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Il no di Virginia Raggi alle Olimpiadi è un segno di debolezza

Virginia Raggi in conferenza stampa a Roma, il 21 settembre 2016. (Remo Casilli, Reuters/Contrasto)

No all’Olimpiade del mattone. È questo il ritornello con cui la sindaca di Roma Virginia Raggi ha affossato la candidatura della capitale ai giochi olimpici del 2024. “Non vogliamo colate di cemento. Altre città si sono tirate indietro, lo può fare anche Roma”. Giunge così probabilmente all’ultimo atto l’altalenante polemica (giochi sì-giochi no) che ha tenuto banco per tutta l’estate. Eppure questo passaggio (e l’intero, scarno dibattito che l’ha avvolto) rivela più di ogni altra cosa il dipanarsi di una serie di debolezze, politiche e culturali. Nel decidere se fare o meno i giochi si sono scontrate due posizioni irriducibili, che di fatto non hanno previsto alcun reale confronto con i cittadini della capitale.

Da una parte la leadership dei cinquestelle. A imporre il no non è stato alla fine né la giunta capitolina né il consiglio comunale (seppure a maggioranza cinquestelle) ma lo stesso Beppe Grillo, che intorno a quel no puro e semplice ha intravisto l’unico spiraglio autunnale per tenere insieme un movimento che rischia di scappargli da tutte le parti, e che proprio a Roma – dopo la vittoria di Raggi – ha vissuto i suoi momenti di maggiore frizione interna.

Il no puro e semplice evita qualsiasi confronto e trattativa con chi le Olimpiadi vorrebbe farle. E, come si sa, quando si comincia a trattare le divisioni interne si palesano come fiori, il monolite cinquestelle non è più un monolite, e allora meglio tracciare una linea invalicabile fin dall’inizio. Prima ancora che qualsiasi reale confronto possa avere inizio. Visto in questi termini, il no alle Olimpiadi discende direttamente dal no alla partecipazione a qualsiasi governo della cosa pubblica insieme ad altri (dai tempi della diretta streaming con Bersani a oggi).

Tuttavia, sull’altro versante, anche il comitato per il sì si è presentato come un blocco monolitico poco propenso a discutere le proprie posizioni. Lapidaria, per esempio, la posizione del presidente del Coni Riccardo Malagò, che a suo tempo disse: “Un referendum non è previsto assolutamente nello schema. Potremo fare sondaggi di opinione, ricerche di mercato”, riproponendo involontariamente il classico schema berlusconiano in fatto di politica e di sport.

C’è un movimento che parla di democrazia diretta ma che si è tenuto ben alla larga dall’applicarla

Così, da una parte c’è un movimento che parla di democrazia diretta ma che si è tenuto ben alla larga dall’applicarla in questa vicenda decisiva, attenendosi invece pedissequamente ai diktat del capo e del suo cerchio più ristretto. E dall’altra c’è una struttura tecno-sportivo-amministrativa dai contorni indefiniti (il comitato promotore di Roma 2024), che come tutte le sovrastrutture sportive che si mettono insieme in questi contesti fa calare dall’alto le proprie proposte sulla città designata come luogo dei giochi olimpici.

Entrambi gli schemi non prevedono un confronto reale con la cittadinanza. Tanto che, in questa fotografia perfetta della opacità delle procedure e della debolezza sostanziale della democrazia, è apparsa chiaramente minoritaria la proposta dei radicali e di Riccardo Magi di indire un vero referendum.

Tra l’altro, proprio sul sito referendumroma2024 organizzato dai radicali è consultabile un accurato dossier sui costi reali dell’organizzazione di un evento olimpico. Il dossier riprende lo studio effettuato da due economisti dell’università di Oxford, Bent Flyvbjerg e Allison Stewart, poche settimane prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Londra nel 2012.

I due economisti sono arrivati a questa conclusione: “Nelle Olimpiadi i costi aumentano in media del 179 per cento rispetto ai budget iniziali, mentre i costi supplementari che si riscontrano in altri tipi di megaprogetti variano dal 20 per cento al 45 per cento”.

Giochi e tasse
Non solo. Nel dossier si scoprono un’infinità di dettagli interessanti. I giochi di Londra 2012, per esempio, sono costati ufficialmente 8,77 miliardi di sterline, mentre il budget iniziale presentato al momento della candidatura era di 2,4 miliardi. Scorrendo le pagine del dossier appare evidente che per ripianare i deficit derivanti dalle Olimpiadi si ricorre quasi sempre a un rilevante incremento dell’imposizione fiscale. A Grenoble, dopo i giochi invernali del 1968, hanno imposto una tassa speciale per 24 anni. A Montréal, dopo quelli estivi del 1976, tasse speciali per trent’anni. A Barcellona (sede di una delle edizioni più amate dei giochi olimpici, quella del 1992) 1,7 miliardi di tasse in più.

E a Roma? Di quanto sarebbero potuti lievitare i costi? Difficile dirlo in anticipo. Di certo però si può dire che, per le Olimpiadi del 1960, resta ancora da pagare una notevole somma di denaro per i terreni espropriati nel 1957 affinché venisse costruito il Villaggio olimpico.

Benché gli introiti generalmente non raggiungano mai i livelli delle attese, nelle Olimpiadi, come nei Mondiali di calcio, c’è anche chi ci guadagna. Si legge ancora nel dossier: “Mentre i conti delle amministrazioni locali negli anni si coloravano di rosso a spese dei contribuenti, le casse del Comitato internazionale olimpico continuavano a riempirsi: nel 2004, in seguito alle Olimpiadi di Atene (ritenute da molti una delle cause che hanno condotto al declino), mentre i contribuenti greci si preparavano a pagare nuove tasse fino al 2030 per sanare il deficit causato dai giochi, il Cio guadagnò dagli stessi 985 milioni di dollari”.

La forbice si è riprodotta alla perfezione in Brasile, sia per i Mondiali del 2014, sia per le Olimpiadi del 2016. E tra le poche voci fuori dal coro, tra quelle che avevano previsto il suo allargarsi, rimase inascoltata quella del grande Socrates, già capitano della nazionale e inventore di quel singolare esperimento di autogestione dello spogliatoio, ai tempi della dittatura, che ha preso il nome di “democrazia corinthiana”. Lo scrisse in un articolo pubblicato sulla Folha de São Paulo ripreso da Il manifesto.

Passato e futuro
Nel rapporto degli italiani con i grandi eventi sportivi ci sono due grandi modelli che giungono dal passato: le Olimpiadi del 1960 e i Mondiali di calcio del 1990. I primi segnano l’ingresso dell’Italia nel miracolo economico, e per certi versi la fine del lungo dopoguerra. E l’olimpiade di Livio Berruti, di Cassius Clay (che non aveva ancora cambiato nome in Muhammad Ali) e di Abebe Bikila che vince la maratona a piedi nudi. I secondi segnano la fine degli anni ottanta, e per certi versi la fine della Prima repubblica.

I Mondiali che si dovevano vincere a tutti i costi e che alla fine non si vinsero (dopo il dramma nazionale della semifinale persa ai rigori a Napoli contro l’Argentina di Maradona) hanno segnato uno spartiacque nella storia politico-sportiva del paese. Se si escludono le Olimpiadi invernali del 2006 a Torino, i Mondiali del 1990 sono stati l’ultimo grande momento di investimenti, e di sperperi, per la costruzione di strutture sportive e di una serie illimitata di infrastrutture. Tutti gli stadi delle principali città italiane sono ancora quelli fatti o rifatti in quell’occasione, se si eccettuano proprio i due stadi di Torino (uno fatto dalla Juventus, e l’altro rifatto per i giochi invernali).

Da un punto di vista più profondo, si può dire che quei Mondiali segnano il passaggio dall’epoca di Matarrese a quella di Montezemolo in fatto di amministrazione dei grandi eventi sportivi. Una sorta di trapasso antropologico. Il comitato promotore dei giochi del 2024 nasce da questa mutazione, e nella sua composizione è molto più simile a tutti i comitati promotori delle altri grandi città che oggigiorno si candidano ai giochi.

Quale idea di sport possiamo salvare e condividere in una città di tre milioni di abitanti

Si dovesse usare una metafora tratta dalla recente politica romana e italiana, si potrebbe dire che fare le Olimpiadi o i Mondiali è come nominare fino alla scadenza di quell’evento un commissario prefettizio che decide insieme alla giunta comunale (o molto più spesso in sua vece) come trasformare alcune aree della città. Con la sola differenza che alla figura fisica di un commissario si sostituisce una comitato organizzatore che discende dal Coni.

Messa così, si potrebbe concludere che i romani l’hanno scampata ancora una volta. Eppure nel no puro e semplice del Movimento 5 stelle non ci sono solo tutte le debolezze politiche del momento. C’è anche forse un’impasse culturale più profonda.

Detto in altri termini: ammesso che le Olimpiadi, come analizzato dallo studio dell’università di Oxford riproposto dai radicali, siano diventate un’idrovora per le città che le ospitano, è possibile organizzare Olimpiadi diverse? È possibile accettare la sfida di organizzare delle Olimpiadi in maniera diversa? E, se proprio questo è impossibile, quale idea di sport possiamo salvare e condividere in una città di tre milioni di abitanti?

Nel programma elettorale con cui Virginia Raggi si è presentata agli elettori, alla striminzita voce Sport erano indicate solo tre priorità, accanto a una serie di fumose linee guida: regolarizzazione e ricognizione impianti esistenti, promozione del benessere sportivo, revisione delle tariffe comunali. E allora vien da pensare che sia proprio qui, nell’assenza di una reale alternativa creativa allo stato delle cose sportive, la debolezza di quel no puro e semplice.

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