C’è stato un tempo, conclusosi ormai quindici anni fa, in cui esperienze musicali diverse come l’emo-hardcore dei From Autumn to Ashes e il noise-folk dei Gowns veleggiavano verso le camerette e i sonaglini di Youth Lagoon per comporre una piccola orchestra di voci sgraziate, arrabbiate o paralizzate dalla timidezza, indifferenti all’idea di un grande pubblico. Se rimetto insieme queste voci e questi ricordi nella mia testa, lo devo ai ciliegia suicidio, in uscita per Bomba Dischi con è la nostra storia la scriviamo insieme. Sono tentativi di frammentazione che probabilmente hanno trovato meno agio alle nostre latitudini, anche perché scrivere nella propria lingua porta verso la definizione di un significato, schiacciando a volte la dimensione del gioco, dell’assenza di senso cooptata semmai solo dalla trap più avanguardistica e ormai quasi scomparsa, e aggirando il piacere delle lettere storte e delle x con cui si componevano le richieste di fidanzamento alle elementari. Lettere storte e frasi ingenue, la poesia e la malagrazia: in questo disco ci sono molte sorprese per chi ha la curiosità e la pazienza di attraversare delle barriere apparenti, per chi non si ferma al “non entrate” appeso a caratteri cubitali davanti alla porta di una stanza. Ed è un merito dei ciliegia suicidio la voglia di farsi trovare, anche se sembrano dire tutto il contrario. intro, outro,
parte I, i  titoli semplici, l’intimità radicale tra le due voci, in un impasto grezzo che fa sognare e commuovere per la felicità di usare un’espressione banale come questa. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati