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I migliori album del 2022

Kendrick Lamar. (Renell Medrano)

Il 2022 non è stato un anno esaltante per la musica internazionale. Sono usciti diversi dischi interessanti, ma nessuno di questi si è imposto sugli altri. Guardando alle classifiche dei tre anni precedenti, spuntano fuori titoli come Ghosteen di Nick Cave, When we all fall asleep, where do we go? di Billie Eilish, Fetch the bolt cutters di Fiona Apple o Promises di Floating Points e Pharoah Sanders (tra l’altro scomparso a settembre). Nel 2022 non c’è stato un album del genere. Nonostante questo, la musica di qualità non è mancata, anzi. Ecco la lista. In fondo all’articolo trovate una playlist di Spotify con due brani estratti da ognuno dei dieci album presenti nella classifica.

10. Electricity, Ibibio Sound Machine
Electricity è il frutto di un incontro felice tra due mondi creativi: quello degli Ibibio Sound Machine, band londinese che da anni mescola disco, elettronica, suoni dell’Africa occidentale e post-punk, e gli Hot Chip, che hanno prodotto questo disco. Il risultato finale è ottimo: ci sono singoli inattaccabili come il brano che dà il titolo al disco, ennesimo saggio di quanto la musica contemporanea sia debitrice al genio di David Byrne, ma anche Casio (Yak nda nda) e Protection from evil, che esalta la voce della cantante Eno Williams, nata nella capitale britannica ma cresciuta in Nigeria. Electricity ha qualche battuta d’arresto, ma nel complesso i picchi del disco gli fanno meritare un posto in questa classifica.

9. The line is a curve, Kae Tempest
Prodotto dallo storico collaboratore Dan Carey, The line is a curve è il primo disco da quando Tempest ha scelto il nome Kae e ha fatto coming out come trans/non binario, scegliendo di usare per sé il pronome neutro they/them. È un percorso di liberazione, come ha spiegato Tempest, che parte dall’isolamento e dall’alienazione descritta nel primo brano, Priority boredom, ma poi si apre alla comunità, all’incontro e all’amore, evocato ossessivamente nell’ultimo pezzo, Grace. Come ha scritto Tempest, è un disco “sul lasciarsi andare”. Forse anche per questo alla struttura del poema cantato, che aveva reso così potente il capolavoro Let them eat chaos, stavolta ha preferito una più canonica forma canzone e una maggiore varietà negli arrangiamenti. I testi, come al solito, sono bellissimi.

8. A light for attracting attention, The Smile
Dopo aver messo i Radiohead in naftalina (non sappiamo per quanto), durante il lockdown Thom Yorke e Jonny Greenwood hanno partorito una nuova creatura: si chiamano The Smile e sono un trio del quale fa parte anche il batterista jazz Tom Skinner, già nei Sons of Kemet di Shabaka Hutchings e in molti altri progetti. Il loro disco d’esordio per molte cose ricorda lo stile della casa madre, ma a tratti si discosta soprattutto dal punto di vista degli arrangiamenti (molto mininimalisti) e delle strutture ritmiche (oltre al ruolo di Skinner non è secondario quello di Yorke e Greenwood che si alternano al basso). I brani migliori sono quelli lenti, come Speech bubbles e Open the floodgates, oltre alla conclusiva Skrting on the surface, capace di far concorrenza alle migliori cose mai pubblicate da Yorke e Greenwood. Per il 2023 è atteso il secondo capitolo, sono curioso.

7. Aethiopes, Billy Woods
Nato a Washington, ma formatosi nel panorama del rap underground newyorchese, Billy Woods non è un rapper da copertina. Ma quest’anno ha pubblicato due dischi bellissimi: Aethiopes e Church. Il primo è forse il migliore dei due, ed è un cupo viaggio nelle sue memorie d’infanzia realizzato insieme al produttore Preservation, che lega la vicenda personale del rapper a quella della grande diaspora africana. È un album dai suoni arcaici, che fa poche concessioni al rap mainstream ma mantiene un grande fascino per quasi tutte le 13 tracce. Ci sono brani clamorosi come Haarlem, ispirata alla città olandese che diede origine al nome del famoso quartiere newyorchese, e Versailles, che cita Lo straniero di Albert Camus veleggiando su un campione reggae.

6. Feeding the machine, Binker & Moses
Dalla sempre fertile scena del jazz londinese è arrivato un altro disco del duo formato dal batterista Moses Boyd e dal sassofonista Binker Golding. Feeding the machine è ispirato e magmatico. Lunghi crescendo ipnotici (nell’ottimo brano di apertura, Asynchronous intervals) si mescolano a momenti dove il ritmo la fa da padrone (Accelerometer overdose). Se dobbiamo scegliere un disco jazz uscito da Londra nel 2022, non possiamo che puntare su questo.

5. Skinty fia, Fontaines D.C.
Era da tempo che un gruppo rock non raggiungeva un consenso trasversale di pubblico e critica come gli irlandesi Fontaines D.C. La giovane band di Dublino (D.C. sta per Dublin City) guidata dal cantante Grian Chatten è arrivata alla maturità con il suo terzo disco, intitolato Skinty fia, un’antica espressione irlandese che significa “la dannazione del cervo”. È un album malinconico, intriso di riflessioni sull’identità irlandese vissuta da espatriati a Londra. Musicalmente la band tende al citazionismo, a volte troppo, ma la personalità e i testi di Chatten elevano la qualità complessiva del gruppo. E potrebbero garantir loro una longevità che non era scontata all’inizio della carriera. Tutte le band rock del pianeta quest’anno avrebbero fatto carte false per tirare fuori un singolo come Jackie down the line.

4. Motomami, Rosalía
Motomami è una dichiarazione d’amore alla musica latinoamericana e caraibica. È un lavoro lontano da El mal querer, il disco che aveva trasformato Rosalía in una star mondiale grazie alla contaminazione tra pop e flamenco. Stavolta il genere di riferimento è proprio il reggaetón, a partire dal brano d’apertura Saoko, che campiona Daddy Yankee, e da Chicken teriyaki. “Il reggaeton non chiede scusa né permesso. Per questo mi sembrava perfetto per Motomami. È uno stile diretto e crudo, e le persone non sono abituate alle donne che parlano in modo diretto”, ha dichiarato la cantante. Ma nel disco finiscono anche altri generi, a partire dalla bachata e dalla salsa. Da segnalare anche alcune ballate niente male, come Hentai. Del flamenco non c’è quasi più nessuna traccia, a parte che in Bulerías, e si sente un po’ di nostalgia di certe atmosfere di El mal querer, che suonava più spontaneo rispetto a Motomami. Certe vette emotive, come quella di Malamente, stavolta non si raggiungono. Rosalía del resto ha deciso di trasformarsi, come una farfalla, l’animale simbolo del disco. Forse ha perso per strada un po’ di intensità, ma il suo percorso è evidente: ormai è una star globale, la Spagna le sta stretta.

3. KALAK, Sarathy Korwar
Questa per me è stata la sorpresa del 2022. Nato negli Stati Uniti, Sarathy Korwar è cresciuto in India e ha cominciato a studiare il tabla, il tamburo indiano, a dieci anni. Oggi vive a Londra e mescola il jazz occidentale con la tradizione indiana, aggiungendoci una spruzzata di rap ed elettronica. Questo spiega il suono affascinante del suo nuovo album, che sembra una nave spaziale atterrata da un altro pianeta. Nelle intenzioni del suo autore, KALAK, intriso di teorie buddiste e realizzato insieme al producer statunitense Photay, si muove nel solco dell’indofuturismo, una sorta di versione asiatica dell’afrofuturismo di Sun Ra. È un disco basato sull’idea di circolarità, molto comune nelle culture dell’Asia meridionale e dell’Africa occidentale. Per questo Korwar ha creato quello che lui chiama il “ritmo KALAK”, una notazione circolare di percussioni che fa da ancora sonora e ideologica dell’album. Del resto, in lingua hindi, “kal” significa sia ieri sia domani.

2. Dragon new warm mountain I believe in you, Big Thief
Registrato in quattro diversi studi tra Upstate New York, il Topanga Canyon in California, il deserto di Sonora in Arizona e le montagne del Colorado, questo è un album di venti canzoni, con diverse anime sonore che riflettono il viaggio del gruppo in questi luoghi. I generi di riferimento sono quelli cardine della tradizione statunitense bianca: folk, country, rock e pop. Ma la scrittura della leader della band, Adrianne Lenker, mantiene sempre una forte cifra personale. Dragon new warm mountain I believe in you va ascoltato al tramonto, e mi ha fatto venire in mente quei paesaggi sterminati che si vedevano nel film Nomadland di Chloé Zhao. Gli va dedicato tempo. Ma il consiglio è di non fermarvi ai primi cinque o sei brani, tutti bellissimi tra l’altro (soprattutto il singolo Time escaping) perché c’è materiale pregevole anche nella seconda parte, come la ballata acustica Promise is a pendulum o la distorta Love love love. Se vi piace la musica americana lo amerete alla follia.

1. Mr. Morale & The big steppers, Kendrick Lamar
Mr. Morale & The big steppers è il disco più intimo della carriera di Kendrick Lamar. Una specie di lunga seduta di psicoanalisi che dura 19 canzoni, divisa in due parti (più l’appendice di The heart part 5, presente solo nella versione digitale). Non è il suo album migliore, ma è un’interessante aggiunta al suo percorso artistico. Lo apprezzeremo completamente tra qualche anno, perché brani come Mother I sober o Crown, che quasi avvicinano Lamar al cantautorato, non sono quello che molti si aspettavano dopo anni di attesa e dopo un lavoro pop come DAMN. Non c’è una Humble da queste parti, nemmeno per sbaglio. Ma sarebbe sbagliato lasciarsi scoraggiare dalla cupezza di alcune atmosfere, perché comunque Mr. Morale & The big steppers è anche un disco dal grande potenziale pop: prendete brani come Father time (arricchito dalla voce del sempre bravo Sampha) e Purple hearts, dove compare un monumento della storia del rap come Ghostface Killah. Mr. Morale & The big steppers va affrontato tutto insieme, non come una playlist, come un album vecchio stile. Kendrick Lamar, forte di una credibilità inossidabile, ha deciso di spostare altrove il tiro, ma resta un punto di riferimento assoluto, non solo per la scena rap.

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