I sogni musicali di Luigi Ghirri
Là vendono cartoline dell’impiccagione, dipingono di marrone i passaporti. Il salone di bellezza è pieno di marinai e il circo è in città. Desolation row, una delle canzoni più belle di Bob Dylan, comincia così, con istantanee surrealiste di un luogo indefinito che durante l’ascolto ti si piantano in testa. Sembra quasi di vederle. E poi la via della desolazione, che Fabrizio De André tradusse in Via della povertà, si riempie di protagonisti provenienti da diverse epoche storiche. Dylan li descrive come spettri emersi dal buio con tono shakesperiano: Cenerentola, Romeo, Einstein travestito da Robin Hood, ma anche Ezra Pound e T.S. Eliot, che “combattono nella torre del capitano” per contendersi il trono della poesia moderna. Questo pezzo di 11 minuti e 19 secondi è considerato da molti il vertice assoluto del repertorio del musicista di Duluth.
Luigi Ghirri, uno dei padri della fotografia moderna in Italia, era ossessionato da Desolation row e da Dylan in generale. Collezionava dischi e registrazioni rare del cantautore, lo vide decine di volte in concerto, a casa lo faceva ascoltare spesso agli amici. Nel 1982 a un convegno a Udine il fotografo di Scandiano, morto nel 1992 a 49 anni, definì il brano che chiude l’album Highway 61 revisited “una delle più raggiunte descrizioni territoriali” di Dylan, facendo intendere che sentiva una forte connessione tra quella materia e i suoi scatti. Due anni dopo scrisse: “Ci sono sempre le nuvole nel cielo quando ascolto le canzoni di Dylan, e si compie l’incanto di una misteriosa ricomposizione, come se la sua voce e la sua musica fossero il miracoloso segreto per guardare nel mondo che ho di fronte”.
Il rapporto tra Ghirri e la musica, del resto, è sempre stato profondo, tanto quanto quello con il cinema e la letteratura. Per questo la mostra Luigi Ghirri. A series of dreams, inaugurata il 30 aprile al palazzo dei Musei di Reggio Emilia e in programma fino al 28 febbraio 2027, non è solo importante, ma rivelatrice, perché aggiunge nuovi tasselli alla comprensione dell’opera del fotografo emiliano. L’esposizione, curata da Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, è accompagnata dalla curatela musicale della giornalista Giulia Cavaliere e arricchita da un’installazione del musicista Iosonouncane, intitolata Oltre quei monti il mare e dedicata al dialogo tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro.
L’esposizione parte da un video girato da Ghirri nel 1991, un anno prima di morire, finora inedito e proveniente dagli archivi curati dalla figlia, Adele Ghirri. Il girato era di più di un’ora e mezza. I curatori della mostra l’hanno affidato al montatore di Paolo Sorrentino, Cristiano Travaglioli, che rispettando la struttura narrativa originale, ne ha fatto una sintesi di 21 minuti. Il filmato contiene molte riprese di nuvole e paesaggi, nei quali, come spesso succedeva con Ghirri, le persone sono assenti o irriconoscibili, oltre a immagini di Adele da bambina.
“Il legame tra Ghirri e la musica finora era stato poco raccontato dalla critica, che si era concentrata di più sui legami con la letteratura di Gianni Celati e altri autori. Lo stesso Ghirri sosteneva che la musica, come la fotografia, ai suoi tempi non era considerata una vera arte. Per questo abbiamo deciso di allestire la mostra di Reggio Emilia”, mi dicono Campioli e Tinterri mentre visitiamo il museo una domenica mattina. “In queste immagini Ghirri sembrava pronto ad abbandonare il linguaggio fotografico e a sperimentare con il video. Aveva aggiunto suoni ambientali, musica classica e una riproposizione ossessiva della canzone Series of dreams di Bob Dylan, che non a caso abbiamo scelto per il titolo dell’esposizione. Sembrano fotografie dilatate nel tempo. Il filmato, tra l’altro, si conclude con un funerale a Roncocesi dove una banda suona Bandiera rossa”.
“Ghirri deve molto alla musica, e viceversa”, proseguono i curatori. “In una delle loro tante conversazioni, un giorno l’amico Lucio Dalla gli confessò che il cantautorato italiano degli anni settanta aveva preso molta ispirazione dalle sue foto. Del resto Ghirri era un visionario, rivoluzionò il linguaggio visivo del nostro paese, disancorandolo dal neorealismo. E ci sono ancora molti ghirrini in circolazione”.
In mostra ci sono diverse foto, molte inedite. La prima è proprio a Bob Dylan, uno scatto in primo piano preso dallo schermo della televisione, in uno dei frequenti momenti di meta fotografia presenti nell’opera di Ghirri. E poi ci sono tutte le immagini scattate per le copertine dei dischi, come DallAmeriCaruso di Lucio Dalla e quella geniale di Dalla/Morandi, in cui i cantautori sono sostituiti da due sagome, ideate insieme alla moglie, la grafica Paola Borgonzoni. E c’è ovviamente quella di Epica etica etnica pathos, il quarto disco dei Cccp, registrato nel 1990 quasi integralmente in presa diretta a villa Pirondini, una casa colonica settecentesca abbandonata nella campagna reggiana, vicino a Rio Saliceto. La copertina raffigura la cappella della villa adattata a sala di missaggio del disco, e le quattro foto che accompagnano i quattro temi/facciate in cui è suddiviso il disco. I Cccp, nelle immagini, non ci sono, se non nel retro della copertina.
In alcune parti della mostra, inoltre, ci sono dei contributi audio accessibili con il qr code che contengono interviste realizzate da Giulia Cavaliere. In uno di questi Massimo Zamboni racconta proprio la lavorazione di Epica etica etnica pathos: “Luigi arrivava come un soffio d’aria e poi con la stessa facilità se ne andava, dicendo ‘Oggi non è il giorno giusto, non c’è la luce che mi piace’, magari per tornare due ore dopo”, ricorda Zamboni. “Intanto noi continuavamo a suonare 24 ore al giorno e a vivere questa esperienza di convivenza musicale durata tre mesi. Non ricordo che lui si sia mai fermato a cena. Visitava le stanza vuote e poi se ne andava. Ricordo perfettamente nelle foto queste macchie di muffa sulle pareti esterne con cui abbiamo convissuto per tre mesi e non le avevamo mai viste in quel modo. Abbiamo vissuto in mezzo a questi secoli in disfacimento e non ce rendevamo conto”.
L’esposizione nel palazzo dei Musei (in realtà c’è una sezione anche al teatro Valli dedicata alle foto di scena) si conclude con Oltre quei monti il mare, l’installazione sonora di Iosonouncane. È fatta di tre stanze buie, che contengono una serie di registrazioni sul campo fatte a Buggerru, in Sardegna, luogo d’origine di Iosonouncane. Lì, tra i monti e il mare, vive un paesaggio di miniere che sono state progressivamente abbandonate. L’ultima è stata chiusa nel 1977, lo stesso anno in cui, come mi fanno notare Campioli e Tinterri, in Canada il compositore e ambientalista Murray Schafer pubblicava il suo saggio Il paesaggio sonoro, insistendo sulle possibilità di esercitare l’udito come mezzo di comprensione ed evoluzione del mondo.
Nella prima stanza ci sono i suoni della natura, del mare, delle risacche e degli animali. Nella stanza centrale questi suoni sono decodificati dall’artista, come quando da bambino nella veranda di casa rielaborava i suoni della natura portati dal vento. Il terzo spazio è dominato dai suoni prodotti dalla collettività. Qui si sentono, per esempio, quelli dei fuochi d’artificio o dei bar. Ogni tanto tra le stanze emerge una melodia, che tra l’altro è la stessa che si sente nel brano Gaiola, realizzato recentemente da Iosonouncane per Liberato.
Dopo aver visto la mostra, mi collego su Zoom con Iosonouncane, che si trova nel suo studio a Bologna, per farmi raccontare com’è nata Oltre quei monti il mare. “Se vivi in una città in mezzo al traffico o vicino a una stazione sei accompagnato da un sottofondo sonoro continuo, una presenza non viva che plasma il tuo inconscio”, dice. “Crescere a Buggerru, ovviamente, è diverso. E questo mi ha influenzato anche a livello artistico. Buggerru, che si trova nell’ovest della Sardegna, è un luogo particolare: molte case sono state costruite dai minatori dopo il lavoro, il paese è tutto abbarbicato sul monte. E tante persone non avevano vista sul mare. Io sono cresciuto in un piccolo vicolo dove il mare è visibile in lontananza, ne vedi solo un pezzo, e immagini tutto il resto”.
Da bambino in estate usciva di casa e guardava l’acqua in lontananza. Se “vedevo delle piccole increspature era un dramma, perché voleva dire che il mare era agitato e mia mamma non mi avrebbe fatto fare il bagno”, spiega il cantautore. Viene in mente la foto della serie Kodachrome scattata da Ghirri a Bastia nel 1976, dove un manifesto strappato su un muro si trasforma in una specie di varco spazio temporale: basta vedere solo una piccola porzione della nave per immaginarsi tutto il resto.
Secondo Iosonouncane il suono è un pezzo fondamentale nella costruzione del nostro io. “Sono andato via da Buggerru a nove anni per trasferirmi con la mia famiglia a Iglesias, ma d’estate tornavo da mia nonna. Mi addormentavo con in sottofondo i suoni del paese, quelli dei balli di gruppi e dell’eurodance. Questa esperienza acustica mi ha insegnato il senso della distanza, della lontananza”. Oggi, da fruitore prima ancora che da compositore, è interessato a quelle opere in cui si avverte una presenza, anche se non è mostrata. “Puoi vivere a Buggerru in una casa da dove non si vede il mare, ma a definire quella casa è il fatto che il mare ci sia, è determinante attraverso il suono che diffonde. Queste cose incidono nella grammatica inconscia di una persona”.
Per provare a tradurre tutto questo nell’installazione ha cercato di restituire il movimento del suono nello spazio. “In modo non attendibile, naturalmente. Io mi siedo nella veranda di casa mia a Buggerru e quello che ricostruisco è sostanzialmente falso, perché magari penso che un suono arrivi dal porto ma non arriva da lì”. Ha lavorato seguendo il tema centrale della curatela musicale di Giulia Cavaliere, cioè il legame tra Ghirri e le canzoni. “Negli scatti di Ghirri la presenza umana è rara: di solito isola una porzione di paesaggio, a volte la più apparentemente insignificante, e attraverso quella ti restituisce la grandezza di tutto quello che c’è intorno, come lo scivolo sulla riviera romagnola ritratto nel 1986”, risponde il musicista dal suo studio, circondato da strumenti musicali, pedaliere e appunti.
Il progetto per la mostra di Ghirri non è casuale. Da anni Iosonouncane accompagna la scrittura di canzoni a colonne sonore (come quella splendida per Berlinguer. La grande ambizione) e sonorizzazioni di ambienti. “Tutto quello che sto facendo da 15 anni a questa parte è un processo di sottrazione. Il suono oggi c’invade in modi spesso disturbanti e la canzone è l’oggetto più ambiguo del mondo. Si presta a risultati altissimi, ma è anche tascabile. Per tutti è più facile ricevere un brano complessissimo come A day in the life rispetto a un film come Barry Lindon”. Il problema è la canzone di consumo, spiega, “che invade il nostro quotidiano come una pianta infestante attraverso i social media e altri canali”. Lavorare alla musica per sottrazione “forse non cambierà il mondo, ma ha un valore di testimonianza. Il mio progetto per la mostra non è stato pensato intenzionalmente per seguire quella che Murray Schafer definiva ‘ecologia sonora”, ma una volta che l’ho finito mi sono reso conto che questa cosa c’entrava eccome”.
Prima di salutarlo, chiedo a Iosonouncane qual è secondo lui il rapporto tra Luigi Ghirri e Bob Dylan. “Mi colpisce il fatto che un intellettuale come Ghirri avesse delle passioni da fan come quella per il cantautore di Duluth. Del resto anche io lo amo molto. La trilogia elettrica di Dylan è uno degli eventi più importanti del novecento musicale, e con quei tre album ha sublimato un’idea di scrittura testuale e musicale che contiene un’infinità di vite possibili, che appaiono come spettri. È come con le foto di Ghirri alle vetrine dei negozi, dove vedi gli oggetti in esposizione, ma grazie al riflesso osservi anche tutto il resto. L’arte non può fare meglio di così”.