Cultura Schermi
Nouvelle Vague
Aubry Dullin, Guillaume Marbeck
Stati Uniti / Francia 2025, 106’. In sala
Nouvelle Vague (dr)

Si esce dalla visione di Nouvelle Vague con il cuore leggero. Questo non è un risultato da poco considerata l’attesa che c’era intorno al film, caricata dal peso del mito e della storia. Decidendo di raccontare la realizzazione di Fino all’ultimo respiro, Richard Linklater si è esposto a molti pericoli: nostalgia vintage o funebre, confronto estetico con un modello travolgente, le maledizioni dei godardiani, degli storici, dei presunti autori, senza contare le accuse di appropriazioni culturali e via dicendo. Di fronte a tutto questo la leggerezza è la scelta migliore di Linklater, oltre che un vero motivo di fedeltà al modello. Niente miracoli quindi: il suo film non deve niente al caso, ma è frutto di un insieme di decisioni ponderate, di procedure complesse, di sperimentazioni e di azzardi dissimulati. Tutte cose che svaniscono di fronte all’energia del film (da vedere in sala), che finisce per diventare addirittura d’attualità.
Pierre Eugène, Cahiers du cinéma

Se solo potessi ti prenderei a calci
Rose Byrne, A$AP Rocky
Stati Uniti 2025, 113’. In sala
Se solo potessi ti prenderei a calci (dr)

Linda avrebbe bisogno di un momento per sé. Ma sa che è quasi impossibile, dato che le uniche pause dall’essere madre single di una bambina malata sono il lavoro e le sedute di terapia. Se solo potessi ti prenderei a calci è un’estenuante commedia drammatica su una madre tormentata (una clamorosa Rose Byrne) che lotta per tenere in equilibrio tutte le sue responsabilità. La figlia (Delaney Quinn) soffre di una misteriosa malattia legata all’alimentazione. Il marito, comandante sulle navi da crociera, è sempre lontano ma riesce comunque a criticarla. Lei lavora come terapista ma è molto più negligente del collega da cui è in cura. E per finire, per una perdita d’acqua il soffitto del suo appartamento crolla, costringendola a trasferirsi con la figlia in uno squallido motel. Un film audace e claustrofobico – forse il più struggente dell’anno – che non avrebbe mai funzionato senza Byrne e la sua capacità di trasmettere un umorismo sarcastico al personaggio.
Sonia Rao, The Washington Post

La mattina scrivo
Bastien Bouillon
Francia 2025, 88’. In sala

La mattina scrivo si discosta dai precedenti lavori di Valérie Donzelli, ma è anche uno dei suoi film migliori. Tratto dal libro autobiografico di Franck Courtès, racconta la storia di Paul, affermato fotografo che diventa uno scrittore squattrinato. Paul accetta la condizione di lavoratore saltuario e porta avanti la scrittura del suo nuovo libro in uno stato di privazione economica, sociale e materiale. S’iscrive a un’app che aiuta a trovare piccoli lavori con un meccanismo di asta al ribasso. Meno ti fai pagare, più ti chiamano, quasi sempre per lavori infami. Senza spettacolarizzazioni o sensazionalismi Donzelli filma la vita quotidiana di Paul, che sviluppa un attaccamento quasi viscerale alla sua integrità e alla sua libertà. Abituata a dedicarsi anima e corpo ai suoi film, la regista s’identifica con questo anticonformista che sceglie di realizzarsi nella miseria, e firma un film modesto nella forma ma ambizioso e attuale per il discorso politico e artistico che porta avanti.
Bruno Deruisseau, Les Inrockuptibles

Grand ciel
Damien Bonnard
Francia / Lussemburgo 2025, 91’. In sala

Il giapponese Akihiro Hata ha ambientato il suo film d’esordio in Francia (dove si è formato). Come il suo connazionale Kiyoshi Kurosawa (Cloud), si avventura in un genere socio-fantasy, fondendo il conflitto di classe con una sorta di thriller soprannaturale. Bonnard interpreta Vincent, un operaio edile, poi promosso caposquadra, in un quartiere in costruzione ambizioso e futuristico. Un elemento inspiegabile alimenta la crescente suspense: gli operai cominciano a sparire sistematicamente nei sotterranei dei vari edifici. Girato in veri cantieri, attento alla durezza del lavoro richiesto a questi uomini, immersi nella polvere, illuminati dal bagliore surreale delle luci al neon e accompagnati da una colonna sonora industriale, Grand ciel rifugge l’ipotesi di un’indagine criminale, preferendo invece l’allegoria sociale.
Jacques Mandelbaum, Le Monde

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1655 - 6 marzo 2026
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