Giovedì 26 febbraio i partiti che sostengono il governo Meloni hanno depositato in parlamento una proposta per cambiare la legge elettorale, cioè l’insieme di regole che stabiliscono come vengono assegnati i seggi alla camera e al senato sulla base dei voti degli elettori. In concreto, il nuovo sistema rafforza il peso in parlamento della coalizione più votata, per rendere più semplice la formazione di un governo dopo le elezioni.
La proposta ha subito aperto uno scontro politico. Secondo il governo e i partiti della maggioranza, la riforma serve a ridurre l’incertezza dopo il voto e a evitare equilibri parlamentari fragili. Per gli scettici, invece, grazie a un meccanismo che solleva dei dubbi di costituzionalità, darebbe all’attuale maggioranza più possibilità di rimanere al governo anche se un’alleanza tra i partiti all’opposizione ottenesse un consenso elettorale simile.
Il testo inizierà ora il suo percorso in parlamento e dovrà essere approvato nello stesso contenuto da camera e senato per diventare legge entro la fine della legislatura, prevista nell’autunno del 2027. La maggioranza ha i numeri per portare avanti la riforma, ma l’esito dipenderà dalla tenuta dell’accordo tra i partiti di governo e dalle eventuali modifiche durante l’esame parlamentare.
Le regole attuali
L’attuale legge elettorale è stata approvata nel 2017 ed è stata usata per la prima volta nelle elezioni dell’anno successivo e poi in quelle del 2022, vinte dalla coalizione di destra. È chiamata comunemente Rosatellum, un’espressione pseudolatina di invenzione giornalistica che prende il nome dal suo relatore in parlamento, Ettore Rosato, all’epoca deputato del Partito democratico (Pd).
Questa legge mette insieme alcune caratteristiche del sistema maggioritario con altre di quello proporzionale. Circa un terzo dei 600 parlamentari viene eletto in collegi uninominali, cioè aree territoriali in cui vince il candidato che ottiene più voti. I restanti due terzi dei seggi sono assegnati con un sistema proporzionale, cioè distribuiti tra i partiti in proporzione ai voti ottenuti su scala nazionale alla camera e regionale al senato.
L’elettore esprime un solo voto, valido sia per il candidato del collegio sia per la lista o la coalizione che lo sostiene, senza possibilità di scegliere i singoli candidati eletti con il proporzionale perché le liste sono bloccate, cioè definite dai partiti. Questo meccanismo tende a favorire le alleanze, perché presentarsi uniti nei collegi uninominali aumenta le probabilità di vittoria.
È quello che è successo alle elezioni del 2022, quando la coalizione di destra ha ottenuto nel complesso circa il 44 per cento dei voti, conquistando però più del 55 per cento dei seggi in entrambe le camere. I candidati di destra hanno prevalso nella maggior parte dei collegi uninominali, mentre Pd, Movimento 5 stelle e partiti centristi si sono presentati separatamente, dividendo i loro consensi tra più candidati concorrenti.
Cosa cambia
La riforma presentata dai partiti di governo – già chiamata Stabilicum, perché vorrebbe garantire governi più stabili – elimina quasi del tutto i collegi uninominali. I seggi sono assegnati con il metodo proporzionale in base ai risultati ottenuti dai partiti o dalle coalizioni, a livello nazionale per la camera e regionale per il senato, con alcune eccezioni in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige.
L’elemento centrale della riforma è l’introduzione di un “premio di governabilità”. La coalizione più votata, con almeno il 40 per cento dei consensi, riceve un numero di seggi in più (70 deputati e 35 senatori) di quelli spettanti in proporzione ai voti, per avere una maggioranza in parlamento più stabile.
C’è comunque un tetto massimo di seggi che nel complesso si possono ottenere con l’aggiunta del premio: questo numero è fissato a 230 deputati e 114 senatori. In questo modo si vuole evitare che una coalizione possa ottenere troppi seggi anche dopo aver ottenuto un forte consenso elettorale.
Se nessuna coalizione supera la soglia del 40 per cento dei voti, il premio può essere assegnato con un ballottaggio, cioè dopo una seconda votazione a cui partecipano le due coalizioni più votate. Il ballottaggio si svolge solo se entrambe hanno ottenuto almeno il 35 per cento dei voti al primo turno; in caso contrario tutti i seggi sono distribuiti con il metodo proporzionale.
La riforma mantiene inoltre la soglia di sbarramento al 3 per cento, cioè la quota minima di voti necessaria per entrare in parlamento: i partiti che restano sotto questa soglia non ottengono seggi. Il testo prevede anche che le coalizioni indichino già al momento della presentazione delle liste il nome del candidato da proporre come presidente del consiglio. L’obiettivo è rendere più chiaro agli elettori quale governo potrebbe formarsi dopo le elezioni, senza modificare formalmente il ruolo del presidente della repubblica, che secondo la costituzione ha il compito di nominare il presidente del consiglio.
I dubbi
La riforma della legge elettorale ha sollevato varie perplessità tra costituzionalisti e partiti d’opposizione. Una prima obiezione riguarda le motivazioni politiche: secondo alcuni la proposta è stata presentata in un momento in cui diversi sondaggi prevedono, grazie alle regole attuali, un probabile pareggio alle elezioni tra la coalizione di destra e quella progressista, di cui farebbero parte il Pd e il Movimento 5 stelle.
Una simulazione realizzata dall’istituto di sondaggi YouTrend mostra invece che la riforma della legge elettorale permetterebbe ai partiti di destra di tornare al governo. Con pochi voti in più, infatti, potrebbero ottenere il premio di maggioranza, e superare così il numero di parlamentari dei partiti all’opposizione.
Un’altra critica riguarda l’assenza delle preferenze, in passato chieste più volte dalla stessa presidente del consiglio Giorgia Meloni. Neanche nel nuovo sistema gli elettori possono votare per un candidato o una candidata a scelta delle liste, che rimangono bloccate (i seggi di ogni lista sono assegnati cioè in base all’ordine dei nomi nella lista).
In più, secondo alcuni, il “premio di governabilità” potrebbe attribuire una maggioranza parlamentare troppo ampia a una coalizione sostenuta da una quota limitata di elettori, soprattutto se assegnato dopo un eventuale ballottaggio. Ed è in dubbio la sua costituzionalità. Nelle sentenze del 2014 e del 2017 sui sistemi elettorali del passato (il Porcellum e l’Italicum) la corte aveva bocciato in parte il premio di maggioranza. Secondo i partiti che sostengono il governo, la loro proposta di riforma risolve le questioni sollevate da quelle sentenze; l’opinione di alcuni costituzionalisti, invece, è opposta.
Il politologo Roberto D’Alimonte, esperto di sistemi elettorali, ha evidenziato inoltre un altro problema. Se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti e non ci sono due schieramenti sopra il 35 per cento, il ballottaggio non si tiene e il premio di maggioranza non viene assegnato: in quel caso tutti i seggi sono distribuiti con il proporzionale, facendo venir meno l’obiettivo dichiarato di garantire la governabilità.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it