“Una vittoria per la vita”: è il messaggio trionfale condiviso dai nativi dell’Amazzonia il 23 febbraio dopo aver salvato il fiume Tapajós occupando un terminal per i cereali gestito dalla Cargill, la più grande azienda a capitale privato degli Stati Uniti. “Hanno vinto il fiume, la foresta e la memoria dei nostri antenati”, hanno detto gli attivisti a Santarém quando il governo brasiliano ha cancellato un piano per privatizzare uno dei corsi d’acqua più belli del mondo, trasformandolo in un canale per il trasporto della soia. L’aspetto più straordinario di questa vittoria è che era una battaglia palesemente squilibrata: da un lato c’erano circa mille difensori del fiume, dei popoli munduruku, arapiun e apiaká; dall’altro alcune delle forze più potenti del capitalismo globale e della crisi climatica. A gennaio l’esercito statunitense ha lanciato un attacco nel vicino Venezuela, nella prima aggressione dichiarata nei confronti di uno stato amazzonico. L’operazione aveva proprio l’obiettivo d’impossessarsi delle risorse venezuelane (il petrolio, nello specifico) e imporre il dominio commerciale statunitense nella regione. Gli attivisti di Santarém, città nello stato del Pará, non si sono lasciati intimidire e hanno combattuto contro uno dei giganti del commercio mondiale: la Cargill genera introiti per più di 160 miliardi di dollari l’anno, impiega 155mila lavoratori e gestisce più del 70 per cento della soia e del granturco che passa per il porto di Santarém. I nativi hanno occupato il terminal della Cargill per vari giorni, paralizzando uno degli snodi del commercio alimentare mondiale. Questa infrastruttura è un importante punto di contatto tra il paese con grandi aziende agricole, il Brasile, e la Cina, destinazione finale di gran parte della soia. Il governo brasiliano e le amministrazioni statali, con l’appoggio della finanza straniera e delle multinazionali, vorrebbero espandere il percorso che lega i terreni agricoli ai piatti dei consumatori costruendo ferrovie, strade e una “idrovia” (un fiume trasformato in un mega-canale). Quando mi sono occupato per la prima volta dell’argomento, dieci anni fa, il sindaco di Santarém mi aveva illustrato un piano per industrializzare la regione del Tapajós, mentre l’ex ambasciatore in Cina aveva parlato dei vantaggi economici che il Brasile avrebbe ottenuto aprendo “la più grande frontiera alimentare del mondo”. Arsenico e nafta Gli attivisti hanno messo i bastoni tra le ruote a questo piano, costringendo il governo a revocare un decreto per privatizzare i progetti federali su tre fiumi: il Tapajós, il Madeira e il Tocantins. Il progetto, annunciato ad agosto dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva, aveva creato un’asta per il dragaggio del fiume e altre operazioni di gestione del traffico su quei corsi d’acqua. Questo aveva fatto crescere le preoccupazioni per un’accelerazione dei lavori per trasformare il Tapajós – che già trasporta circa 41 milioni di tonnellate di carichi ogni anno – in un’idrovia più grande e distruttiva. Il Brasile sostiene che il commercio fluviale sia più efficiente e vantaggioso per il clima rispetto a quello su strada, ma la federazione dei popoli indigeni del Pará ha ribadito che i rischi per la natura e la popolazione devono avere la precedenza sui profitti. “La trasformazione dei fiumi amazzonici in rotte di sfruttamento economico minaccia i territori indigeni, lo stile di vita tradizionale, la sicurezza alimentare, la biodiversità e l’equilibrio ambientale dell’intera regione”, ha sottolineato la federazione. Fino a dieci anni fa il Tapajós era famoso per le sue acque cristalline, ma oggi è inquinato dall’arsenico usato dai minatori illegali e dalla nafta persa dalle chiatte che trasportano la soia. Le comunità locali si stanno ancora riprendendo dalla grave siccità causata da El Niño. Molte colture sono morte e i livelli del fiume sono scesi così tanto da rendere impossibile la navigazione in alcuni tratti. Quando ho visitato la zona, a dicembre, i capi munduruku del villaggio di Jamaraqu mi hanno spiegato che la privatizzazione del Tapajós avrebbe peggiorato la situazione, perché avrebbe favorito gli interessi dell’industria agroalimentare invece di quelli della foresta e dei suoi abitanti. I munduruku e i loro alleati sono in prima linea nella battaglia per proteggere il fiume dalle minacce create dalla soia, dal bestiame, dall’attività mineraria illegale e dai progetti di ingegneria idraulica. Siamo tutti debitori Proteggendo i loro fiumi, le loro foreste e la loro terra, gli indigeni e altri attivisti per l’ambiente ci stanno facendo un enorme favore. L’Amazzonia regola il clima del nostro pianeta assorbendo CO2, raffreddando la regione e garantendo la regolarità dei monsoni. Un nuovo studio ha rivelato che le precipitazioni generate dalla foresta pluviale valgono da sole venti miliardi di dollari all’anno in termini di irrigazione agricola, acqua potabile per i centri urbani e servizi igienici. Oggi queste risorse globali essenziali sono distrutte dalle attività estrattive. Ma i danni peggiori provocati dall’allevamento, dalle compagnie minerarie e dai grandi cantieri non finiscono nei registri delle grandi aziende e dei governi. L’unico strumento per mettere i potenti davanti alle loro responsabilità è l’attivismo a livello locale. Mentre gli scienziati avvertono che la scomparsa dell’Amazzonia “è pericolosamente vicina al punto di non ritorno”, siamo tutti debitori nei confronti degli attivisti munduruku e degli altri popoli nativi che hanno sfidato l’industria agroalimentare brasiliana, gli interessi delle multinazionali statunitensi e i compratori cinesi ed europei. La battaglia non è finita. In futuro ci saranno altre occasioni per partecipare e mostrare sostegno. u as

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati