Non possedere nulla per avere tutto. Aspirare a ogni cosa, tranne che al possesso. Qualche giorno fa (anche se ora quel momento sembra lontanissimo) in parte per motivi di studio e in parte per mantenere una promessa talmente segreta anche a me stesso che il suo compimento non poteva che essere involontario, ho passato tre settimane insieme alla persona non binaria che amo in una piccola casa nascosta nella foresta verticale che collega Spoleto a Monteluco, percorrendo sentieri ombreggiati come tunnel scavati tra gli alberi o fiancheggiando la montagna, da dove potevamo ammirare quasi tutta la valle umbra, in un orizzonte striato da interminabili colline sbiadite dalla nebbia e costellate da case e uliveti.

Quel bosco sacro è conosciuto da secoli per le grotte in cui hanno cercato il conforto o l’illuminazione – oggi parleremmo di detox digitale e cura dal burn out – sant’Antonio da Padova, san Francesco e santa Chiara, che Francesco chiamava “frate Chiara” per superare la divisione di genere e accoglierla a tutti gli effetti nel primo ordine a cui papa Innocenzo III aveva concesso il “privilegio della povertà”, nel 1210.

Non possedere nulla per poter donare tutto. Il caso, insondabile, ha voluto che la piccola abitazione in cui abbiamo alloggiato fosse proprio quella che l’artista statunitense Sol LeWitt aveva ricostruito agli inizi degli anni ottanta del lontano ventesimo secolo, trasformandola in una grotta concettuale in cui, così come gli eremiti di altre epoche si rifugiavano dal trambusto di Roma o Gerusalemme, il pittore scacciava il chiasso di New York. Lasciare tutto per poter dipingere tutto.

Senza consumare
Scollegati per tre settimane dal flusso dell’eroina elettronica, non abbiamo consumato nient’altro che i colori mutevoli del paesaggio. Malgrado la loro intensità estetica, quelle giornate lontane dal capitalismo sono state molto diverse da quelle che trascorro oggi a Parigi, dove l’orizzonte non supera mai due incroci stradali e dove il cielo, ristretto dai gas lacrimogeni e dalla videosorveglianza, si chiude come una cripta digitale sul passante, tanto che gli risulta difficile ricordare che esiste.

Quelle giornate, inoltrandosi in una densità sensoriale che non si lascia catturare dal linguaggio psicocommerciale a cui il neoliberismo ci ha abituati, acquisivano poco a poco la qualità che hanno certi sogni, un amore impossibile o una paura inconfessabile, o ancora certi desideri che pur vivendo al chiuso del pensiero sono più reali delle esperienze che costituiscono la vita quotidiana. Non possedere nulla per avere tutto.

Liberi anche da ciò che i nostri contemporanei chiamano “femminilità” e “mascolinità” naturali

Riusciremo a lasciarci alle spalle il regime capitalista petro-sesso-razziale solo quando il piacere e la verità che esso ci promette ci sembreranno orribili e falsi. Ogni giorno, dopo aver trascorso quattro o cinque ore a leggere o a scrivere, abbandonavamo il bosco per dirigerci verso il paese. Per un’ora o due, fino al tramonto, diventavamo i proprietari del duomo di Spoleto. Tutto, assolutamente tutto, ci apparteneva. Le scale di via dell’Arringo scendevano fino all’immensa piazza che si apriva davanti a noi come un teatro scolpito nella pietra, sul cui proscenio si elevava il decoro bidimensionale della facciata medievale della cattedrale di Santa Maria.

La certezza inebriante e laica di possedere esteticamente il duomo, fuori da ogni rapporto di proprietà capitalista, era dovuta anche al fatto che mentre ci trovavamo sulla piazza e il sole precipitava su di noi, le schegge di luce sembravano confermare anche la più assurda della nostre intuizioni. Non abbiamo provato le stesse sensazioni alla basilica di Assisi, a meno di 80 chilometri di distanza. E questo non solo perché c’erano un’entrata e un’uscita ufficiali, oltre a un percorso delimitato da barriere e corde che imponevano una direzione alla visita, ma soprattutto perché, mentre eravamo assorbiti dagli affreschi di Giotto e Cimabue, venivamo travolti da ondate costanti di turisti che ci ricordavano come quel luogo non sia più davvero un tempio, ma una specie di esposizione, metà museo e metà Disneyland cattolica.

E invece a Spoleto – la piazza del duomo, la cattedrale, i suoi otto rosoni, il mosaico dorato che raffigura un ragazzo effeminato, una donna più giovane di suo figlio e il suddetto figlio che offre un libro al mondo – tutto questo, ogni pietra e ogni edificio di questa piazza e perfino il suono delle campane trasportato dal vento nella valle, ci appartenevano totalmente e interamente, almeno per qualche ora ogni giorno.

Dopo esserci tolti le scarpe e con il viso rivolto al sole, sotto il portico, possedevamo quel luogo con più autorità di quanta ne avremmo avuta se avessimo potuto usare una chiave per entrare e uscire liberamente. A volte mi sedevo sotto il portico per primo e guardavo “frate Chiara” scendere i gradini, con il suo giubbotto di pelle e i suoi stivali da motociclista, mentre il sole illuminava le sue spalle come fossero un rosone dorato. Padroni di tutto senza possedere niente, liberi anche da ciò che i nostri contemporanei chiamano “femminilità” e “mascolinità” naturali, pensavamo di aver ottenuto “il privilegio della povertà di genere”. Non possedere nulla per essere tutto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

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