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La testimone armena

Vahanduckt Melkonyan nella sua casa a Charkov, Armenia, nel novembre 2025 (Martina Sanna)

La prima cosa è il vento freddo. Ci dicono di fare attenzione quando apriamo le portiere della macchina, non sarebbe la prima volta che il vento se le porta via. Non è lo stesso che soffia in città: qui prende forza correndo lungo la gola scavata dal fiume Akhuryan. Nemmeno il sole accecante che per tutto novembre ha dominato il cielo di Yerevan riesce a mitigare gli spifferi gelidi che corrono violenti senza l’ostacolo dei palazzi. Per la mancanza di pioggia la città soffre di una delle peggiori crisi di inquinamento atmosferico degli ultimi dieci anni, ma qui non c’è traccia di quell’aria polverosa. Il cielo è d’un azzurro abbacinante, mentre la vegetazione incolta e giallastra sfuma nel paesaggio brullo della gola.

Lancio uno sguardo all’unica costruzione in vista, un casotto prefabbricato dove venti minuti fa la guardia federale russa che ci ha accolti oltre la recinzione si è ritirata a esaminare i nostri passaporti.

Accanto a me i miei compagni di viaggio chiacchierano con il soldato russo che invece è rimasto con noi, fuori dalla zona recintata. Parlano e ridono in quello che riconosco essere un alternarsi tra russo ed armeno. Io resto in silenzio, sorrido appena quando vedo che lo fanno anche loro. Non voglio sia evidente da subito che non capisco una parola.

Finalmente il responsabile del checkpoint torna con i nostri documenti. Possiamo passare, ma lui verrà con noi. Vahanduckt Melkonyan, l’ultima residente del villaggio di Charkov, al confine tra Armenia e Turchia, ci aspetta per il caffè.

Oltre la recinzione

Charkov non è un semplice villaggio isolato. È l’ultimo luogo ancora abitato di quello che un tempo era un insediamento che contava centinaia di case e altrettante famiglie. Si trova a pochi metri dal confine, all’interno di una zona ad accesso limitato, sotto il controllo delle guardie di frontiera russe e delimitata da una doppia recinzione in filo spinato, dove si può entrare solo con un’autorizzazione speciale.

Nel corso del novecento, tra il genocidio del 1915-1923, la repressione e il crollo dell’Unione Sovietica, questa frontiera è sempre stata segnata da una profonda instabilità. Durante la guerra fredda, le tensioni con la Turchia, che fa parte della Nato, spinsero i sovietici a militarizzare l’area. Dopo il 1991 la Russia ha continuato a presidiare i confini armeni con la Turchia e l’Iran in base a un accordo con la neonata Repubblica di Armenia.

La zona ad accesso limitato, inizialmente larga tre chilometri per adattarsi alla gittata dell’artiglieria dell’epoca, si è ridotta oggi a una fascia di circa mille metri, che si estende lungo tutti i 311 chilometri del confine.

Per gli abitanti, la presenza militare russa è stata sempre una costante. Tuttavia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la distruzione delle infrastrutture russe, a volte per mano degli stessi abitanti della zona animati da sentimenti antisovietici, la situazione si è deteriorata velocemente. È venuta a mancare l’acqua, la scuola ha chiuso e le famiglie hanno cominciato ad andarsene.

La casa di Vahanduckt Melkonyan, novembre 2025

Eppure, Charkov potrebbe trovarsi alla vigilia di un cambiamento. L’accordo di pace dell’agosto 2025 tra Armenia e Azerbaigian, mediato dall’amministrazione Trump dopo decenni di tensioni, ha aperto una nuova fase per il Caucaso meridionale. Tra i punti principali dell’intesa ci sono la creazione di una via di transito strategica tra l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso il territorio armeno e in generale l’impegno a riaprire i confini chiusi da tempo, compreso quello con la Turchia, storica alleata di Baku. Per l’Armenia, che con il crollo dell’Unione Sovietica si è ritrovata isolata su più fronti, si tratta di una prospettiva concreta di normalizzazione. Per Charkov, potrebbe significare la possibilità di continuare ad esistere.

Il villaggio è anche l’insediamento armeno più vicino ad Ani, la capitale medievale dell’antica Armenia, oggi in territorio turco, la cui cattedrale è ancora considerata un luogo sacro e un simbolo fondamentale dell’identità armena. Un tempo gli abitanti di Charkov guardavano le rovine di Ani dalle loro case. Oggi a farlo è rimasta solo Vahanduckt.

Prima di entrare in casa sua facciamo un giro intorno al giardino: l’antica città medievale oltre la gola è ben visibile, come l’immensa bandiera turca che il vento non smette di tormentare. Siamo così vicini che si sentono le voci e i canti degli operai sul tetto, forse impegnati in lavori di restauro. Chiedo a Stepan, che è venuto con me da Yerevan per farmi da interprete, se riesce a sentire cosa dicono.

“Non lo so”, mi risponde, “non parlo la loro lingua”.

Quando entriamo nel salotto di Vahanduckt il tavolo è imbandito con il classico tripudio di sujukh, noci sciroppate, baklava tipico delle case armene, dove si è invitati per il caffè ma si finisce per saltare la cena.

Lei domina la scena seduta in poltrona. Porta un vestito scuro e una giacca di pile marrone, ha i capelli bianchi stretti in una crocchia sulla nuca e il viso sorridente, in cui spiccano gli occhi nerissimi.

“Benvenuti!” dice, “peccato non aver saputo prima del vostro arrivo, avrei preparato qualcosa in più!”.

Ci sediamo e ci presentiamo. Si parte con i convenevoli: Vahanduckt mi chiede quanti anni ho e se sono sposata. Le mie interlocutrici iniziano subito a mettere insieme un rapido elenco dei più appetibili scapoli della zona, e intavolano un acceso dibattito su chi potrebbe essere interessato. Le ringrazio e cerco di cambiare argomento.

Non andare via

Vahanduckt venne a Charkov l’ 8 luglio 1962 per sposare un uomo che conosceva appena. A 25 anni, racconta, “era ormai tempo” di farlo. Lasciò la sua casa ad Armavir, nell’Armenia occidentale, convinta di essere diretta alla Charkiv ucraina. I primi dubbi le vennero quando vide il futuro sposo che la veniva a prendere incastrato nel sidecar di una vecchia moto, non proprio il mezzo ideale per un viaggio così lungo.

“Pioveva a dirotto,” ricorda. “Mio marito era seduto nel sidecar. Quando arrivammo, era completamente bagnato”.

Così si trovò a cominciare la sua nuova vita in un villaggio di qualche centinaio di abitanti a pochi passi dal confine turco, in una casa condivisa con il marito, la sorella di lui e la madre. Il padre era stato condannato a morte nel 1937 durante le purghe staliniane, colpevole di aver detto a voce alta che Aghasi Kanjyan, leader bolscevico dell’Armenia sovietica, morto in circostanze mai chiarite, “era una brava persona”. Fu arrestato, deportato in Siberia, tornò in Armenia e infine fu ucciso.

Vahan Tumasyan passeggia lungo il confine con la Turchia, novembre 2025

“I figli non lo rividero più dopo l’arresto, anche se implorarono le autorità di poterlo salutare”, racconta Vahanduckt. “Anni dopo trovarono i documenti. E scoprirono che avevano gettato il corpo nella gola: così si faceva allora”.

Ma la storia di Charkov comincia prima del periodo sovietico. Il villaggio fu fondato nel 1915 dai sopravvissuti al genocidio armeno in fuga dalle loro case nelle città di Mush e Van, oggi nell’est della Turchia.

Tra loro c’era la suocera di Vahanduckt. Quando si conobbero stava perdendo la vista, ma conservava viva la memoria di Mush e la speranza che un giorno sarebbe potuta tornare a casa.

“Mi diceva che mi avrebbe portata nelle nostre terre,” racconta Vahanduckt, che la accompagnava ogni mattina a passeggiare in giardino. Le piaceva vedere il sole sorgere sulle rovine di Ani, e raccontare alla nuora della loro antica casa. Quando morì, Vahanduckt rimase con il ricordo delle sue ultime parole: “Non andare via. Anche se non hai farina, accendi il tonir e lascia salire il fumo. Così i turchi sapranno che noi siamo ancora qui”.

Eterni ritorni

Alla fine degli anni novanta Vahanduckt e suo marito rimasero rimasti soli.

“Mio marito era un uomo gentile e pieno di talento”, racconta Vahanduckt. “Sapeva aggiustare qualsiasi cosa, dagli orologi ai motori dei trattori, e non chiedeva mai soldi. Non c’era nessuno nel villaggio che non avesse aiutato”.

La sua morte, nel 2010, segnò un punto di svolta. Fu sepolto vicino alla vecchia chiesa, i cui khachkar – le tradizionali croci di pietra armene – erano state portate da Van dai sopravvissuti al genocidio, determinati a preservare la loro identità religiosa nonostante l’ateismo sovietico. Quando sarà il momento, Vahanduckt vuole essere sepolta lì.

“E se morissi altrove?”, dice. “Per i miei figli sarebbe più difficile riportarmi a casa”.

I figli hanno cercato più volte di convincerla a lasciare il villaggio, a sfuggire agli inverni rigidi, all’isolamento. Ma lei rifiuta.

La sua presenza è l’ultima prova vivente che Charkov è stata fondata e abitata per decenni da armeni. Per Vahanduckt, restare è l’ultimo frammento di quel legame.

