Gyumri, la seconda città più popolosa dell’Armenia, si differenzia dalla capitale Erevan per il colore. La capitale è stata costruita in tufo rosa, una pietra che al tramonto le conferisce una tonalità color pesca. Gyumri, invece, con i suoi centomila abitanti, è in gran parte costruita in tufo nero, che nell’ottocento si trovava nelle cave circostanti.

Altri dettagli contribuiscono al suo carattere e ricordano come qui alcune cose siano immutabili.

Come nel salone da barbiere Lux, aperto nel 1941 è rimasto da allora con lo stesso arredamento: enormi poltrone dai rivestimenti consunti e ripiani in legno, sotto agli specchi ovali, con i segni di decenni di lavoro svolto a suon di spazzole, forbici, rasoi, bicchieri da tè su raffinati sottobicchieri. I ripiani oggi sono protetti da una lastra di vetro. Sotto alle finestre ci sono delle piante in vaso, una gabbia con un pappagallo e alle pareti due paesaggi dipinti a olio.

Uno dei barbieri spegne la sigaretta con l’acqua del rubinetto e mi tasta il viso, valutando dove la lama del rasoio potrebbe incontrare qualche neo. Spalma la schiuma da barba e passa il rasoio con movimenti abili, la pelle tesa con mano esperta e infine una spruzzata di acqua di colonia. Subito dopo ho le guance che, al tatto, ricordano la pelle di un neonato.

Poi vado al guardaroba, dove lavora l’unica donna del salone, che mi mostra gli attestati ricevuti da questa attività. Su uno di questi campeggia l’immagine di Lenin. Il fatto che sia stato il cofondatore dell’impero sovietico che, insieme ai turchi, distrusse la prima repubblica di Armenia (1918-1920) sembra un lontano ricordo.

Il terremoto

“Il salone era frequentato dall’élite della città: attori, scienziati, politici. Tra questi anche Frunzik Mkrtčjan, uno dei più famosi attori armeni, noto ai tempi dell’Unione Sovietica per i suoi ruoli comici”, racconta la guardarobiera. “Era un luogo dove oltre a farsi tagliare i capelli o la barba, si poteva anche chiacchierare e scoprire cosa succedeva nel mondo. Nel periodo di massimo splendore erano impiegate dodici persone che lavoravano in turni, tanto c’era da fare”.

I molti accessori in commercio per la rasatura e la concorrenza dei moderni barber shop fanno sì che il salone abbia sempre meno clienti. La tradizione, però, sembra mantenerlo vivo, come lo specchio di 120 anni appeso nell’angolo del guardaroba. La sua cornice è rinforzata con della pietra e questo gli ha permesso di sopravvivere al terremoto che nel 1988 ha devastato la città.

Il 7 dicembre 1988, a Gyumri crollò il mondo. Il terremoto, il cui epicentro si trovava poche decine di chilometri più a est, uccise 25mila persone in tutta la Repubblica socialista sovietica armena. I feriti furono più di 130mila e centinaia di migliaia di persone rimasero senza casa. Accorsero in aiuto più di un centinaio di paesi, con attrezzature di soccorso e squadre di ricerca. Era la fase finale della guerra fredda e il leader sovietico Michail Gorbačëv chiese aiuto anche agli Stati Uniti.

A Gyumri crollarono tanti edifici e la maggior parte delle strutture sanitarie, seppellendo sotto le macerie due terzi dei medici che ci lavoravano. Non è difficile trovare tracce del disastro. Gli edifici ottocenteschi del centro storico subirono gravi danni. Alcune delle case in pietra nera, un tempo bellissime, sono ancora oggi in rovina.

“Avevo 23 anni all’epoca del terremoto. Mi ero appena trasferita qui con i miei genitori, avevamo comprato una casa. Come per miracolo è rimasta intatta. Non ho perso nessuno dei miei cari, ma la città non si è più ripresa. Tante fabbriche non hanno più riaperto. Gyumri era famosa per la sua fabbrica tessile, una delle più grandi dell’Unione Sovietica. Qui arrivavano ragazze da tutta l’Armenia per imparare il mestiere. Altre città, come Vanadzor e Spitak, sono state ricostruite più rapidamente, mentre da noi è ancora possibile imbattersi in tracce della tragedia”.

Due giorni dopo arrivo a Spitak, una cittadina di 13mila abitanti tra le montagne. Nel 1988 è stata l’epicentro del sisma e non è rimasto in piedi quasi nulla. “Nel terremoto ho perso mio figlio maggiore. In quel momento era a scuola”, racconta il tassista che mi porta al cimitero, che come spesso accade racconta molto di una località. Qui lo si vede chiaramente: a volte le tombe riportano la stessa data di morte, il 7 dicembre 1988, per diversi componenti di una famiglia.

All’ingresso, invece, salta subito agli occhi un settore nuovo con la scritta “Eroi dell’Armenia”. Le tombe sono recenti, ognuna con la bandiera nazionale. Al centro, un monumento: un elmo e una mano con un fucile. Sulle tombe i volti di ragazzi poco più che ventenni, morti nell’autunno del 2020.

In questa guerra con l’Azerbaigian per il Nagorno Karabakh (un’exclave armena in territorio azero), durata alcune settimane, gli armeni – gli abitanti del Karabakh e l’esercito armeno che li sosteneva – hanno perso ottomila persone. Una cifra enorme per un paese con 2,7 milioni di abitanti.

Il periodo sovietico

Mi sposto facendo l’autostop. Quasi ogni viaggio finisce con una conversazione sul conflitto del Nagorno Karabakh. Soprattutto su quello dell’autunno 2020, in cui gli armeni sono stati drammaticamente sconfitti. È proprio in seguito a questo conflitto che la Repubblica del Nagorno Karabakh non esiste più. Quando nel settembre 2023 l’Azerbaigian ha attaccato nuovamente, gli armeni del Karabakh si sono arresi dopo due giorni. Il loro stato de facto, durato trent’anni, si è dissolto e la regione è tornata a far parte dell’Azerbaigian. “Abbiamo resistito fino alla fine. Il 27 settembre 2023 siamo fuggiti, il giorno dopo il governo del Karabakh è caduto. Abbiamo dovuto lasciare tutto”, raccontano due guardie di sicurezza sulla cinquantina, veterani che abitavano a Stepanakert, la capitale del Karabakh.

“Sono convinto che il Karabakh tornerà a essere nostro. Possiamo aspettare decine o centinaia di anni, ma quelle sono le nostre terre. Gli azeri stanno distruggendo tutto ciò che è armeno. Fra trent’anni diranno alle giovani generazioni: ma cosa vogliono questi armeni, lì non c’è mai stato niente di armeno!”, afferma una delle persone che mi ha dato un passaggio.

“È un bene che sia andata così! Ci lamentiamo che Putin non ci abbia aiutato, ma il problema è che siamo stati noi per primi a non aiutarci! Trent’anni fa abbiamo vinto la guerra con l’Azerbaigian e da allora abbiamo continuato a sovvenzionare quella regione, mentre l’Azerbaigian ha continuato ad armarsi. Se non ci siamo presi noi cura di noi stessi, come avrebbe potuto farlo qualcun altro?”, dice il proprietario di un’impresa edile.

Mi aspettavo molto da Ijevan nella ricerca delle tracce del passato. Ad attirarmi in questa cittadina di 20mila abitanti è stata la fabbrica di tappeti, ormai dismessa.

Oggi l’antica casa degli artisti continua a stupire per il suo aspetto originale

Attraverso un buco nella recinzione entro nello stabilimento, oggi divorato dalla ruggine e dalla vegetazione.

All’interno i capannoni sono vuoti. Sul pavimento si vedono residui di filati e vecchi telai (uno con la targhetta Made in Poland). Supero l’ex lavanderia della lana e la tintoria. Trovo resti di documenti e perfino un libro tedesco del 1929 con riproduzioni di tappeti armeni. Qui ogni tanto passa gente che smantella la fabbrica per ricavarne dei rottami.

A cercare di fermare i saccheggi c’è Artur, la guardia che sorveglia ciò che resta. Accetta volentieri di parlare: “È stata la fabbrica più grande, impiegava più di tremila persone. Si producevano fino a 1,2 milioni di metri quadrati di tappeti all’anno”. La maggior parte era destinata alle altre repubbliche sovietiche. “Da noi ne rimaneva forse il 10 per cento, ma era sufficiente perché in una casa su due ci fosse un nostro tappeto. Producevamo tappeti basati su disegni artistici, ricchi di simbolismo. Non erano semplici immagini con alberi o cervi. Nel periodo di massima attività si tessevano tappeti con 52 motivi diversi”, spiega Artur.

Nel 2016 lo stabilimento ha chiuso definitivamente dopo anni di declino. Alla crisi hanno contribuito diversi fattori: un mercato più ristretto, la mancanza d’investimenti, l’emigrazione dei giovani, la concorrenza di Turchia, Iran e Cina.

Da Ijevan vado verso il lago Sevan, il più grande bacino idrico del Caucaso. Neppure questo luogo è sfuggito alla pianificazione tecnologica sovietica: il lago è stato sfruttato per la produzione di energia dalle centrali idroelettriche e il livello delle acque si è abbassato provocando un disastro ecologico. L’isola su cui sorge il monastero di Sevanavank, del nono secolo, è diventata una penisola.

Vista panoramica

Ho voluto visitare soprattutto l’edificio della Casa di riposo e lavoro artistico dell’Unione degli scrittori armeni. In Unione Sovietica le associazioni artistiche indipendenti erano vietate, al loro posto esistevano quelle controllate dallo stato, che gestivano anche i sanatori, impiegati come laboratori creativi.

La storia di questo edificio sul lago Sevan è cominciata nel 1932, quando lo progettarono gli architetti Gevorg Kochar e Mikael Mazmanyan, promotori di un radicale rinnovamento estetico in opposizione ai tradizionalisti che sostenevano lo storicismo.

La sua costruzione, incuneata nel pendio che scende verso il lago, fu completata nel 1935. Due anni dopo, il grande terrore stalinista travolse i due architetti, che furono deportati in un gulag.

Entrambi tornarono a casa solo nel 1953, alla morte di Stalin. Kochar ricevette l’incarico di ampliare la casa sul lago Sevan. Aggiunse un piano all’edificio principale e nel 1964 fu costruita una nuova sala da pranzo su un balcone sostenuto da un unico pilastro. Divenne uno degli esempi più riconoscibili del modernismo sovietico.

Oggi l’antica casa degli artisti continua a stupire per il suo aspetto originale e la vista panoramica sul lago. Attualmente ospita un ristorante. Quando entro, il parquet di legno scricchiola, probabilmente è lo stesso posato decine di anni fa. Sul balcone due donne russe mangiano pesce di lago e bevono vino bianco. Il personale porta insalatiere e vassoi colmi d’insalate, salumi, formaggio di capra, olive, adjika caucasica (una pasta di peperoni). Il grande barbecue davanti al ristorante è acceso e ci sono anche gli alcolici: cognac Ararat e brandy Stary Ijevan. Si annuncia una serata vivace. Un tempo questa era una meta di svago per l’intellighenzia armena e per scrittori e poeti provenienti da tutta l’Unione Sovietica e dagli altri paesi socialisti “fratelli”. Nella casa sul lago Sevan soggiornarono, tra gli altri, Avetik Isahakyan (poeta e scrittore armeno), Gevorg Emin (poeta e traduttore), Vasilij Grossman (i cui libri, compresi quelli sulla seconda guerra mondiale, oggi sono letti come un atto d’accusa al sistema sovietico). Qui soggiornò Simone de Beauvoir, filosofa francese e compagna di Jean-Paul Sartre (figura di spicco tra quegli intellettuali occidentali che, infatuati dal sistema sovietico, preferirono ignorarne i crimini).

Mi danno una camera all’ultimo piano. Nel bagno l’acqua scende a malapena dal rubinetto.

Il sole sta tramontando. Esco sul balcone. Immagino che in questo luogo fosse facile avere pensieri eccezionali, trovare metafore sublimi. Esistono molte descrizioni letterarie del lago Sevan. Simone de Beauvoir, che ci venne nel 1972, scrisse di “un deserto rosa e caotico con un lago azzurro al centro”.

Oggi la casa degli artisti ha perso gran parte del suo smalto. Qualche anno fa una fondazione statunitense ha stimato il costo della ristrutturazione in 2,5 milioni di dollari, una cifra proibitiva per l’Unione degli scrittori armeni. Forse la situazione cambierà perché il governo armeno è intervenuto per rivendicarne la proprietà, affermando che la casa è stata privatizzata illegalmente.

Sulla strada per la capitale visito anche una località chiamata Gagarin, dal nome del primo uomo che è andato nello spazio. Vorrei vedere l’insolito monumento che gli hanno dedicato: la sua testa orbita su una struttura slanciata mentre sotto, su un piedistallo, ci sono una donna e un uomo con le mani alzate in segno di saluto.

La cittadina fu fondata nel 1955 per alloggiare gli operai che lavoravano nei diversi stabilimenti della zona. Oggi ne è rimasto solo uno, gli altri sono falliti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Una parte degli abitanti se n’è andata, invece chi è rimasto va a lavorare a Erevan. Le persone se la cavano come possono. Qualche anno fa un imprenditore locale ha minacciato di far saltare in aria il viadotto di Gagarin per attirare l’attenzione. Voleva ottenere un prestito per espandere la sua attività, ma la banca rifiutava di concedergli un mutuo ipotecario perché Gagarin ha uno status urbanistico particolare: non è del tutto chiaro se si tratti di un quartiere operaio, di un villaggio, di un insediamento di tipo urbano o di un quartiere della città di Sevan.

Ai tempi dell’Unione Sovietica le città erano spesso intitolate a segretari generali, artisti, soldati (come Leningrado, oggi San Pietroburgo). Dopo che nel 1991 le ex repubbliche hanno ottenuto l’indipendenza dall’Unione Sovietica, si è tornati alle denominazioni storiche.

“Qui non dobbiamo tornare a nulla, perché siamo sempre stati Gagarin. Sono stati gli stessi abitanti a scegliere il nome, nessuno lo ha imposto”, mi spiega un abitante.

“Gagarin sapeva che a questa località era stato dato il suo nome?”, chiedo.

“Penso di sì, anche se qui non è mai venuto. In compenso sua moglie ci ha fatto visita durante un soggiorno in Armenia. Per noi è stata una grande festa”.

Il genocidio armeno

Nel tardo pomeriggio arrivo a Erevan. Non posso fare a meno di pensare che tra tutti i paesi dell’ex Unione Sovietica che ho visitato l’Armenia è quello dove il passato s’intreccia più profondamente con il presente. Non solo perché a ogni angolo ci si imbatte in un antico khačkar (una stele votiva) o in un monastero, ma anche perché qui posso scambiare due chiacchiere sulla sfida per il titolo mondiale di scacchi nel 1963 tra Tigran Petrosian e Mikhail Botvinnik.

Un altro guidatore, che mi ha caricato mentre facevo l’autostop, non manca di ricordare all’ospite venuto da lontano che bisogna parlare a gran voce del genocidio armeno compiuto dai turchi più di cento anni fa. E sottolinea che l’Armenia è stata la prima nazione cristiana al mondo. Dopo che su queste terre predicarono a quanto pare gli apostoli Taddeo e Bartolomeo, il cristianesimo diventò religione di stato già nel 301 dopo Cristo (dodici anni prima che nell’impero romano).

Qui la storia è onnipresente e palpabile: una sorta di “macchina del tempo” armena. ◆ sb

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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati