Il 13 gennaio in Texas nella base spaziale della SpaceX di Elon Musk, il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth ha aggiornato il linguaggio tipico dei lanci pubblicitari: il Pentagono integrerà l’intelligenza artificiale avanzata nelle sue operazioni quotidiane e Grok, il chatbot d’intelligenza artificiale generativa di Musk, sarà incorporato nelle reti militari, comprese quelle riservate. Il luogo dell’evento era il messaggio. Che un ministro annunci un’infrastruttura strategica dalla base di lancio per vettori spaziali di un miliardario non è un caso, ma la forma amministrativa dell’integrazione.
Per anni l’egemonia tecnologica statunitense si è basata su una garbata finzione dei mercati. Le aziende private avevano “casualmente” il controllo di chip, cloud e piattaforme; gli alleati si uniformavano “casualmente” alle architetture tecnologiche statunitensi; Washington si limitava a fare da arbitro. Questa finzione è stata pubblicamente abbandonata. Quello che distingue il presente non è il dominio, ma la sfacciataggine: l’informatica ora è trattata come uno strumento politico dello stato, e lo stato ha smesso di fingere di essere un mero spettatore dei trionfi della Silicon valley.
La Pax silica è il tentativo di Donald Trump di trasformare le catene di approvvigionamento di intelligenza artificiale e semiconduttori in un’architettura di alleanze
La tendenza era già evidente un anno fa. Il 13 gennaio 2025 il ministero del commercio statunitense aveva presentato il Framework for artificial intelligence diffusion (Quadro globale per la diffusione dell’intelligenza artificiale), un sistema per razionare i chip avanzati e gli ecosistemi che li circondano. Gli alleati più stretti avrebbero affrontato ostacoli minimi; la maggior parte dei paesi mondiali sarebbe stata spinta a compare licenze e autorizzazioni per l’uso dei data center; gli avversari sarebbero stati esclusi. L’ambizione era chiara: stabilire chi avrebbe potuto respirare all’interno della sala server. Poi la narrazione ha vacillato. Alla fine di quel gennaio l’app cinese DeepSeek è balzata in testa alle classifiche dell’App Store, scatenando il panico nel mercato. La Nvidia è crollata di circa il 17 per cento perdendo in un solo giorno circa 593 miliardi di dollari, una cifra record, dopo che gli investitori si sono confrontati con una prospettiva eretica: che i guadagni di efficienza e le scorciatoie degli algoritmi potessero distruggere l’idea statunitense secondo cui la superiorità equivale a una capacità di crescita più costosa.
Washington ha cambiato tattica. Nel maggio 2025 il dipartimento del commercio ha revocato il quadro globale per la diffusione dell’ia pochi giorni prima dell’entrata in vigore. In questo modo ha ammesso che le leggi sono troppo lente per il mondo attuale. Quando le regole non tengono il passo, la logica dei cartelli riempie il vuoto: esenzioni, liste, accordi e blocchi di catene di approvvigionamento.
Questo blocco ora ha un nome: la Pax silica è il tentativo dell’amministrazione Trump di trasformare le forniture di ia e semiconduttori in un’architettura di alleanze tra paesi. Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti si sono aggiunti nel gennaio 2026 insieme a Israele, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Regno Unito e Australia. Nel linguaggio del dipartimento di stato si tratta di una dichiarazione di sicurezza economica – la pace attraverso il silicio – in cui la “pace” è definita come l’accesso ordinato a chip, minerali, energia, logistica e infrastrutture cloud alle condizioni statunitensi.
La diplomazia informatica non è nuova, lo è solo la sua franchezza. Gli Stati Uniti governano da tempo attraverso intermediari: banche e dogane nell’era della diplomazia del dollaro, aziende petrolifere e mercati del tesoro nell’era del riciclaggio dei petrodollari. L’intermediario di oggi sono gli elementi fondamentali per il funzionamento dell’ia. I controlli sulle esportazioni e la giurisdizione del cloud fanno quello che un tempo facevano cannoniere e incaricati della gestione del debito, ma con meno clamore sui giornali.
La fusione tra stato e capitale è molto più evidente a Washington, dove l’obiettivo politico non è esportare prodotti, ma dipendenza. Nel luglio 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo intitolato Promoting the export of the American ai technology stack in cui ordinava al ministero del commercio di creare un programma di esportazione dell’intelligenza artificiale statunitense organizzato attorno a pacchetti completi: hardware, servizi cloud, canali dati, modelli e applicazioni. Non si tratta di quote di mercato, ma di accordi in esclusiva, che trasformano le decisioni di acquisto in allineamento geopolitico.
L’effetto collaterale geopolitico è un nuovo torneo di sottomissione, in cui gli stati competono non per l’indipendenza, ma per la prossimità
Di tanto in tanto, ciò che si tace viene detto ad alta voce. Nel luglio 2025 il segretario al commercio Howard Lutnick ha descritto in televisione la logica delle vendite controllate alla Cina: vendere abbastanza chip affinché gli sviluppatori diventino “dipendenti dalla tecnologia statunitense”. L’espressione era rozza, ma la dottrina raffnata. La dipendenza non è un effetto collaterale. È il prodotto.
La spina dorsale di questo sistema si sta costruendo su una scala che rende pittoreschi i vecchi dibattiti sulla politica dell’innovazione. Il programma Stargate, annunciato nel gennaio 2025 per dare una spinta all’infrastruttura dell’ia con investimenti da 500 miliardi di dollari, è già stato ampliato negli Stati Uniti con partner come la Oracle e la giapponese SoftBank. Nel settembre 2025 la Reuters ha riferito di nuovi data center sotto l’ombrello della Stargate, ancora presentati come iniziativa privata ma avviati con il beneplacito della Casa Bianca. La OpenAi afferma che la costruzione comporta quasi sette gigawatt di capacità prevista e più di 400 miliardi di dollari d’investimenti in tre anni.
Perfino gli imperi devono venire a patti con la fisica. Nel gennaio 2026 Washington ha esortato la Pjm, il più grande operatore di reti elettriche negli Stati Uniti, a indire un’asta di approvvigionamento d’emergenza perché la domanda dei data center sta riducendo l’offerta e aumentando i timori di blackout. Le proposte della rete elettrica di far generare alle nuove grandi utenze la propria energia o di fargli accettare restrizioni sembrano una nota a piè di pagina dell’ambizione imperiale: la diplomazia informatica dipende dagli elettroni, e gli elettroni non obbediscono ai comunicati stampa.
L’effetto collaterale geopolitico è un nuovo torneo di sottomissione, in cui gli stati competono non per l’indipendenza, ma per la prossimità. Il Giappone ne è un esempio. La SoftBank ha venduto tutta la sua partecipazione nella Nvidia, valutata 5,8 miliardi di dollari, per finanziare le sue scommesse sull’ia, tra cui quelle sull’OpenAi e sulla Stargate. Masayoshi Son, fondatore della SoftBank, ha inoltre presentato il “Progetto crystal land” una “Shenzhen americana” in Arizona, come una fantasia di delocalizzazione finanziata da capitale giapponese. La logica è nota: in un mondo monopolistico, la diversificazione appare suicida, e quindi la scelta razionale è trasformarsi nell’agente accreditato del monopolista. L’Europa fa lo stesso gioco con una retorica migliore e risultati peggiori: si parla di nuove leggi, ma poi si negozia in nome della competitività. Gli stati del golfo Persico giocano con denaro ed energia, sperando di tradurre la ricchezza sovrana in accesso privilegiato al perimetro della Pax silica.
L’America Latina, invece, si limita a preservare i suoi punti di forza: terra, energia e permessi. L’Argentina è un esempio chiaro: nell’ottobre 2025 la OpenAi e la Sur energy hanno firmato una lettera d’intenti per esplorare un progetto di data center da 25 miliardi di dollari con capacità fino a 500 megawatt, denominato “Stargate Argentina”, strutturato intorno a incentivi agli investimenti.
Il Brasile si sta promuovendo su linee simili, per ragioni che non hanno nulla a che vedere con il “talento” e che hanno molto a che vedere con il potere.
Ed è qui che entrano in scena i movimenti sociali, senza bisogno di un copione romantico. I prossimi conflitti si combatteranno sui prezzi dell’energia, sull’uso dell’acqua, sui diritti sulla terra, sulle condizioni lavorative e sullo status giuridico dei dati archiviati in strutture situate in un paese ma gestite da fornitori stranieri. Il punto non è se l’ia sia buona o cattiva, ma se si possa costringere la nuova infrastruttura a rispondere democraticamente di quello che fa o se funzionerà come i precedenti cicli estrattivi: risorse pubbliche mobilitate per finanziare rendite private, con la sovranità ridefinita come diritto di ospitare le macchine di altri.
Il ruolo della Cina in questa storia non è quello di un esempio morale, ma di un contrasto strategico. Il successo di DeepSeek è stato importante perché ha suggerito che i controlli alle esportazioni possono rallentare i rivali e, al tempo stesso, favorire la determinazione politica che rende tollerabile l’inefficienza. La maggior parte dei governi tratta la dipendenza come una cosa naturale e si concentra sulla gestione. Pechino la considera una vulnerabilità e agisce di conseguenza. Questa posizione è difficile da replicare in altri luoghi, ma chiarisce la vera scelta che la Pax silica tenta di nascondere: il costo del rifiuto è doloroso; il costo della fedeltà è strutturale.
Pax silica è, in definitiva, un’affermazione onesta. Ammette che la nuova concordia è frutto della gestione: la pace attraverso il silicio, mantenuta da chi controlla l’offerta. Gli imperi precedenti resistevano perché mantenevano la finzione del beneficio reciproco. Quello attuale è più impaziente nei confronti di questa finzione, che potrebbe essere la sua debolezza. Quando il dominio non si traveste più da commercio, il consenso diventa più difficile da fabbricare. E le frizioni di reti, bilanci e politica cominciano a sembrare meno un rumore di sottofondo e più il terreno su cui sarà in gioco la pace del silicio. ◆ sc
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 49. Compra questo numero | Abbonati




