Da sabato 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele bombardano pesantemente l’Iran, che ha risposto colpendo il territorio israeliano e le basi statunitensi in vari paesi della regione. Negli attacchi è stato ucciso Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran dal 1989.

Le incognite sono ancora tante. Di certo per il presidente statunitense Donald Trump è cominciata una fase decisiva. A poco più di un anno dall’insediamento, il suo secondo mandato si sta rivelando l’esatto opposto di quello che molti commentatori avevano pronosticato e che lui stesso aveva promesso.

Sul fronte interno si è dato in ogni modo la zappa sui piedi e il suo programma politico nazionalista è in stallo; e sembra convinto che le uniche “vittorie” in grado di risollevare la sua presidenza possano arrivare solo dall’esercizio sempre più disinvolto della forza militare all’estero. L’operazione Epic fury contro l’Iran è l’ottavo intervento militare ordinato nel suo secondo mandato, e intanto Trump minaccia altri paesi, tra cui Cuba.

Resta da capire che tipo di vittoria Trump vorrà ottenere in Iran e se sia effettivamente a portata di mano. Ha promesso di non trascinare gli Stati Uniti in un’altra guerra lunga con truppe di terra, ma il cambio di regime – l’obiettivo dichiarato da Trump e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’inizio dell’attacco – difficilmente si ottiene solo con bombardamenti e in tempi brevi.

Le enormi forze schierate da Washington nella regione – due gruppi di portaerei con cacciatorpediniere di scorta, altre navi da guerra, sottomarini nucleari e decine di aerei – potrebbero consentire operazioni non di pochi giorni ma potenzialmente di settimane; allo stesso tempo, sostiene l’Economist, “nonostante l’enorme dispiegamento militare, i due paesi saranno in grado di continuare una guerra a pieno ritmo solo per poche settimane, prima che le loro scorte di munizioni si esauriscano”.

Secondo Foreign Policy, “l’obiettivo del regime iraniano è sopravvivere: se perdesse metà dei suoi leader e delle sue risorse militari, potrebbe comunque rimanere in piedi”.

Sia Trump sia Netanyahu hanno invitato la popolazione iraniana a sollevarsi contro il governo, ma l’opposizione non è armata né organizzata, e il regime ha dimostrato più volte che è disposto a massacrare i civili pur di sopravvivere.

Spaccatura tra i conservatori

L’entità della ritorsione iraniana e il comportamento delle forze di sicurezza dopo la morte di Khamenei influenzeranno il corso della campagna israelo-statunitense. Nei prossimi giorni Trump dovrà decidere se rivendicare risultati limitati o assumersi il rischio di un conflitto più esteso, con conseguenze imprevedibili per la regione e per la sua stessa presidenza.

Parlando al telefono con il giornalista Barak Ravid, ha detto di avere varie opzioni sul proseguimento delle operazioni militari: “Potrei andare fino in fondo e prendermi tutto, o farla finita in due o tre giorni e dire agli iraniani: ‘Ci rivediamo tra pochi anni se cominciate a ricostruire il programma nucleare’”.

Al New York Times ha dato risposte ancora più confuse e contraddittorie: ha detto che l’offensiva contro l’Iran potrebbe durare “quattro o cinque settimane” e che per Stati Uniti e Israele non sarà difficile sostenerla, nonostante l’aspettativa che ci possano essere altre vittime tra i soldati e i funzionari statunitensi. Ha parlato di “tre ottime scelte” per guidare l’Iran dopo l’uccisione di Ali Khamenei, senza fare nomi, oscillando tra l’idea di un cambio di regime guidato dal popolo e un modello simile a quello venezuelano, in cui verrebbe rimosso solo il vertice lasciando intatto il resto dell’apparato. Un paragone che molti suoi consiglieri giudicano irrealistico, vista la complessità militare e politica iraniana rispetto alla situazione del paese sudamericano prima del sequestro di Nicolás Maduro. Trump si è detto pronto a eliminare le sanzioni se a Teheran dovesse instaurarsi una nuova leadership “pragmatica”, ma non ha chiarito se e come difenderebbe eventuali i manifestanti se scoppiassero nuove rivolte interne.

Questa incoerenza riflette in parte l’apparente incertezza sugli obiettivi dell’operazione — cambio di regime, resa delle élite, modello venezuelano o sollevazione popolare — ma sembra anche motivata dalla volontà di lasciarsi aperte più vie d’uscita politiche: poter rivendicare la caduta del regime come un successo personale, oppure scaricare sugli iraniani un eventuale fallimento, evitando di assumersi fino in fondo le conseguenze dell’intervento.

La campagna iraniana sembra comunque destinata ad accentuare la spaccatura nel mondo conservatore intorno al significato dello slogan “prima l’America”. Sabato Trump è stato criticato non solo da sinistra ma anche da importanti esponenti del movimento Make America great again, secondo cui il presidente è manovrato dai neoconservatori che un tempo aveva respinto.

Le critiche sono state guidate dal conduttore del podcast di destra Tucker Carlson e dall’ex deputata Marjorie Taylor Greene, repubblicana della Georgia. Dall’altra parte, Il deputato Marlin Stutzman, repubblicano dell’Indiana, ha sostenuto invece che l’attacco di Trump all’Iran servirebbe a prevenire una minaccia peggiore in futuro e ad aprire la strada a un nuovo Medio Oriente più favorevole agli Stati Uniti: “A chi dice: ‘Be’, il presidente Trump aveva detto che non ci avrebbe portato in nessuna guerra’, rispondo che nel lungo periodo ci sta tenendo fuori dalle guerre”.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Americana.

Iscriviti a
Americana
Cosa succede negli Stati Uniti. A cura di Alessio Marchionna. Ogni domenica.
Iscriviti
Iscriviti a
Americana
Cosa succede negli Stati Uniti. A cura di Alessio Marchionna. Ogni domenica.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it