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era una volta un re in un regno chiamato il Paese del Drago Tonante. Quando il vento soffiava tra le gole rocciose, quel brontolio profondo e cupo sembrava il ruggito di un animale. Così raccontavano gli abitanti della valle. Il re aveva tutto: un popolo che lo amava, un palazzo, una moglie e tre figli. Ma credeva che il suo regno fosse destinato al declino. Così, un giorno fece convocare tutti e disse: “Agiamo subito o finirà male”. Se si trattasse di una fiaba, sapremmo anche il seguito: il re e il suo popolo affrontarono il pericolo a viso aperto, alla fine ci fu una festa sontuosa e poi vissero tutti felici e contenti. Ma questa non è una fiaba. È la storia di Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, quinto Druk gyalpo (Re drago) del Bhutan, 46 anni e basette nere alla Elvis Presley. Ed è la storia della sua terra, l’ultimo regno dell’Himalaya.
Situato ad altissima quota e incastrato tra India e Cina, il Bhutan conta circa 800mila abitanti su una superficie grande quanto la Svizzera. È sempre stato un po’ diverso dagli altri paesi, perché passa per una sorta di Shangri-la, un paradiso terrestre isolato dal resto del mondo. Per raggiungerlo fino agli anni sessanta non c’erano strade: ci voleva un viaggio di diversi giorni a dorso di mulo. È stato l’ultimo paese al mondo a introdurre la televisione, 26 anni fa.
Con il tempo il Bhutan ha fatto molta strada. È una monarchia costituzionale dove negli ultimi sei decenni la speranza di vita è raddoppiata, superando i settant’anni. Ed è considerato un pioniere nel campo della tutela dell’ambiente, essendo uno dei pochi paesi che emettono meno anidride carbonica di quanta ne assorbano le sue foreste: secondo la costituzione due terzi del territorio devono restare coperti da boschi; la corrente è generata grazie all’energia idroelettrica. E poi c’è la filosofia dello stato butanese, imperniata sul concetto di “felicità interna lorda”, cioè sull’idea che la ricchezza del paese non si misura solo in denaro, ma in termini di benessere delle persone.
Il piccolo regno deve la sua fama a quest’idea. Quando i mezzi d’informazione l’hanno definito il paese più felice, i suoi abitanti erano contenti: il Bhutan non era più solo un nano tra due giganti. In realtà è tutt’altro che ricco. E la storia della felicità è un po’ più complicata di così.
Vecchi, monaci e yak
Sul tetto del mondo crescono molti alberi e dai ghiacciai scorrono fiumi cristallini, però il lavoro scarseggia. Un butanese su otto vive in povertà, la disoccupazione giovanile è quasi al 20 per cento. Per di più, da quando è scoppiata la pandemia, non si vedono turisti: se prima ne arrivavano più di 300mila all’anno, nel 2024 sono stati appena la metà. Per questo molti butanesi, specialmente i giovani, lasciano il paese. Ormai quasi un decimo della popolazione vive all’estero, soprattutto in Australia e in Canada. C’è chi teme che un giorno, se va avanti così, le verdi vallate del Bhutan saranno popolate solo da vecchi, monaci e yak. E così il re ha deciso che bisogna fare qualcosa: il paese deve cambiare, e subito.
Nell’inverno del 2023, per il 116° anniversario della nascita del regno, Jigme Khesar era allo stadio di Thimphu, dove migliaia di persone attendevano fin dalla mezzanotte al freddo. Al mattino, con la sua sciarpa di seta color zafferano sulla spalla, il re ha dichiarato in tono ammonitore: “O troviamo la soluzione giusta, oppure la popolazione si ridurrà al punto che avremo più negozi che consumatori, più ristoranti che clienti, più case che inquilini”. Jingme Khesar ha esortato il suo popolo a non perdersi d’animo, perché lui ha un piano. Nell’estremo sud del paese sarà creata una zona amministrativa speciale, con leggi, tasse e autorità tutte sue. Lo scopo è dare al Bhutan proprio ciò che gli manca: posti di lavoro, denaro, una porta di accesso al mondo. Il piano prevede anche la costruzione, nel giro di vent’anni, di un centro abitato da un milione di persone: Gelephu, la città della mindfulness, la “città consapevole”.
In un primo momento, quando ci si trova nel luogo dove il progetto del re dovrebbe tradursi in realtà, si ha la sensazione di essere finiti nel paese sbagliato. La città di Gelephu – attualmente 12mila abitanti – sorge a 250 metri sul livello del mare, in una regione verde e pianeggiante dove l’aria è calda e umida e la vegetazione ricorda la giungla.
Nell’ospedale ci attende Lotay Tshering, che il sovrano un anno fa ha nominato governatore di Gelephu. È un 56enne dai capelli corti e con il volto coperto dalle rughe di chi sorride sempre. Fino al 2023 era primo ministro del Bhutan, e ancor prima era l’unico urologo del paese. Ci dice che vorrebbe mostrarci i progressi dei lavori ma che oggi non è il giorno giusto: “Il giovedì e il sabato opero”, spiega. Dopo un’ora ci raggiunge il suo assistente, arrancando attraverso la foresta con la bottiglia d’acqua in mano e la fronte madida di sudore. In una radura si appoggia alla balaustra e ci indica la vallata: “Da qui”, dice, “si vede il futuro del Bhutan”.
In realtà non c’è granché da vedere: una pianura punteggiata da palme da betel e banani che ondeggiano al vento. Ci sono farfalle che svolazzano, ogni tanto passa qualche elefante; a occidente una cascata d’acqua si getta nella valle. Dietro le palme, però, scorgiamo ruspe che smuovono la sabbia: sono appena cominciati i lavori per il secondo aeroporto internazionale del Bhutan. “L’India è lì, proprio oltre la giungla”, spiega l’assistente del governatore. Nubi di fumo scuro si alzano sopra le cime degli alberi: sono contadini indiani che bruciano i campi di stoppie. Commenta strizzando le palpebre: “Ecco, ora tutto questo lo avremo anche noi”. Il gigantesco vicino del Bhutan è anche il suo principale partner economico: acquista la maggior parte dell’elettricità prodotta nel piccolo regno, costruisce le sue strade e addestra le sue forze armate. Ma al tempo stesso significa smog, corruzione e caos: tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere la città della mindfulness.
L’idea alla base della nuova zona economica speciale è essenzialmente questa: un luogo per chi desidera investire approfittando del boom dell’Asia meridionale, ma non ha voglia di affrontare i problemi della regione. La speranza di re Jigme Khesar è che, insieme agli investitori e agli stranieri, in Bhutan arrivino anche guadagni e opportunità.
“Il nostro obiettivo è che il Bhutan diventi un paese rilevante”, ci spiega Tshering il giorno dopo, nel suo ufficio. Come prescritto a tutti i funzionari dello stato, anche il governatore indossa il costume nazionale butanese, risalente al seicento: una lunga veste decorata con motivi a quadretti, scarpe basse e calzettoni; però tiene in equilibrio sulle ginocchia un blocco per appunti.
A sentire lui, Gelephu diventerà presto la più bella città del mondo: pulita, verde, e talmente sicura che “si potrà partire anche per due mesi senza chiudere a chiave la porta”. I quartieri della città saranno progettati sul modello del mandala, quindi avranno la forma di cerchi geometrici e saranno collegati da ponti di legno. I negozi venderanno alimenti biologici e nessuna casa sarà più alta dell’albero più alto.
Nel corridoio di fronte al suo ufficio è appesa una foto del re con la regina nel giardino reale; lei tiene in braccio il neonato erede al trono, e il re si china su di loro. Jigme Khesar è spesso raffigurato così: come un uomo premuroso. Si sa che da anni il sovrano gioca con l’idea di creare una nuova zona economica. È la sua risposta a un problema che affligge il paese da tempo: come può offrire un futuro ai suoi cittadini un paese che, oltre all’energia idroelettrica e al cardamomo, non produce beni esportabili e non ha nemmeno accesso al mare? E senza tradire i suoi princìpi?
“In tutto il mondo”, dice il governatore Tshering, “quando si pensa al Bhutan si immagina un pacifico paese buddista. Si crede che la povertà non ci dia fastidio: ‘guardate come sono felici, anche se per arare i campi usano ancora i buoi’”. Ma allora i butanesi non sono felici? “Alcuni sì, ma altri credono di esserlo solo perché non sanno cosa gli manca”, è la risposta.
Ricchezza consapevole
La felicità interna lorda è un concetto più complesso di quanto sembri. La filosofia di stato del Bhutan poggia su quattro pilastri: buongoverno, tutela della cultura, protezione dell’ambiente e sviluppo economico. Anche ai buddisti piacerebbe essere ricchi, osserva Tshering. Poi, però, indicando le verdi pendici dei monti, aggiunge: “Non a costo di distruggere le foreste. Ecco perché a Gelephu potranno stabilirsi solo aziende che condividono i valori del paese. Dunque niente industria pesante, niente affari loschi. Solo attività sostenibili a livello ambientale: informatica, istruzione e, nel migliore dei casi, aziende d’intelligenza artificiale con data center alimentati dall’energia idroelettrica. Re Jigme Khesar la definisce ‘ricchezza consapevole’”.
Ma non è un piano troppo ambizioso? Non sarebbe certo il primo grande progetto a fallire, negli ultimi tempi: Nusantara doveva essere la nuova capitale dell’Indonesia ma è esageratamente grande e in stato di abbandono; Neom, in Arabia Saudita, doveva diventare una megalopoli ma è decaduta ancor prima dell’inizio dei lavori. E poi, quanti investitori scelgono un’utopia verde, quando i rendimenti assicurati da altri modelli sono allettanti?
D’altra parte, Gelephu rappresenta il sogno di un capitalismo senza devastazioni, e i bei sogni sono rari. Specie nel continente asiatico, che nella rincorsa al benessere ha seguito le orme dell’occidente al punto di trasformare le sue foreste vergini in piantagioni di palma da olio, i boschi in terreni agricoli, le montagne in miniere. Perfino l’Everest è diventato una meta turistica sovraffollata e la sua vetta è ricoperta di rifiuti. Invece in Bhutan è vietato scalare montagne oltre i seimila metri, perché la sua popolazione non vede la natura come qualcosa da conquistare.
Nel suo discorso del 2023 allo stadio, re Jigme Khesar ha messo il suo popolo di fronte a una scelta: gestire l’eredità lasciata dagli antenati oppure creare qualcosa di straordinario? La domanda era rivolta probabilmente anche a lui. Nel 2006, anno della sua ascesa al trono del drago, era il monarca più giovane del mondo. Suo padre, dopo aver abdicato all’età di 51 anni, era andato ad abitare in una modesta casetta di legno. L’idea della felicità nazionale lorda era stata sua, e prima di abbandonare il trono aveva stabilito che il paese dovesse essere una democrazia. Da allora, ufficialmente, il governo è affidato a un primo ministro; ma in realtà il re rimane la vera misura di tutte le cose.
Ancora oggi capita di incontrare l’ex re in giro per la città, con gli occhiali da sole e un casco da ciclista. Da quando è in pensione coltiva un nuovo hobby – le passeggiate in quota in mountain bike – che si è subito trasformato in una specie di ossessione nazionale. Non sarà che Jigme Khesar ha concepito la sua grandiosa visione del futuro del Bhutan per uscire dall’ombra del padre, venerato come un saggio quando era sul trono, e diventato un personaggio fico da quando è in pensione?
Jigme Khesar non rilascia interviste. Si sa solo che ha studiato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che è appassionato di pallacanestro e che di sera, ogni tanto, si mette una felpa con il cappuccio e va a bersi una birra in una taverna di Thimphu. A sentire i suoi collaboratori, il sovrano è un tipo ordinario: senza un grande ego ma è molto motivato.
Nel suo ufficio di Gelephu, il governatore Tshering indica i ritratti appesi alla parete: sono i cinque re che si sono succeduti in Bhutan dal 1907. Ciascuno, partendo dall’opera del predecessore, ha fatto progredire il paese. Quale genitore non desidera una vita migliore per i figli? Ma a sentire Tshering, non è questo che Jigme Khesar desidera per suo figlio: “Il principino ereditario ha tutto”, osserva. La costituzione prevede che tra vent’anni il re abdichi. Prima di allora, secondo Tshering, il sovrano vuole rendere grande il Bhutan sul piano economico per poi consegnarlo al figlio. Sembra che lo stesso re abbia detto: “Se non ci riesco avrò fallito”.
Secondo lei ce la farà, governatore? “È rischioso. Ma è la migliore opportunità che abbiamo”, risponde lui. Insomma, la fiaba deve diventare realtà. ◆ ma
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati