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Luce vietata in Palestina

Un venditore ambulante durante un’interruzione della corrente elettrica a Gaza, il 19 giugno 2017. (Mahmud Hams, Afp)

Un’organizzazione umanitaria italiana ha commesso un grave crimine: ha donato pannelli solari a Khalet Hamed, una piccola comunità palestinese nella valle del Giordano settentrionale, in Cisgiordania. La mattina del 5 luglio le autorità israeliane hanno rimediato a questo crimine confiscando i pannelli, che per pochi mesi hanno permesso agli abitanti di guardare la tv e conservare cibo e medicine nei frigoriferi. Il pretesto? Non avevano il permesso di ricevere i pannelli.

L’ong italiana è in buona compagnia. Anche il governo olandese, che ha donato 350mila euro per la microgriglia di un sistema elettrico ibrido a Jubbet adh Dhib, un villaggio vicino a Betlemme, ha commesso un crimine. Anche lì di recente sono stati confiscati 96 pannelli solari. Entrambi i villaggi fanno parte dell’area C della Cisgiordania (quella sotto il controllo totale di Israele), che il governo israeliano rifiuta di collegare alla rete idrica ed elettrica. Non lontano da questi villaggi prosperano gli insediamenti israe­liani, compresi quelli considerati illegali da Israele, in quanto non autorizzati.

È una questione aritmetica: più la vita si fa dura nelle comunità palestinesi, più i ragazzi si trasferiranno nelle enclave controllate dall’Autorità palestinese. Così i coloni israeliani avranno più spazio per i loro insediamenti. Khalet Hamed e Jubbet adh Dhib dovranno tornare ai vecchi generatori, costosi, rumorosi e inquinanti, che forniscono elettricità solo per due ore al giorno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è stata pubblicata il 7 luglio 2017 a pagina 23 di Internazionale. Compra questo numero| Abbonati

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