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I libici che cercano una patria in Europa

Migranti aspettano di essere soccorsi al largo delle coste libiche, 27 gennaio 2018. (Santi Palacios, Ap/Ansa)

Quest’anno non ho voluto celebrare l’anniversario della rivoluzione del 17 febbraio 2011. Ho preferito fare qualcos’altro. I festeggiamenti avevano un’aria fasulla. Non come l’anno scorso, quando senza grandi celebrazioni tutto sembrava un po’ più reale. La giornata è stata pubblicizzata bene, come un annuncio pubblicitario su Facebook che continua ad apparire sulla homepage implorandoti di cliccarci sopra.

Mi ricordava un po’ gli ultimi Mondiali di calcio, quando il governo brasiliano ha ripulito le strade e messo da parte tutte le persone vere, i poveri con tutti i loro problemi, mentre le telecamere erano occupate a riprendere tutta la giostra.

Ti fanno rabbia o tristezza quelli che accusano chi non partecipa alle celebrazioni di essere un nemico della rivoluzione e del paese. Se sventoli la bandiera e intoni canti patriottici non significa che sei un patriota né che ami il tuo paese. Non è importante quello che fai quell’unico giorno, ma quello che fai tutti gli altri giorni dell’anno.

Cattive notizie e paradossi
Anche se ci provi a ignorare la situazione difficile, sarà tutto vano di fronte ai paradossi delle cattive notizie che ti colpiscono con tanta durezza. Il 16 febbraio, il giorno prima dell’anniversario, dieci cadaveri, molti dei quali libici, sono stati sospinti dal mare verso riva nei pressi di Zuara. Gli attivisti libici hanno condiviso la notizia sui social network, riferendo che su quella stessa barca affondata probabilmente c’erano altri ottanta libici, tutti probabilmente morti.

Con una dichiarazione ufficiale il portavoce della marina libica Ayoub Qasim ha negato queste notizie: “Tra giovedì e venerdì sono apparsi dieci cadaveri sulle coste di Zuara. Si tratta dei cadaveri di migranti illegali dispersi dopo il naufragio della loro imbarcazione due settimane fa”. Il riferimento era a un episodio denunciato il 2 febbraio dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). La cosa interessante è che proprio Ayoub Qasim aveva negato con una dichiarazione ufficiale quello stesso rapporto dell’Oim.

Secondo quanto riferito nel rapporto dell’Oim, potrebbero essere annegati tra i 90 e i cento migranti che si trovavano sull’imbarcazione che si è capovolta al largo delle coste libiche. La portavoce dell’Oim Olivia Headon ha dichiarato che “in seguito alla tragedia avvenuta nelle prime ore del mattino dieci cadaveri sono stati sospinti a riva nei pressi della città di Zuara”. Secondo quanto riferito, otto erano pachistani e due libici.

Ayoub Qasim aveva respinto in toto il rapporto dell’Oim, sostenendo che le squadre di soccorso della marina libica non avevano trovato prove dell’incidente e sfidando l’agenzia internazionale a dimostrare quanto sostenuto. E aveva aggiunto: “L’Organizzazione internazionale per le migrazioni non avrebbe dovuto comportarsi in modo così frettoloso sollevando un gran polverone mediatico che può nuocere alla Libia e ai suoi apparati di sicurezza”. Ha inoltre definito il rapporto come “parte di una campagna denigratoria nei confronti della Libia finalizzata a mantenere l’attenzione dei mezzi d’informazione concentrata unicamente sull’immigrazione illegale e sulle sofferenze dei migranti”. Adesso è tornato sui suoi passi, usando i dati contenuti nello stesso rapporto che due settimane prima aveva respinto per negare le ultime notizie. Non so se ha mentito due settimane fa o se sta mentendo adesso, oppure se si tratta di pura ignoranza, ma secondo me dovrebbe scusarsi con l’Oim.

Secondo il ministero dell’interno italiano quest’anno sono arrivati in Italia via mare 204 libici, una cifra che li colloca al quinto posto tra le nazionalità dei migranti giunti in Italia quest’anno. Erano soprattutto famiglie con bambini. Allo staff dell’Oim in Sicilia hanno raccontato di essere partiti a causa della situazione sempre più difficile nel paese, del costo della vita troppo elevato e delle difficoltà a trovare un lavoro che non sia connesso ai gruppi armati. La maggior parte di loro ha detto di voler andare in Germania, dove hanno amici e parenti.

Le dichiarazioni ufficiali e i mezzi d’informazione hanno influenzato l’opinione pubblica descrivendo i migranti come criminali

Se i numeri continueranno ad aumentare i funzionari libici potrebbero dover riformulare la loro dichiarazione preferita, usata quando devono chiedere fondi. L’ultima occasione è stata a dicembre, durante la Giornata internazionale dei migranti, quando il ministro degli esteri del consiglio presidenziale ha dichiarato: “La Libia è un paese di transito per i migranti ed è afflitta da diverse crisi, compresa la penuria delle risorse necessarie a gestire il problema delle migrazioni. Questo determina effetti negativi sul sistema sociale, su quello economico e sulla sicurezza del paese. La comunità internazionale dovrebbe sostenere lo sviluppo dei paesi meno sviluppati, da dove proviene la maggioranza dei migranti”.

Nel paese le dichiarazioni ufficiali e la copertura dei mezzi d’informazione sono ancora più martellanti e hanno influenzato in modo determinante l’opinione pubblica descrivendo i migranti come ladri, criminali e spacciatori.

Per esempio, il 29 dicembre 2017 il canale televisivo libico Alan Tv ha postato sulla sua pagina Facebook ufficiale un video la cui didascalia recitava: “Il consiglio municipale della città di Gharyan ha annunciato una serie di arresti nell’ambito di un’operazione condotta dalle forze di sicurezza presso i commissariati di Gharyan e di Boghilan. C’è stata un’irruzione in un luogo di raccolta di migranti africani sul punto di essere spediti a bordo di imbarcazioni in direzione delle coste europee”. Queste erano le dichiarazioni ufficiali che avevano ricevuto e pubblicato, di sicuro molto preoccupanti nel modo in cui erano formulate. Il video però era ancora più inquietante.

È stato girato da uno dei “poliziotti” nel suo ufficio. Costringeva alcuni migranti neri a stare in piedi contro il muro e parlava puntando la telecamere verso di loro. Nei due minuti scarsi di video spiegava di averli potuti arrestare grazie a una soffiata. Dopo averli arrestati, aveva scoperto che spacciavano e assumevano droga e alcolici, oltre a essere dei “trafficanti di esseri umani” e “trafficanti di africani”. Ha detto proprio così, forse dimenticando che gli africani sono anche esseri umani e che il termine africano comprende anche lui. Ha aggiunto che gestivano anche un giro di prostituzione e che dopo averli sottoposti a esami medici uno di loro era risultato positivo all’epatite.

Sosteneva di aver ricevuto l’informazione, eseguito gli arresti, compiuto le indagini, dimostrato le accuse e condannato i colpevoli, e proclamava tutto ciò dal suo ufficio a meno di ventiquattr’ore dai fatti. Perfino Sherlock Holmes ne sarebbe rimasto colpito. Sappiamo tutti che l’unico “reato” per il quale sono condannati è quello di essere dei neri africani, o “molestatori africani”, come continuava a definirli il poliziotto. In meno di due minuti era riuscito a riassumere tutta la faziosa propaganda ufficiale libica contro i migranti e il modo in cui questi ultimi sono trattati.

Ecco come vogliono che li veda la gente, come criminali, ladri e spacciatori portatori di malattie pericolose. Badate bene, queste azioni le commettono poliziotti e altri rappresentanti della legge, che in teoria dovrebbero essere i buoni. Provate solo a immaginare cosa fanno i cattivi.

Una sola vita
Abdulbari, o Abdo Zetona, come lo chiamavano i suoi amici, era uno dei giovani libici che si trovavano su quella barca. Il suo cadavere è stato sospinto a riva nei pressi di Zuwara il 16 febbraio. Il suo volto e il suo nome sono diventati il simbolo di tutti i libici morti in mare. Gli utenti dei social network hanno cominciato a condividere le sue foto e i suoi commenti e a condannare la situazione che costringe i libici a scegliere la crudeltà del mare per sfuggire al regno delle milizie.

La sua pagina di Facebook è diventata un monumento virtuale alla memoria. I suoi amici e tante altre persone che non lo conoscevano l’hanno visitata per lasciare una parola, un pensiero, una preghiera. Questo è durato per quattro giorni dopo la scoperta del suo cadavere, poi il suo account è stato disabilitato, ma le sue foto continuano a circolare nello spazio virtuale. “Ho una vita sola e voglio viverla da un’altra parte”: queste le parole sull’immagine di copertina del suo account.

Nessuno dovrebbe morire perché è nato con il passaporto sbagliato. Se è vero che questo paese è un luogo sicuro dove far tornare i migranti, allora perché i libici muoiono in mare nel tentativo di lasciarlo? Prima di giudicare vorrei condividere con voi una delle citazioni che ci ha lasciato Abdo, tra le più condivise: “Non prendetevela con chi emigra lasciando la sua patria. Se fosse stata una vera patria, non lo avrebbe abbandonato”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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