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Le storie dei profughi in mostra al Moma di New York

Insecurities: tracing displacement and shelter. (Jonathan Muzikar)

“Sotto il sole del deserto possono andar bene le tende Ikea, infiammabili, o le scatole di metallo donate dal Qatar per i campi giordani, dove la temperatura supera i 45°?”. A chiederselo è Sean Anderson, il curatore di Insecurities: tracing displacement and shelter, una mostra in corso fino al 22 gennaio al Museum of modern art (Moma) di New York.

Il suo ufficio è tappezzato di bozzetti, disegni e fotografie. Accanto alla vetrata con vista sulla 53ª strada, tra Central park e il Rockefeller center, ci sono delle scuole di bambù installate al confine tra la Thailandia e la Birmania. Anderson sorride e parla di un incontro difficile. Da una parte il museo, con regole, riti e spazi sospesi fuori dal tempo; dall’altra il mondo esterno, con più di 65 milioni di profughi e una crisi che ogni giorno mette alla prova cinque continenti.

La mostra nasce da missioni, incontri e progetti nei campi profughi, dallo Sri Lanka all’Iraq passando per Lampedusa. Designer e architetto, con studi dalla Los Angeles university alla Normale di Pisa, Anderson ha selezionato proposte e immagini che suscitino dubbi e stimolino le coscienze. “Il museo può diventare advocate”, spiega, “battersi per una causa”.

In media i profughi restano nei campi per 17 anni. Una vita inimmaginabile in tenda

Ecco allora le fotografie, le installazioni e i video. Pensati per il pubblico statunitense, che delle imbarcazioni alla deriva nel Mediterraneo sa poco. E per i visitatori di tutto il mondo, perché intuiscano cosa significa essere profugo, ostaggio di proto-città che sono sempre più metropoli dell’apolidia. Non fa differenza se Dadaab, dove vivono più di 300mila persone scampate al conflitto in Somalia, o Zaatari, l’approdo giordano delle vittime della guerra in Siria.

I dati sono delle Nazioni Unite: in media un profugo resta nei campi per 17 anni. Una vita inimmaginabile in una tenda, soluzione d’emergenza sulla quale architetti e designer si mettono ancora oggi alla prova. Ci ha provato pure l’Ikea, la multinazionale dei mobili componibili. Attraverso la sua fondazione, insieme allo studio Better shelter e d’intesa con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ha brevettato un modulo di 17 metri quadrati che si può montare in otto ore.

Storie intrecciate
Nel Kurdistan iracheno o in Macedonia, lungo le rotte del Medio Oriente in fiamme, ne sono stati consegnati migliaia. Uno è finito al Moma, nel centro di una sala, sospeso tra best practice e cattiva coscienza. “È in plastica leggera, piuttosto resistente e più spazioso rispetto ad altri tipi di tende”, dice Anderson, “ma poi si scopre che è altamente infiammabile”. I primi a denunciarlo sono stati i tecnici del comune di Zurigo. Amanti della precisione, ne avevano ordinati 62 per accogliere 250 profughi entro il 31 gennaio 2016. Mentre nei Balcani e in Medio Oriente continuavano a montarli, in Svizzera hanno bloccato le consegne e annullato gli ordini.

Solo un punto interrogativo in più, secondo il curatore del Moma: “Ha senso che una multinazionale che si presenta come popolare inserisca la vendita di rifugi del genere in un business plan? O invece, come nazione e come individui, abbiamo l’obbligo morale di accogliere e proteggere chi fugge dalla guerra?”. Domande retoriche, a giudicare da Woven chronicle, l’installazione dell’artista indiana Reena Saini Kallat.

Su un pannello a parete i viaggi dei migranti sono rappresentati da fili elettrici che tagliano i continenti. Da sud a nord, ma anche da sud a sud, sentieri e allo stesso tempo recinzioni che caricano di incognite l’approdo nella “terra promessa”.

Le casette a cupola progettate dall’architetto iraniano Nader Khalili.

Avvicinandosi si ascoltano ritmi di risacca, brusii di cellulari, riverberi di telecomunicazioni, segnali di navigli lontani. Le rotte dei profughi, refugee nation senza passaporti né diritti, diventano un tappeto sonoro che sa d’angoscia.

“L’architettura e il design sono la cartina tornasole che testa la nostra identità, il nostro essere umani”, continua Anderson. Accanto alle scuole in bambù, dove si ritrovano i bambini di etnia karen in arrivo dalla Birmania, ci sono le casette a cupola progettate dall’iraniano Nader Khalili.

Strati circolari di sacchetti riempiti di terra, assemblati a mano secondo un’antica tradizione persiana e chiusi con filo spinato. Facile da reperire anche in tempo di guerra.

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