i protocolli di sicurezza, mancano percorsi pensati per le vittime di violenza, “non è colpa delle strutture, sono state progettate per altro”.

E questo vale anche per le case rifugio per le donne maltrattate: in Italia nell’89 per cento dei casi una diagnosi di disagio psichiatrico è un criterio di esclusione dall’accoglienza. Nel frattempo “la donna resta in una condizione di grande fragilità, e chi è in scompenso psichico è anche più esposto al rischio di subire nuove violenze o sfruttamento”, aggiunge Ghione.

Per la dottoressa Leone “quello che serve è una risposta strutturale, con risorse dedicate, luoghi in cui la protezione e la cura psichiatrica vadano insieme. Senza questo, anche il lavoro eccellente fatto al pronto soccorso rischia di non servire a niente”.

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