Da anni ormai la lotta politica in Italia si fa sugli zero virgola. L’Istat ha presentato i dati del 2025 sulla finanza pubblica, e l’attenzione di tutti si è concentrata sul deficit pari al 3,1 per cento del pil. Non c’è stata la riduzione prevista sotto il 3 per cento né quindi l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione europea, in tempo per fare una legge di bilancio 2027 più orientata alla spesa in vista delle elezioni. I dati permettono anche una valutazione dell’ormai lunga fase della destra al potere. Quando il governo Meloni si è insediato, alla fine del 2022, c’era l’onda lunga della pandemia e delle misure straordinarie. Il deficit era all’8,1 per cento del pil, quello primario (al netto degli interessi) al 4 per cento. La tanto vantata politica economica responsabile del governo ha ottenuto risultati: il deficit è sceso al 3 per cento, il disavanzo primario è diventato un avanzo dello 0,7 per cento. Ma il risanamento è avvenuto a colpi di tasse: la pressione fiscale è passata dal 41,7 al 43,1 per cento. Il debito è sceso dal 138,4 per cento a meno del 134 per cento, ma poi è risalito al 137,1 per cento. Tanta fatica per ottenere come risultato un’Italia che sembra immobile. L’assenza di peggioramento è presentata come l’unica dimensione accessibile di progresso. Di riforme e crescita non si parla più. Chissà se agli elettori basterà. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati