Il 1 marzo gli iraniani si sono svegliati increduli. Chi detestava la Repubblica islamica faticava a credere che la guida suprema, Ali Khamenei, 86 anni, a capo del paese da 37 anni, fosse stata uccisa il giorno prima in un attacco statunitense-israeliano. Per i sostenitori del regime, le lacrime non bastavano a esprimere la perdita del “leader”.
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Nella notte tra il 28 febbraio e il 1 marzo, mentre le dichiarazioni israeliane e poi statunitensi confermavano la scomparsa di Khamenei, gli iraniani che lo odiavano hanno gridato la loro gioia dalle finestre e scandito slogan come “Abbasso il dittatore!” o “Viva il re!”, in riferimento a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi, rovesciato dalla rivoluzione islamica nel 1979. I più audaci sono scesi in strada, ballando e suonando i clacson per festeggiare. Alle 5 del mattino la tv di stato ha confermato la morte della guida suprema. I suoi seguaci, vestiti di nero, si sono riuniti nelle piazze per cominciare il periodo di lutto.
Con la scomparsa di Khamenei l’Iran, sotto i colpi israelo-statunitensi, piomba in un periodo d’incertezza in cui le rivalità ai vertici del potere potrebbero acuirsi. “Siamo entrati in un periodo di forti turbolenze”, dice Arman Mahmoudian, ricercatore del Global and national security institute dell’università della Florida del sud. Secondo lui negli ultimi anni gli attacchi statunitensi-israeliani hanno preso di mira un’intera generazione di leader – da Ali Shamkhani, consigliere di Khamenei per la sicurezza, anche lui ucciso il 28 febbraio, fino a Qasem Soleimani, capo delle operazioni esterne dei Guardiani della rivoluzione, ucciso nel gennaio 2020 a Baghdad – contribuendo a “decapitare parte del cuore decisionale del regime”. Per Mahmoudian, “una cosa è certa: se il sistema sopravvive alla guerra, non sarà più lo stesso e non sarà necessariamente più moderato”.
In Iran le autorità hanno decretato sette giorni di ferie e un lutto nazionale di quaranta giorni. Dall’inizio degli attacchi l’accesso a internet è stato bloccato in tutto il paese. Solo gli utenti più esperti, con buoni vpn (che permettono di aggirare le restrizioni) o una connessione satellitare, in particolare tramite Starlink, sono riusciti a connettersi.
Ali Larijani, segretario del consiglio supremo per la sicurezza, ha annunciato in tv la formazione di un gruppo provvisorio incaricato di esercitare i poteri costituzionali della guida suprema. Oltre al presidente Masoud Pezeshkian e al capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, includerà Alireza Arafi, membro del consiglio dei guardiani, un organo che vigila sulla conformità delle leggi alla costituzione e all’islam.
Larijani ha cercato di minimizzare le perdite subite dal regime, ma anche dai civili, parlando di “meno di quattro o cinque martiri”, mentre la sera del 28 febbraio la Mezzaluna rossa iraniana riportava già oltre duecento vittime. Inoltre ha usato un tono conciliante nei confronti dei cittadini critici verso il governo, nonostante meno di due mesi fa la Repubblica islamica abbia commesso uno dei massacri più sanguinosi della sua storia recente, causando migliaia, se non decine di migliaia di vittime tra i manifestanti scesi in piazza per gridare il loro rifiuto del potere.
Difesa a mosaico
Secondo la costituzione l’assemblea degli esperti, composta da 88 religiosi sciiti in carica per otto anni, deve eleggere “il più presto possibile” il successore della guida suprema. “Tuttavia, bisogna tenere conto che siamo in guerra”, ha dichiarato Hadi Tahan-Nazif, portavoce del consiglio dei guardiani.
Nel frattempo Ali Larijani, ex presidente del parlamento e politico pragmatico, sembra una figura centrale nella transizione. “Probabilmente in questo momento è l’uomo più importante del sistema”, ritiene Hamidreza Azizi, ricercatore dello Stiftung Wissenschaft und Politik di Berlino. “La sua forza sta nella capacità di manovra dentro le istituzioni, facendo da ponte tra l’apparato di sicurezza, le reti clericali e i conservatori”, aggiunge Babak Vahdad, ricercatore indipendente e analista esperto di Iran e sciismo. “In un momento di incertezza, potrebbe raccogliere il consenso dell’élite e influenzare la successione, senza necessariamente cercare di esercitare lui stesso il potere supremo”.
Secondo Israele, dal 28 febbraio sono stati presi di mira circa quaranta alti funzionari iraniani, colpendo il comando militare, le reti decisionali e i servizi di intelligence. Tra le vittime ci sono il ministro della difesa Aziz Nasirzadeh, il comandante dei Guardiani della rivoluzione Mohammad Pakpour, il capo di stato maggiore Abdolrahim Mousavi e il responsabile dell’intelligence della polizia Gholamreza Rezaian. Sono stati uccisi anche alcuni uomini chiave dei programmi tecnologici e militari, come Hossein Jabal Amelian e Reza Mozaffari-Nia.
Nonostante queste perdite, gli attacchi iraniani contro Israele e alcuni obiettivi in diversi paesi del Golfo sono continuati, dimostrando che la decapitazione di parte del comando non ha, in questa fase, paralizzato la risposta. “A differenza della guerra dei dodici giorni del giugno 2025, questa volta Teheran era preparata all’ipotesi di nuovi attacchi, cosa che ha ridotto i suoi tempi di reazione”, osserva Azizi.
◆ In un reportage da Teheran, il corrispondente di IranWire (che mantiene l’anonimato per motivi di sicurezza) scrive che i civili vivono tra la paura della guerra e gli effetti della propaganda del regime. Chi può è fuggito nelle seconde case in campagna o nelle province interne. Chi è rimasto resta il più possibile al riparo. Nelle strade non c’è più traffico e di notte girano solo i miliziani dei basij, un corpo paramilitare creato nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, attivo in tutto il paese.
A partire dagli anni duemila, e in particolare dopo le grandi manifestazioni del 2009 contro la contestata rielezione dell’ex presidente ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad – la cui morte è stata smentita dai familiari dopo essere stata annunciata dai mezzi d’informazione iraniani –, il comando dei Guardiani della rivoluzione è stato progressivamente decentralizzato secondo una “strategia di difesa a mosaico”: ogni comandante provinciale ha più autonomia in caso di crisi. “Questa autonomia è stata rafforzata ancora dopo la guerra del giugno 2025, consentendo di operare senza aspettare il via libera del comando centrale”, precisa il ricercatore.
I raid statunitensi-israeliani si sono concentrati su due assi. Il primo riguarda i porti di Bandar Abbas e Chabahar, per limitare la capacità di Teheran di bloccare lo stretto di Hormuz. Il secondo investe i centri dei Guardiani della rivoluzione a Teheran, il comando della polizia e le zone di confine occidentali, per ridurre la forza coercitiva del regime di fronte a manifestazioni interne o nuclei ribelli, in Iran e fuori. “L’obiettivo sembra essere un cambio di regime o, in una versione più indiretta, l’indebolimento duraturo dello stato”, ritiene Azizi, ricordando che la guerra del giugno 2025 aveva preso di mira soprattutto il programma nucleare e le capacità balistiche.
Aspettare e vedere
Diversi scenari rimangono possibili: un’escalation controllata, un confronto regionale prolungato o un ricalibramento interno del potere. “Il meno probabile, ma il più destabilizzante, sarebbe il collasso del sistema”, conclude Vahdad. “Il regime iraniano è stato costruito per resistere allo stress. La vera questione non è la sua sopravvivenza, ma la forma che assumerà al termine di questa prova”.
Il 1 marzo Teheran è stata colpita da intensi bombardamenti. Uno ha gravemente danneggiato l’ospedale Gandhi, vicino alla sede della seconda rete televisiva iraniana, nella parte nord della capitale. Il giorno prima nella provincia di Hormozgan, nel sud del paese, è stata attaccata una scuola femminile a Minab, causando la morte di circa 150 studenti secondo i mezzi d’informazione iraniani. Le immagini diffuse mostrano aule distrutte e zaini sepolti sotto le macerie.
“Che vada al diavolo”, scrive Amir (uno pseudonimo) a proposito di Ali Khamenei. Amir, ingegnere di 31 anni che vive a Teheran, ha votato a tutte le elezioni fino al 2017 nella speranza di riformare il sistema dall’interno. Invano. Non ha sostenuto la “guerra dei dodici giorni”, non sapendo esattamente quali fossero gli obiettivi di Israele e degli Stati Uniti, ma dice di aver ritrovato la speranza dopo l’uccisione di Khamenei. “Molte persone provano la mia stessa gioia. Anche se l’atmosfera è terrificante quando cadono le bombe, sono rimaste a Teheran, a differenza della guerra di giugno”, spiega. “Aspettiamo di vedere come evolveranno le cose. Che il regime cada o che accetti di trasformarsi, di diventare uno stato normale, in entrambi i casi penso che l’esito potrebbe essere positivo. Solo una guerra civile sarebbe uno scenario molto brutto”. ◆ adg
Ghazal Golshiri è una giornalista di Le Monde che si occupa di Medio Oriente ed è esperta di Iran e Afghanistan.
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati