Femminismi

Sciopero globale delle donne in 57 paesi per l’8 marzo.
Sciopero globale delle donne in 57 paesi per l’8 marzo. Le organizzazioni femministe hanno organizzato manifestazioni e cortei in tutti i paesi che aderiscono allo sciopero delle donne per denunciare la disuguaglianza di genere, la differenza salariale tra uomini e donne che si registra a parità di mansioni in tutti i paesi, gli ostacoli alla libertà riproduttiva delle donne, la violenza domestica e sessuale, il sessismo, l’omofobia e il razzismo.
Decidono le donne

Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà davvero una donna con un importante storia femminista e politica alle spalle, o i cittadini americani si ritroveranno al potere un candidato che passa le nottate a scrivere commenti sessisti su Twitter, come ha prospettato domenica mattina il giornalista Alessio Marchionna, di Internazionale?
La controversa candidatura di Hillary Clinton è stata al centro dell’incontro al Teatro Comunale, che ha visto protagoniste la scrittrice Rebecca Traister, la giornalista Ida Dominijannie la femminista Katha Pollitt, guidate nel confronto da Alessandro Marchionna.
Uno dei punti fondamentali del programma della Clinton è la battaglia sull’aborto: la candidata ha promesso in diverse occasioni che si impegnerà a renderlo più accessibile a tutti i ceti sociali, in modo da consentire la libertà di scelta anche alle donne più deboli economicamente. «Lo scontro sull’interruzione di gravidanza è uno spartiacque importante – ha dichiarato Katha Pollitt – è una linea di demarcazione tra uno stile di vita moderno, laico e femminista e un modo retrogrado di vedere la vita».
Oltre alle ovvie problematiche che comporterebbe l’illegalità dell’aborto, come la poca sicurezza dal punto di vista medico, e il conseguente stato di “fuori legge” per le donne che lo continuano a praticare, potrebbe anche essere motivo di profonda umiliazione per le donne che prendono questa decisione. Inoltre, è importante considerare che ad aver a che fare con queste difficoltà non sono solo mogli e donne accompagnate, ma sempre più donne single, il cui numero è in crescita di anno in anno secondo le statistiche, non solo in quelle americane. «Le battaglie femministe del secolo scorso – ha spiegato poi Rebecca Traister – hanno consentito alle donne della nostra generazione di vivere il matrimonio in maniera nuova». Non è più infatti quella rigida istituzione che consentiva alle donne di uscire dalla casa paterna e di entrare nell’età adulta, unico modo per cominciare a godere di una vita sessuale, costruire una famiglia, e assicurarsi una stabilità economica altrimenti impossibile: è solo una delle tante opzioni a disposizione delle giovani donne.

Pure Ida Dominijanni ha voluto ribadire l’importanza delle “nuove leve” del femminismo, che hanno raccolto un’eredità importante dalle antenate della cosiddetta “seconda ondata”, quella degli anni ‘60-’70, e si trovano a confrontarsi oggi con le conseguenze di questo scomodo passato. «È proprio perché abbiamo vinto la maggior parte delle nostre battaglie – ha spiegato la Dominijanni – che abbiamo a che fare con personaggi come Donald Trump. Lui è un movimento di reazione alla crescente libertà femminile, così come lo sono molti femminicidi. Ma in Italia abbiamo già vissuto tutto questo negli anni ‘90, con l’ascesa politica di Silvio Berlusconi show man e apparente esempio di self made men».
Le ha dato ragione anche Rebecca Traister, che ha sottolineato come Trump non sia altro che una personificazione del rancore di una parte della popolazione, quella che non ha mai accettato l’emancipazione di minoranze come le persone di colore e le donne: «Trump esiste perché esistono Obama e la Clinton», ha affermato. In effetti il presidente uscente, Barack Obama, rappresenta un elemento di rottura cruciale non solo in quanto primo presidente afroamericano, ma pure per la straordinaria importanza che ha dato, sia nella vita privata, sia in quella professionale, alle sue figure femminili di riferimento. «Obama prova un sentimento di sincera gratitudine per le donne della sua vita – ha affermato infatti Ida Dominijanni – ha sempre nutrito un certo orgoglio per la sua provenienza da generazioni di donne libere, considera la moglie Michelle “the rock of the family” e dimostra curiosità nei confronti delle figlie».

Un altro fulcro su cui si basa il programma di Hillary Clinton è l’affermazione del permesso parentale per le madri lavoratrici.
Come ha sottolineato Katha Pollitt, la maternità non deve essere un ostacolo nel progresso economico della donna, ma purtroppo il mantenimento di un figlio ha molto a che vedere con la consistenza dello stipendio. Forse, però, è sbagliato misurare i successi ottenuti dalle donne con lo stesso metro di quelli degli uomini, l’ha messo in evidenza Ida Dominijanni, che vede Hillary Clinton come la prova della possibilità, per le donne, di realizzare il proprio desiderio, qualunque esso sia. Ma la Clinton ha più volte anche diviso l’opinione pubblica, è una figura complessa: vero è che in un primo momento ha preferito il modello di famiglia tradizionale a una eventuale ascesa politica, ma, come ha ricordato Rebecca Traister, volendo essere onesti, non ha mai abbandonato la sua brillante carriera di avvocato. «Io lo chiamo “potere prossimale” - ha dichiarato la Traister – è quello che si ottiene per derivazione, quando capita di “succedere” a una figura maschile in un ruolo di potere. È triste, me ne rendo conto, ma è un primo passo che conta».
Già dalla sua candidatura, indipendentemente da quello che risulterà dal voto dell’8 novembre, si è assistito a un crescente numero di candidature femminili in posizioni di responsabilità, che rappresenta una nuova possibile classe dirigente, composta da donne che si affermano autonomamente e non per “potere prossimale”, per dirla con le parole di Rebecca Traister. «Anche io da giovane ero molto più combattiva – ha concluso Katha Pollitt – ma adesso dico: ragazze, dobbiamo prenderci quello che possiamo!».
Irene Lodi

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Secondo i mezzi d’informazione locali, Özgecan Aslan è stata violentata e uccisa dall’autista dell’autobus che la portava dall’università a casa. Grazie all’aiuto di due complici, l’omicida, identificato come Ahmet Suphi Altindoken, ha dato fuoco al corpo della ragazza per distruggere ogni possibile traccia dell’omicidio. I tre aggressori sono stati arrestati dalla polizia il 15 febbraio e hanno confessato l’omicidio.

Le organizzazioni per i diritti delle donne hanno chiesto al governo di Ankara di combattere questo tipo di reati e hanno accusato i politici del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) al governo di aver assecondato atteggiamenti misogini. Secondo queste associazioni, gli omicidi di donne sono aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni, fino a raggiungere i trecento casi nel 2014. Le Monde, Al Jazeera, Bbc

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