×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Quanto possiamo spendere per tenere in vita il nostro cane?

Un anno e mezzo fa mio marito e io abbiamo adottato un cane sottratto ai proprietari dopo un’indagine per maltrattamenti e incuria. Ha gravi problemi dermatologici e di recente gli è stato diagnosticato un linfoma. Come quasi tutti i cani, malgrado quello che ha sofferto ha un carattere dolce. Ha anche una squadra di specialisti: un dermatologo, un oncologo e il veterinario che lo ha sempre seguito. Al momento è a suo agio e felice. Quando arriverà il momento (molto probabilmente l’anno prossimo), lo accompagneremo verso una morte gentile.

Abbiamo i mezzi per prenderci cura di lui, ma è costoso – nell’ordine di una rata dell’auto, non del mutuo. Non ha l’aspetto di un cane “normale”, e la gente sa che segue una terapia medica. Ci sono molti giudizi non richiesti, soprattutto su tre fronti: chi pensa che dovremmo destinare la stessa quantità di risorse ad associazioni animaliste e non a un singolo cane, chi ritiene che sia sbagliato “sottoporre un cane alla chemio”, e chi crede che sia moralmente sbagliato dedicare tanto impegno a un animale. Noi, semplicemente, amiamo il nostro cane. Lei che ne pensa? –C. S., Portland, Oregon

Quanto vale la vita di un cane? Avete risposto ai giudizi non richiesti sollecitando il mio. E visto che me lo chiedete, penso che la vostra lettera sollevi questioni morali molto impegnative. La prima riguarda l’impiego delle nostre limitate risorse. Alcuni di quelli che vi criticano hanno a cuore come voi il benessere degli animali, ma pensano che cifre paragonabili a una rata dell’auto andrebbero spese per aumentare il benessere di più di un esemplare. D’altra parte, anche le loro rate dell’auto darebbero un contributo maggiore al benessere collettivo se fossero destinate a un’organizzazione non profit. Il loro argomento si basa sulla premessa che la moralità consiste nel minimizzare la sofferenza nel mondo. Ma questo escluderebbe quasi tutte le vostre spese: i sessanta dollari che avete sborsato per una sciarpa potrebbero mantenere una famiglia denutrita dell’Eswatini per un bel po’ di tempo.

Ciascuno di noi, diciamolo, dovrebbe fare la sua parte per assicurare agli abitanti di questo pianeta la possibilità di condurre una vita dignitosa. Ma ogni elemento di questa formulazione ci impone molte riflessioni. In cosa consiste la vostra parte? Cos’è una vita dignitosa per un essere umano? O per un cane, per un leone in natura oppure per l’antilope che il leone potrebbe voler mangiare? Forse state già facendo la vostra parte, con le tasse e le donazioni benefiche. E anche se non è così, abbandonare un cane morente che dipende da voi difficilmente sarebbe il modo migliore per aumentare il vostro contributo.

Ecco una seconda questione: quand’è che la vita di questo cane non varrà più la pena di essere vissuta? Uno dei motivi per cui le persone vogliono andare avanti nonostante forti sofferenze è che hanno progetti e interessi che per loro, in un futuro luminoso, continuano a contare. Il vostro cane non ne ha. Non c’è una barca di legno che vuole finire di costruire, e neppure un nipote non ancora nato che desidera stringere tra le braccia. Quanto al “sottoporlo alla chemio”, la maggior parte dei cani, mi sembra di capire, tollera bene questi protocolli ma, ahimè, ci sono eccezioni.

Ed è più facile affrontare il disagio quando sai perché lo stai sopportando. Nel caso delle decisioni sul fine vita per gli esseri umani, possiamo chiedere cosa una persona vuole o avrebbe voluto. Questa domanda non ha senso per una creatura che non capisce il concetto di morte. Dovrete decidere cosa fare senza il suo aiuto.

E infine c’è la questione del ruolo di questo cane nella vostra vita. La dedizione che riservate alle sue cure – misurata non in denaro ma in attenzioni – significa forse che gli attribuite un peso morale eccessivo? Nella mia esperienza, le persone che amano i loro animali sono perfettamente capaci di gestire anche gli altri impegni. Non trascurano i bipedi senza pelo e senza piume nella loro vita. Se ai vostri amici gli animali non stanno particolarmente a cuore, pazienza. A voi sì. Non c’è assolutamente niente di cui vergognarsi.

Mio marito ha l’abitudine di restituire oggetti che abbiamo usato anche piuttosto a lungo, ma che non ci servono o non vogliamo più, per farsi dare un rimborso in contanti o un buono del negozio. Sono oggetti che non hanno una durata specifica e potrebbero continuare a essere usati (se lo volessimo), oppure rivenduti o donati.

Gli ultimi esempi sono un materasso di quattro anni che trovavo scomodo e una camicia che non gli andava più bene dopo essere dimagrito. In passato ha anche restituito cose che invece hanno una scadenza (per esempio i filtri dell’acqua), però ho puntato i piedi e gli ho detto che non era giusto, e così ha smesso di farlo.

Di solito sceglie di fare grossi acquisti da rivenditori con politiche di reso molto generose per poterne approfittare. Io mi sento molto combattuta, perché mi sembra che, quando un oggetto ha svolto adeguatamente la sua funzione per un periodo di tempo ragionevole, chiedere al negozio di restituire i soldi per un prodotto usato e non difettoso sia immorale. D’altra parte, sono i negozi stessi a stabilire le politiche di reso e sono liberi di rifiutargli un rimborso. Dovrei continuare a guardare dall’altra parte quando comincia a cercare scontrini di anni fa, o devo chiedergli di smetterla?–C. S., Hawaii

Lei è imbarazzata dal comportamento di suo marito. Lo sarei anch’io. Ma non è così facile dire perché. Sono le aziende ad aver scelto di adottare queste politiche, lui sceglie di approfittarne. Sembra che siano tutti adulti consenzienti.

Certo, potremmo applicare il vecchio criterio e chiederci: “Che cosa succederebbe se lo facessero tutti?”. Immanuel Kant ha notoriamente costruito un’intera teoria filosofica su quest’idea. Ma quando siamo certi che non lo faranno tutti, non è chiaro fino a che punto la risposta conti davvero. Che cosa succederebbe se tutti si mettessero a fischiare proprio adesso? Importa a qualcuno?

Eppure, qui c’è qualcosa di un po’ sgradevole, giusto? Il motivo per cui non provoca molti danni – e non attira l’attenzione dei venditori – è che quasi tutti gli altri interpretano giustamente le politiche di reso come pensate per prodotti difettosi o per occasionali ripensamenti dell’acquirente. Di fatto, tuo marito sta sfruttando la buona fede degli altri clienti. L’etica può riguardare questioni di doveri e conseguenze, ma riguarda anche il tipo di persona che siamo. O come si dice spesso: vuoi davvero essere quel tipo di persona?

Ci sono molti modi per fare lo scroccone approfittando di un’ampia cultura della fiducia: superare con indifferenza il banco della “donazione libera” all’ingresso di un museo, occupare per ore un tavolo in un locale con una sola tazza di caffè e poi non lasciare la mancia al cameriere, sposarsi per i regali di nozze. Queste azioni non implicano la violazione di un dovere e non causano grossi danni diretti, ma le consideriamo antisociali per una buona ragione. Finora hai guardato dall’altra parte, ci sono buoni motivi per guardare di traverso.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

pubblicità