Amira Hass

È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale

Amira Hass
Alla ricerca di una patria

Ho scoperto che, oltre al nome e alla data di nascita e morte, sulla tomba di Primo Levi c’è anche il numero di matricola che gli avevano tatuato ad Auschwitz: 174517. Leggi

Fuori controllo

La vegetazione di un verde intenso sarebbe anche invitante se non fosse per il nome del posto: Fukushima. Leggi

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Maggioranza silenziosa

Il sospetto che la maggioranza degli abitanti di Okinawa non si opponesse alla presenza delle basi militari statunitensi era sbagliato. Leggi

Terreni rubati

Due chiamate perse, due sms e due messaggi su WhatsApp, tutti mandati da due amici. Non avevo altra scelta che aprirli: Fawzi è morto. Leggi

Un cuore elastico

Un sms mi avverte che l’esercito israeliano ha invaso il villaggio palestinese di Al Auja, in Cisgiordania. Il cuore batte forte: sarà colpa mia? Leggi

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Tra demolizioni e proteste

Alle 23 ho ricevuto una telefonata. Stavano demolendo una scuola elementare in un villaggio a sudest di Betlemme. “Non c’erano i permessi”. Ma gli israeliani non permettono mai di costruire. Leggi

Uscire da Gaza non è una cosa facile

Un miracolo, doppiamente raro, è accaduto a una mia amica: ha ricevuto un permesso per lasciare la Striscia di Gaza e andare in Europa, e addirittura le è stata concessa la possibilità di partire dall’aeroporto di Tel Aviv. Leggi

La fine degli esami

Il 67,4 per cento degli oltre 71mila studenti palestinesi che hanno sostenuto gli esami ha ottenuto il diploma. Molti faranno l’università, ma le prospettive di trovare lavoro sono scarse. Leggi

Luce vietata in Palestina

Un’organizzazione umanitaria italiana ha commesso un grave crimine: ha donato pannelli solari a una comunità palestinese nella valle del Giordano. Leggi

Un’isola di serenità e altruismo

“Gli ebrei ortodossi sono come noi palestinesi. Se qualcuno è in ospedale riceve moltissime visite”. Due storie in un ospedale di Gaza. Leggi

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Da Gaza al Belgio

Forse era la prima volta che Tamer sorrideva da quando, dieci giorni prima, era cominciata la sua fuga dalla Turchia al Belgio. Leggi

Pianificazione subdola

Sono ad Amsterdam e mi chiedono qual è stato il tema più difficile da affrontare in tanti anni di esperienza. Leggi

Armati di videocamere

La settimana scorsa ho avuto l’ennesima conferma del motivo per cui l’identità delle fonti palestinesi non va rivelata. Leggi

La normalizzazione fa male?

Per alcuni importanti professori di sinistra palestinesi qualsiasi interazione con me è da considerarsi tabù. Leggi

Un metodo infallibile per morire

Alle 15.45 del 2 maggio un giovane è stato visto correre incontro a una soldata a un checkpoint a sudest di Ramallah. Lì solo gli israeliani possono passare. Leggi

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Dimenticare la catastrofe

Negli ultimi anni ho sempre cercato di stare lontana da casa quando in Israele si celebra la memoria dell’olocausto. Leggi

Viaggio nel tempo in Cisgiordania

Se nel 1975 qualcuno avesse chiesto ai palestinesi se volevano che gli ebrei se ne andassero, avrebbero risposto di no. Oggi è cambiato tutto. Leggi

Il mio privilegio

Uno dei miei privilegi in quanto ebrea è poter rimproverare i soldati israeliani mentre compiono la sacra missione di molestare i palestinesi. Quei ragazzi in uniforme restano stupefatti quando vedono una signora che potrebbe essere la loro nonna gridargli contro. Leggi

In Cisgiordania viene punita la non violenza

Kifah non c’è. È presente invece Nour, che ci accoglie nella piccola sala con un bel sorriso. Alaa e Badia sono seduti sulla panca, piacevolmente sorpresi di vedere volti familiari. I quattro devono affrontare un tribunale militare. Li conosco tutti. Kifah, figlio di un amico scomparso, è stato arrestato quattro settimane fa mentre tornava da Amman, in Giordania. Leggi

Khaled torna a Nablus

Il giudice del tribunale di Gerusalemme era un po’ disorientato davanti all’accusato. “Come ha fatto a superare il muro?”, ha chiesto. L’avvocato ha risposto: “Si è arrampicato su una scala e poi si è calato dall’altra parte con una corda”. Prima aveva pagato 50 shekel al proprietario della scala. “Dev’essere un atleta”, ha commentato il giudice, con un tono quasi affettuoso. Stiamo parlando di Khaled, 60 anni, fratello di una mia amica. Lavora in Israele senza permesso da 25 anni. Leggi

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