Siamo vecchi, dunque possiamo essere legittimati nei nostri sentimenti se ci manca la mediazione degli anni zero rispetto alla cultura agrodolce della generazione X, quando l’essere slacker in purezza nei film di Kevin Smith e Richard Linklater è diventato qualcosa di leggermente più assertivo, in film come La mia vita a Garden State o Il lato positivo; siamo legittimati se ci manca lo strano ottimismo che rimpiazzava la nullafacenza del suburbio per sostituirla con un’irragionevole spensieratezza, quasi apolitica, che oggi è degenerata in una crisi permanente, anche della propria salute mentale. Che c’entra questo con Emotional park (Urlaub, esce il 20 maggio), il primo disco di Marcello Newman pubblicato con il suo nome dopo aver orbitato nell’indie-sfera materializzatasi ormai più di quindici anni fa? Tutto, perché di quei suoni e di quell’immaginario Emotional park è il cugino o nipote adottato che non si vergogna di esserlo e prospera in una condizione artificiale, l’american suburb, che sente propria e che rinforza attraverso rimandi a una famiglia non così immaginaria: più che dad/mom rock, come scrive l’autore per inserirsi in una nobile tradizione senza prendersi troppo sul serio, è il disco del cugino che si è fatto grande ma a furia di girare appresso ai suoni dei Pavement e al lirismo scazzato per finta delle Haim ha imparato molto, e si diverte a mostrarlo. Agrodolce, dorato, quieto. E per questo sincero: proprio come in quegli anni, di sincerità si può tornare a parlare. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati




