In una piazzetta pedonale del quartiere Flaminio, a Roma, gli alberi fanno ombra a un sole caldo di fine febbraio. Giorgio Poi si aggiusta gli occhiali da sole graduati e si siede al tavolino di un bar. A pochi metri da noi c’è un leccio centenario con una targa: “Tutta Roma”. Lo chiamavano così i bambini della zona. All’inizio del novecento si arrampicavano sui rami perché dicevano che da lì si vedeva tutta la città.

Giorgio Poi – che sarà l’ospite dell’evento conclusivo al festival di Internazionale Kids a Reggio Emilia (dal 20 marzo il programma sarà online a questo link) – è tornato da pochi giorni dalla Francia, dove ha tenuto un concerto alla Cigale di Parigi di fronte a più di mille persone. Sul palco insieme a lui sono saliti anche i Phoenix, band francese con la quale ha collaborato in diverse occasioni e di cui ormai è diventato amico. “Il concerto era tutto esaurito da tempo, e quindi ci aspettavamo tanta gente. Ma trovarsela davanti fa tutt’altro effetto, perché la Cigale ha una struttura particolare, sembra di avere il pubblico addosso, li vedi in faccia uno per uno ”.

Non è la prima volta che il cantautore romano suona all’estero. Ha vissuto per tanto tempo fuori dall’Italia, ha fatto concerti a molti festival ancora prima di cominciare la sua carriera solista (inaugurata nel 2017 dall’album Fa niente) e nel 2018 ha perfino aperto le esibizioni dei Phoenix negli Stati Uniti.

Gli chiedo che effetto gli faccia suonare di fronte a un pubblico diverso dal solito. “Ovviamente è una cosa positiva”, risponde mentre beve una spremuta d’arancia. “Noi siamo cresciuti con l’idea che Paolo Conte era molto apprezzato a Parigi e si diceva sempre: ‘Lui ha fatto l’Olympia’, come se fosse una cosa straordinaria . In questi anni molti italiani ‘hanno fatto l’Olympia’, da Calcutta a Liberato. Ma la differenza è che ai tempi non c’erano molti italiani a Parigi, e quelli che andarono a vedere Conte erano per la maggior parte francesi. Oggi, invece, è pieno di nostri connazionali sparsi per le città europee. Nel mio caso, a Parigi gli spettatori erano metà italiani e metà francesi. Certo, portare una produzione completa all’estero non è semplicissimo: per i tecnici significa farsi una notte intera di guida e in generale i costi si alzano. Comunque mi piacerebbe tornare in Francia, anche fuori da Parigi. Stiamo provando a organizzarci in questo senso”.

Giorgio Poi in concerto a Le Cigale, 12 febbraio 2026 (Clara de Latour)

Dal giorno in cui ci siamo incontrati, nel frattempo, è successa un’altra cosa: è partito il suo tour italiano. L’8 marzo ha suonato all’Alcatraz di Milano, il 10 sarà a Torino, il 14 a Roma e il 15 marzo chiuderà a Napoli, prima di spostarsi in Svizzera per tre date ad aprile.

Dal vivo Giorgio Poi sta portando soprattutto i brani del suo album del 2025, Schegge, forse il migliore che abbia mai fatto, arrivato anche dopo un periodo difficile dal punto di vista personale, in seguito alla morte di suo padre e alla fine di una lunga storia d’amore. Una raccolta di canzoni oniriche, dove i sintetizzatori simulano un’orchestra per creare un suono ovattato, sospeso, messo al servizio del talento di Poi, uno dei cantautori italiani più dotati della sua generazione, capace spesso di trovare la poesia nella semplicità.

“Le canzoni di Schegge sono venute fuori in modo molto naturale, forse perché stavolta avevo meno fretta di chiuderle. Di base, quando scrivo un brano, significa che ho un problema irrisolto, e quindi a questo processo tendo ad associare un pochino d’ansia. Mi capita di dormire male, se non ho chiuso un pezzo, e quando lo finisco faccio un sospiro di sollievo. Con Schegge mi sono goduto molto di più la fase della composizione, ho apprezzato anche i vicoli ciechi in cui m’infilavo. E penso che questo sia stato molto positivo per il risultato finale”, racconta il musicista, mentre si aggiusta i capelli ricci. Un gruppo di piccioni, intanto, si è posato vicino al tavolino del bar.

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I testi di Giorgio Poi mescolano grandi questioni globali e piccole storie quotidiane, come succede nella splendida uomini contro insetti, un brano liberamente ispirato a uno scritto di Bertrand Russell sul desiderio di prevaricazione degli esseri umani nei confronti del mondo naturale. “Bombe nucleari sugli alveari / In caso di emergenza battere le ali”, canta Poi avvolto da un’atmosfera che ricorda quella del Cielo in una stanza arrangiata da Ennio Morricone per Gino Paoli.

“Molti miei pezzi nascono dall’inconscio, dal dormiveglia. C’è una parte nascosta, un sommerso che ci portiamo dentro. E io cerco sempre di assecondare questo fluire dal basso verso l’alto, come quello della lava di un vulcano. I sogni m’influenzano molto. Quando scrivo i testi, di solito parto dal suono e dalla metrica delle parole, più che dal loro significato. Quando comincio a comporre non so bene di cosa voglio parlare, ma è appunto l’inconscio a gestire questa cosa, a darmi una direzione. Lavoro su un pezzetto del puzzle alla volta, perché so che poi riuscirò a metterli al punto giusto lungo la strada”, spiega.

A dicembre le canzoni di Schegge hanno trovato una nuova strada nell’ep Schegge reworks, per il quale Giorgio Poi ha affidato il remix di quattro pezzi del disco a quattro artisti: Faccianuvola, okgiorgio, Contrecoeur e Muddy Monk. “Ho conosciuto Faccianuvola perché per caso avevo visto un suo concerto a un festival. Mi è piaciuto tantissimo, così sono tornato a sentirlo a Roma, ci siamo scritti e gli ho proposto di rimettere mano al brano giochi di gambe. Ha fatto un ottimo lavoro. È bello lavorare con un artista così giovane”, commenta Poi.

Giorgio Poi, in un certo senso, è un alieno nella scena musicale italiana, perché segue un percorso molto personale, quasi antistorico. In questo ricorda un po’ Andrea Laszlo De Simone, e non è un caso che entrambi piacciano molto al pubblico francese. “Siamo due persone diverse, non saprei dirti cosa abbiamo in comune. So che ognuno di noi sta tirando il proprio filo e lo sta seguendo, senza preoccuparsi più di tanto di alcune dinamiche esterne. Per quanto tu possa impegnarti per diventare un campione dello streaming, saranno le persone a scegliere, non puoi farci niente. Sei molto più al sicuro se ti costruisci la tua piccola strada, piuttosto che seguire l’autostrada dove rimangono imbottigliati tutti gli altri. Non è detto che se fai grandi numeri e vai sempre in televisione poi i tuoi concerti saranno pieni. Più che soddisfare me stesso non so che fare, preferisco concentrarmi sulle canzoni”, dice il musicista.

La scelta di fare il cantautore – “Questa specie di mestiere”, come lo chiama lui – sembra essere l’unica opzione per Giorgio Poi. Al tempo stesso, però, sembra viverla in modo sereno, quasi fatalista. È lui il primo a non aspettarsi nulla, a non mettersi pressione. E forse è per questo che scrive canzoni così originali e senza tempo. Finite le spremute, ci salutiamo. Ormai per entrambi è ora di pranzo, lui andrà da sua madre. Ci allontaniamo dal silenzio della piazzetta, usciamo dall’ombra e ci rituffiamo in mezzo al sole, e al traffico.

Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.

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