A Minab, in Iran, centosettanta bambine sono arrivate a scuola in una mattina come le altre. Quando la polvere si è posata, almeno centosessanta di loro (secondo fonti iraniane) erano morte. I missili che le hanno uccise erano statunitensi. L’intelligence che ha scelto il bersaglio forse era israeliana. La giustificazione offerta da Washington e Tel Aviv è stata la sicurezza. La libertà. Le solite parole. Cosa dire di una libertà che si presenta così?
Nelle prime ore del 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco aereo coordinato contro l’Iran, colpendo siti nucleari, strutture militari e le abitazioni dei suoi leader. La guida suprema, Ali Khamenei, è stata uccisa. In poche ore le guardie rivoluzionarie iraniane hanno chiuso lo stretto di Hormuz, dove passa un quinto del petrolio mondiale.
Diversi missili hanno colpito le basi statunitensi in tutta la regione. Sei militari statunitensi sono morti. In Iran alla fine del primo giorno di guerra la Croce rossa contava 201 morti e 747 feriti in 24 province, un dato che sta aumentando. Com’era prevedibile, al mondo è stato detto di prepararsi all’escalation.
Eppure c’è un dettaglio che riduce in cenere ogni giustificazione: il giorno prima che cadessero le bombe il ministro della difesa iraniano era a Ginevra e aveva accettato in linea di principio di ridurre il più possibile le scorte di uranio. I negoziati stavano facendo progressi. Ma le bombe sono cadute comunque. Non è un fallimento della diplomazia. È l’uccisione della diplomazia. E ci dice qualcosa sul vero obiettivo di questa guerra.
Il copione è noto. Trent’anni di avvertimenti su un’arma nucleare iraniana mai materializzata. Le menzogne prima dell’invasione dell’Iraq del 2003 esigevano per lo meno una fialetta da agitare e un’esibizione di sincerità davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Stavolta sono bastati un post sui social media e un ultimatum. Non c’è più bisogno di convincere l’opinione pubblica. O meglio: l’opinione pubblica è irrilevante.
Secondo un sondaggio di Reuters/Ipsos il 75 per cento degli statunitensi era contrario agli attacchi. Le potenze europee, con l’onorevole eccezione di Spagna e Norvegia, hanno rilasciato dichiarazioni che dipingono la crisi come la conseguenza del rifiuto iraniano di capitolare, anziché come un atto di guerra illegale contro uno stato che fa parte dell’Onu. I governi francese, tedesco e britannico, custodi dell’ordine internazionale basato sulle regole quando l’aggressore è la Russia, hanno scoperto la flessibilità quando ad attaccare è il loro protettore.
Il giorno dopo
Sicuramente il governo iraniano non è al di sopra delle critiche, ma nessuna delle motivazioni fornite per questa guerra regge al confronto con i fatti: i negoziati sul programma nucleare volgevano verso una soluzione; la morte della guida suprema, lungi dal decapitare il sistema, probabilmente lo consoliderà; l’asse della resistenza era già debole.
Gli architetti del conflitto non hanno né forze sul campo né un piano per il giorno dopo. Non hanno nulla a parte la certezza che le conseguenze le subiranno altri: le bambine di Minab, le famiglie di Teheran, Isfahan e Ahvaz, i lavoratori del sud globale che pagheranno prezzi più alti per il cibo e il carburante quando la chiusura dello stretto di Hormuz si ripercuoterà sui mercati.
Il nostro compito dovrebbe essere quello di parlare di resistenza e solidarietà. L’abbiamo fatto in passato. Oggi è più difficile. Non perché la solidarietà sia meno reale, ma perché qualcosa è cambiato. Non c’è un movimento contro la guerra. Ci sono individui inorriditi, intellettuali che scrivono, cittadini che chiamano in causa i loro rappresentanti.
Ma i meccanismi che un tempo traducevano l’opposizione popolare in argine politico – le proteste di massa, il bilancio delle vittime che portava la guerra in casa – sono stati sistematicamente smantellati. Questo è un imperialismo perfezionato: le guerre si fanno con le portaerei, le munizioni di precisione, lo spionaggio elettronico, con tre cadaveri che tornano nei sacchi invece di tremila.
La domanda da farsi non è se la terza guerra mondiale si stia avvicinando. Forse no. Più probabile è uno scenario senza la risoluzione di una rottura storica: una barbarie permanente. Le guerre non costano quasi nulla ai loro autori. Il mondo assorbe ogni trauma, si abbrutisce e va avanti.
Siamo arrivati a un punto in cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella dello status quo. Questa sensazione è davvero una novità. Non Trump, non Netanyahu, che sono dei sintomi. Il potere ha trovato il modo per fare la guerra senza pagare il prezzo che un tempo la rendeva politicamente onerosa.
La libertà che stanno offrendo agli iraniani è la libertà della tomba. I morti non si organizzano. I morti non chiedono autodeterminazione. A questo servivano le bombe su Minab. E non resta quasi più nulla da dire al riguardo.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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