Quando lascia il villaggio, cosa che accade raramente, insiste sempre per tornarci il prima possibile.

“Ricordo un giorno in cui ero in città dai miei figli”, racconta sorridendo. “Volevano che restassi a dormire perché la macchina era rotta, ma ho insistito così tanto che hanno dovuto trovarne un’altra per riportarmi qui”.

“Quindi alla fine l’ha avuta vinta…”, le dico quasi senza pensarci. Stepan diligentemente traduce. Lei mi guarda. Prima ancora che Stepan mi venga in aiuto, conosco già la sua risposta: “Ovviamente”.

La presenza di Vahanduckt nel villaggio non è solo simbolica: è una responsabilità. Tutto ciò che è lì dipende da lei: le galline, i conigli, la terra. Se andasse via, Charkov smetterebbe di esistere.

“Mio marito diceva sempre: ‘Questo è il mio luogo di nascita. Non me ne vado. Resta anche tu, tieni in vita il villaggio’. E io sono rimasta. Devo restare finché qualcuno non tornerà, ricostruirà le case, riporterà la vita. Se me ne vado, questa speranza svanisce”.

Uno dei visitatori più assidui di Vahanduckt è Vahan Tumasyan, un agricoltore di sessant’anni che vive nel villaggio di Bagravan, a venti chilometri di distanza da Charkov, ma dall’altro lato del filo spinato. Parte delle sue terre si trova però all’interno della zona ad accesso limitato, per questo passa spesso da Vahanduckt per una tazza di caffè o una chiacchierata.

Da trent’anni Vahan si batte per ridurre l’estensione dell’area recintata, sostenendo che gli armeni non hanno libero accesso alle loro stesse terre. In qualche caso i suoi sforzi hanno pagato: dopo anni di richieste in alcuni villaggi le recinzioni sono state spostate. “Per questo non riesco a perdonare gli abitanti di Charkov,” dice. “Se fossero rimasti, se avessero resistito, forse sarebbe successo anche qui”.

La svolta

Oggi il nome del villaggio è instabile, come la zona in cui si trova. Sulle mappe ne compaiono tre diversi: oltre al sovietico Charkov, c’è il nome armeno, Norashen, e quello scelto al momento della fondazione dai superstiti del genocidio, Yenikey. Le autorità armene hanno comunque riconosciuto, almeno simbolicamente, la determinazione di Vahanduckt. Nel 2019 il governatore dello Shirak, la regione dove si trova Charkov, le ha consegnato una lettera del primo ministro Nikol Pashinyan, che lodava la sua “dedizione incrollabile alla patria e il suo lungo impegno per preservarla”.

Vahanduckt ricorda che in quel periodo si cominciava a parlare di un imminente cambio della guardia nella gestione del confine e di una possibile apertura. Ma pochi mesi dopo arrivò la pandemia di Covid-19, poi la guerra del Nagorno-Karabakh. E le promesse non furono mantenute.

Eppure oggi qualcosa sembra muoversi. Secondo il professor Vahram Ter-Matevosyan, esperto di politica estera del Caucaso meridionale, il governo armeno sta valutando di riprendere in mano il controllo dei propri confini. Le forze russe potrebbero dover lasciare la zona entro la fine dell’anno.

“La gente fa continuamente domande sull’apertura del confine”, dice Vahanduckt. “Ma questa è roba per i politici. Se la frontiera fosse aperta, forse il villaggio tornerebbe a vivere. Quindi devo restare. Vivo di speranza. E la speranza porta luce”.

Il tempo scorre veloce e Vahanduckt lo sa. A giugno compirà novant’anni, pochi giorni prima delle elezioni parlamentari armene che segneranno la vittoria decisiva del partito in carica, il centrista Contratto civile, o un ritorno, meno probabile, delle forze conservatrici e filorusse. Durante uno dei suoi lunghi caffè con Vahan Tumasyan, Vahanduckt gli ha confessato che crede che questo sia il suo ultimo anno.

Con la sua morte, Charkov potrebbe definitivamente scomparire. “Questo villaggio è importante,” dice Vahan. “È il più vicino ad Ani, il nostro luogo sacro. Senza Ani perdiamo la nostra identità”.

Quando usciamo dalla casa di Vahanduckt, la luce si è fatta più calda sulle pianure brulle che si estendono fino alla gola, oltre il filo spinato, dove si intravede ancora la sagoma della cattedrale. Il vento continua a soffiare contro la bandiera turca, meno violento di quando siamo arrivati.

Ogni mattina Vahanduckt si sveglia, dà da mangiare alle galline, cura il giardino. Guarda il sole sorgere sopra la cattedrale di Ani e tramontare oltre le montagne ad ovest, dove siamo diretti per tornare verso Yerevan. È ancora lì.

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