Dopo l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran, migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. È sempre una delle conseguenze a breve e a medio termine dei conflitti: il movimento forzato di migliaia di persone in seguito ai bombardamenti.
Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), in una settimana almeno 330mila persone sono state costrette a lasciare le loro case in tutta la regione, alimentando un’emergenza diffusa e complessa che richiede azioni rapide e coordinate a livello regionale per evitare che peggiori dal punto di vista umanitario e sanitario.
Anche prima degli attacchi cominciati una settimana fa, nei paesi colpiti quasi 25 milioni di persone erano rifugiati o sfollati interni.
In Iran le stime indicano che circa centomila persone hanno lasciato Teheran nei primi giorni dopo gli attacchi, secondo fonti locali. Nonostante questo, finora non si registrano aumenti significativi di spostamenti dall’Iran verso i paesi limitrofi Le persone si stanno muovendo prevalentemente all’interno del paese. In alcune aree la pressione è maggiore: l’Iran ospita già circa 1,65 milioni di rifugiati provenienti principalmente dal vicino Afghanistan.
In Libano la crisi dei profughi è ancora più grave: più di 96mila persone si sono rifugiate in 440 centri di accoglienza spesso ricavati da edifici scolastici, secondo il governo. Le zone interessate dallo sfollamento sono il monte Libano, la capitale Beirut, le aree settentrionali e alcune zone della Beqaa. Le testimonianze delle persone in fuga rivelano un forte senso di paura e ansia, soprattutto alla luce degli ultimi ordini di evacuazione emessi da Israele.Più di 30mila persone – per lo più siriani, ma anche tremila libanesi – hanno varcato il confine verso la Siria dall’inizio dei nuovi attacchi israeliani. La pressione è molto alta, mentre le infrastrutture non bastano a garantire condizioni dignitose agli sfollati.
Secondo i mezzi d’informazione internazionali tuttavia, oltre a coloro che si sono rifugiati nei centri governativi in Libano, trecentomila persone stanno dormendo in auto, per strada o a casa di amici e parenti. “In molte aree del Libano, le persone dormono nelle auto per strada perché non hanno altro posto dove andare. Gli ordini di evacuazione, che coinvolgono circa il 25 per cento della popolazione libanese, costringono le persone ad avere bisogno di acqua, beni di prima necessità e accesso all’assistenza sanitaria”, racconta Jeremy Ristord, capomissione di Medici senza frontiere in LibanoI più vulnerabili sono i migranti e i rifugiati che sono stati sfollati già diverse volte.
Molti denunciano che i rifugi governativi non sono mai stati un’opzione per loro, perché non sono stati accolti durante l’ultima guerra tra Hezbollah e Israele. “Famiglie che avevano appena cominciato a ricostruire le loro vite sono state costrette a fuggire di nuovo”, ha dichiarato Maureen Philippon, direttrice nazionale del Norwegian refugee council in Libano. “Le persone hanno lasciato le loro case nel cuore della notte con solo i vestiti che indossavano. Ancora una volta, i civili stanno pagando il prezzo più alto.
Crisi senza precedenti
Se attuati, gli ultimi ordini di evacuazione di Israele potrebbero provocare una crisi umanitaria senza precedenti, la più grave degli ultimi due anni”.Zainab, sfollata dal Libano meridionale, ha raccontato al Norwegian refugee council: “Erano circa le tre del mattino quando siamo partite. Non abbiamo avuto il tempo di preparare i bagagli. Siamo partite con i vestiti che indossavamo e abbiamo caricato i bambini in macchina”.
Mentre gli sfollamenti continuano, molte persone dormono in auto, cercando di trovare un’area sicura in cui fermarsi. I più fortunati sono ospitati da parenti o amici che offrono divani in salotto. Gli ordini di evacuazione di Israele che impongono ai civili di lasciare diverse aree del Libano sollevano serie preoccupazioni rispetto al diritto internazionale umanitario, che proibisce il trasferimento forzato di popolazioni civili.
Questi ordini non sembrano avere una giustificazione militare e non forniscono alcuna garanzia di un passaggio sicuro o di supporto per coloro che fuggono, aggravando le sofferenze di centinaia di migliaia di famiglie. Le lezioni sono state interrotte per migliaia di bambini. “L’impatto psicologico della violenza non deve essere sottovalutato”, ha commentato Philippon. “Le persone che hanno già sperimentato sfollamenti e perdite si trovano ancora una volta ad affrontare paura e incertezza su ciò che porterà il futuro”.
Medical aid for Palestinians (Map) ha denunciato che i nuovi ordini di sfollamento forzato emessi da Israele e gli attacchi in tutto il Libano, incluso il distretto di Dahiya a Beirut, stanno provocando una paura diffusa tra i civili, interrompendo le attività umanitarie e mettendo in pericolo le comunità di rifugiati palestinesi in Libano, che sono dipendenti da questi interventi.
Il 5 marzo le forze armate israeliane hanno ordinato l’evacuazione di diversi quartieri della periferia meridionale di Beirut, inclusi due campi profughi palestinesi che ospitano migliaia di persone: Burj al Barajneh e Shatila. Questi ordini sono stati seguiti da attacchi al distretto di Dahiya e ad altre località, dopo che l’intera area a sud del fiume Litani ha ricevuto ordini di sfollamento forzato, compresa l’area in cui sorgono tre campi profughi palestinesi: Rashidiyeh, Burj Shemali e Al Buss.
Steve Cutts, portavoce di Map, ha dichiarato: “Quello a cui stiamo assistendo in Libano è l’inequivocabile estensione del copione usato nella Striscia di Gaza: punizioni collettive, sfollamenti forzati e terrore contro la popolazione civile, comprese le comunità palestinesi già traumatizzate”.
“Siamo profondamente preoccupati per la sicurezza del nostro personale, delle loro famiglie e delle comunità di rifugiati palestinesi in Libano di cui ci occupiamo”. I rifugiati palestinesi in Libano soffrono già di risorse insufficienti e di una forte dipendenza dagli aiuti. Molte persone, in particolare anziani, disabili e quelle in condizioni di estrema povertà, potrebbero non essere in grado di fuggire, denuncia l’organizzazione.
Questi ultimi sviluppi arrivano in concomitanza con le dichiarazioni allarmanti del ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich, secondo cui il quartiere di Dahiya a Beirut “assomiglierà presto a Khan Younis”, un riferimento a una delle aree di Gaza più devastate durante l’operazione militare di Israele. In seguito agli attacchi militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alla successiva reazione iraniana, Tel Aviv ha chiuso i valichi di frontiera verso la Striscia di Gaza per la consegna degli aiuti. Il valico di Karem Abu Salem è stato parzialmente riaperto, ma il valico di Rafah e altri rimangono chiusi a tempo indeterminato.
La consegna di aiuti su larga scala a Gaza è stata bloccata e le evacuazioni mediche sono state sospese. Sono state imposte restrizioni alla circolazione anche in Cisgiordania.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.
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