La guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran ha cambiato le prospettive dell’economia globale. Il rincaro dell’energia danneggerà la crescita e farà aumentare i prezzi dei combustibili, dei generi alimentari e delle materie prime, al punto da provocare una recessione mondiale paragonabile a quelle causate dalla pandemia e dalla crisi finanziaria del 2008. È la diagnosi del Fondo monetario internazionale (Fmi), che ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita delle principali economie del pianeta.

Gli avvertimenti sull’impatto della guerra si moltiplicano. L’Agenzia internazionale dell’energia parla del rischio di scatenare la peggiore crisi energetica della storia.

Per la prima volta dalla pandemia, quest’anno la domanda di greggio registrerà una flessione. Il passaggio di petrolio e dei suoi derivati per lo stretto di Hormuz si è ridotto a 3,8 milioni di barili al giorno, contro gli oltre 20 milioni di prima del conflitto. Questo spiega come mai il prezzo ha superato i 100 dollari al barile e quello del gas è aumentato dell’80 per cento in appena un mese e mezzo.

Il governo spagnolo, per esempio, vuole accelerare la decarbonizzazione e la transizione verso le rinnovabili, per cercare di contenere l’impatto della crisi energetica. Bruxelles sta valutando di rendere più flessibili le norme per permettere agli stati di aiutare i settori più esposti alla crisi, come l’agricoltura, la pesca, i trasporti e le industrie colpite dall’aumento dei prezzi dell’energia.

Le tensioni geopolitiche fanno vacillare la già fragile cooperazione internazionale, mentre il blocco dello stretto di Hormuz rischia di mettere fine alle rotte marittime libere, il principio che rende possibile il 90 per cento del commercio globale. Qui si vede con più chiarezza cosa comporta aver fatto saltare, per puro capriccio, le fondamenta dell’architettura multilaterale. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati