Pochi pensavano che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe fatto catturare il venezuelano Nicolás Maduro, oggi rinchiuso in un carcere di Brooklyn, a New York. E sono ancora meno quelli che prendono sul serio l’idea che Trump possa far arrestare Raúl Castro, 94 anni, notabile del Partito comunista cubano e uomo più potente dell’isola. Suo fratello Fidel, morto nel 2016, portò il comunismo a Cuba negli anni sessanta. Ma dopo che il 20 maggio il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha emesso un atto di accusa contro Raúl Castro a Miami, la possibilità di un intervento statunitense sembra meno remota.
L’accusa è di aver ordinato l’abbattimento di due aerei gestiti da Hermanos al rescate, un’organizzazione di esuli cubani con sede a Miami, uccidendo quattro persone. La vicenda risale al 1996, quando Castro era ministro della difesa. In seguito è stato presidente e primo segretario del Partito comunista, prima di ritirarsi dall’attività politica nel 2021 pur restando di fatto il leader del paese.
Ancora oggi tutte le decisioni più importanti hanno bisogno della sua approvazione, compreso qualsiasi accordo con Trump e con il suo segretario di stato di origine cubana Marco Rubio, determinati a forzare un cambio di governo nell’isola.
Le accuse a Castro sono diverse da quelle rivolte a Maduro, ma l’uso politico della legge è simile. L’amministrazione Trump ha definito il raid che ha portato alla cattura del leader venezuelano un’operazione di polizia.
Ora Washington afferma anche che Cuba, a 145 chilometri dalla Florida, sia un rischio per la sicurezza nazionale perché è uno stato fallito, perché ha legami con Cina e Russia e per il flusso di persone che lasciano il paese. I voli di ricognizione statunitensi sull’isola sono aumentati. Secondo quanto riferito, i pianificatori militari starebbero valutando diverse opzioni, da attacchi limitati ad azioni più ampie.
L’escalation arriva dopo mesi di pressioni. Da quando Maduro è stato destituito a gennaio, gli Stati Uniti hanno bloccato le forniture di carburante a Cuba. Hanno inoltre esercitato pressioni sui paesi della regione affinché interrompessero l’afflusso di valuta forte. Il governo dell’Avana ha risposto con concessioni limitate, tra cui l’autorizzazione alle aziende private d’importare carburante e la promessa di consentire ai cubani all’estero di investire nell’isola.
Non contenti, Trump e Rubio stanno intensificando la pressione. Il 7 maggio l’Office of foreign assets control (Ofac) del tesoro statunitense ha sanzionato la Gaesa, un conglomerato gestito dall’esercito, che controlla gran parte dell’economia cubana ed è comunemente considerata l’azienda della famiglia Castro. Rubio l’ha definita “il cuore del sistema comunista cleptocratico di Cuba”.
Una settimana dopo la notizia delle sanzioni John Ratcliffe, il direttore della Cia, l’azienda d’intelligence statunitense, è andato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader. Ha detto che il tempo per fare dei “cambiamenti fondamentali” sta per scadere e ha esortato il regime ad accettare 100 milioni di dollari in aiuti, da distribuire in coordinamento con la chiesa cattolica. L’incontro sembra essere andato male. Il 18 maggio l’Ofac ha sottoposto a nuove sanzioni parti dell’apparato politico e di sicurezza cubano, compreso il famigerato servizio di spionaggio.
Pretese radicali
E ora? Gli Stati Uniti non nascondono di volere riforme economiche, il rilascio dei prigionieri e il risarcimento per i beni espropriati. Anche se non lo dicono apertamente, desiderano anche cambiamenti più radicali, come lo smantellamento della Gaesa e una transizione verso la democrazia. L’amministrazione Trump ha alternato dichiarazioni di collaborazione con il regime ad allusioni alla necessità di rimuoverlo. Il 14 maggio Rubio ha assunto una posizione intransigente: “Non credo che saremo in grado di cambiare la traiettoria di Cuba finché queste persone saranno al potere”, ha detto.
Un’operazione in stile Venezuela potrebbe sembrare troppo estrema per l’amministrazione Trump. La vista di un uomo di 94 anni in manette potrebbe non fare la stessa impressione sugli statunitensi della cattura di Maduro. E non c’è una figura designata che possa prendere il posto di Castro e fare il gioco di Washington, come è successo in Venezuela dopo la cattura di Maduro. Il nipote di Castro ha una funzione di controllo, non è un successore naturale.
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Eppure i cubani non escludono la possibilità di una prima azione militare statunitense contro l’isola dopo sessant’anni. L’Avana sembra voler alimentare quest’ipotesi: i civili stanno ricevendo un addestramento militare e le forze di difesa cubane stanno distribuendo volantini che spiegano alla popolazione come prepararsi alla guerra. Il 18 maggio il presidente Miguel Díaz-Canel ha avvertito che un attacco provocherebbe “un bagno di sangue di proporzioni incalcolabili”. In parte la messa sotto accusa di Castro è un modo per placare gli esuli cubani di Miami che hanno esortato Trump a essere più aggressivo.
La data dell’annuncio di Washington è simbolica: il 20 maggio, l’anniversario dell’indipendenza di Cuba. Ma l’amministrazione Trump potrebbe anche volerla usare come leva nei negoziati con l’Avana. Sarà una mossa rischiosa. “Il governo è del tutto incapace di cambiare rotta o di fare riforme per tirarsi fuori dalla situazione in cui si trova”, afferma Ric Herrero del Cuba study group, un’organizzazione di Washington favorevole al dialogo con il governo cubano. Se si cerca di prevedere cosa succederà, dice,”le cose si complicano molto rapidamente”.
Di certo a Cuba la situazione è ormai insostenibile. Le sanzioni contro la Gaesa avranno un impatto molto forte, anche considerando che secondo alcune stime le entrate del conglomerato sono tre volte superiori al bilancio dello stato. Inoltre la Gaesa controlla 20 miliardi di dollari in risorse illecite. Le società estere avranno tempo fino al 5 giugno per interrompere gli affari con l’azienda o con le sue controllate.
La tedesca Hapag-Lloyd e la francese Cma Cgm, le due grandi compagnie di navigazione commerciale occidentali che ancora lavorano con Cuba, hanno smesso di accettare ordini legati all’isola e stanno valutando i possibili rischi. In un paese che importa circa il 70 per cento dei generi alimentari, uno sviluppo del genere potrebbe essere devastante.
Il ministro dell’energia cubano ha già dichiarato che l’isola ha esaurito il diesel e il carburante per le centrali elettriche. All’Avana le interruzioni di corrente durano fino a 22 ore al giorno, molti residenti faticano a trovare da mangiare e i servizi sono al collasso. “È come vivere in un bidone della spazzatura”, spiega Yulieta Hernández Díaz, proprietaria di una piccola impresa edile all’Avana. La pressione interna sta crescendo.
Il 13 maggio la polizia ha disperso i manifestanti che protestavano contro le interruzioni di corrente. Secondo Prisoners defenders, un’ong con sede a Madrid, in Spagna, nelle carceri cubane ci sono 1.260 prigionieri politici. Pedro Monreal, economista cubano che vive a Madrid, dice che l’economia del paese potrebbe registrare un calo del 15 per cento.
Il governo ha reso noto che l’offerta di aiuti è in fase di valutazione: accettarla significherebbe ammettere il proprio fallimento; rifiutarla andare incontro ad altre proteste, fame e interruzioni di corrente. In ogni caso, il regime non sembra più avere molte risorse per opporsi agli Stati Uniti.
Traduzione di Andrea Sparacino
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