×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Tentativi maldestri di controllo sociale a Mosca

Traffico su un’autostrada in direzione di Mosca, causato dai controlli della polizia, 15 aprile 2020. (Dmitry Serebryakov, Tass/Getty Images)

All’inizio sembrava un brutto sogno, come se stessimo camminando addormentati verso l’abisso. L’11 aprile Sergej Sobjanin, il sindaco di Mosca, ha annunciato l’introduzione di un nuovo sistema di permessi digitali che sarebbe entrato in vigore il 15 aprile, nell’ambito del piano di contenimento dell’epidemia.

Immediatamente si è scatenato il panico, alimentato dalla confusione e dalla mancanza di dettagli nell’ordinanza del sindaco. Molti moscoviti che si erano trasferiti in campagna per autoisolarsi si sono messi in auto per rientrare in città. I loro timori erano fondati. Sulla via del ritorno, infatti, hanno trovato una serie di posti di blocco e agenti che fornivano spiegazioni poco chiare. Si diceva che l’obiettivo del provvedimento fosse impedire l’accesso a Mosca alle auto con targhe non moscovite, ma in realtà i controlli erano arbitrari e le istruzioni variavano da un posto di blocco all’altro.

La confusione è aumentata poche ore dopo, quando è stata presentata una nuova app creata dal ministero dello sviluppo digitale e chiamata Gosuslugi, Stop coronavirus. Quando hanno cominciato a scaricarla, gli abitanti di Mosca hanno scoperto che l’app richiedeva all’utente un permesso speciale per ogni uscita di casa – per andare in farmacia, al supermercato e anche per portare a spasso il cane – smentendo la dichiarazione di Sobjanin secondo cui l’autorizzazione sarebbe stata necessaria solo per spostarsi in automobile.

Il 13 aprile le linee telefoniche dell’amministrazione cittadina sono andate in tilt. Le autorità hanno dato la colpa alla stupidità dei moscoviti.

Privo di senso
Lo stesso problema si è ripresentato con la registrazione via sms. Anche in quel caso fonti ufficiali hanno accusato gli abitanti di Mosca di essere troppo stupidi per inviare un messaggino e ottenere un permesso digitale. Molte persone hanno provato a richiedere il permesso usando un codice QR sul sito del comune, ma la pagina si è bloccata diverse volte. Le autorità si sono giustificate parlando di un attacco DDoS da parte di hacker stranieri.

Il 14 aprile l’amministrazione moscovita è stata costretta ad ammettere che buona parte delle persone in possesso di un permesso non ne aveva i requisiti, e ha cancellato 900mila lasciapassare su un totale di 3,2 milioni di permessi emessi alla fine della giornata.

Le cifre hanno immediatamente sollevato un dubbio: se per il governo era accettabile che 3,2 milioni di persone si muovessero liberamente a Mosca, che senso aveva introdurre un sistema di permessi digitali?

La motivazione era stata offerta il giorno prima che Sobjanin annunciasse la necessità dei permessi: secondo le autorità il 10 aprile 3,5 milioni di persone avevano lasciato le loro case per un periodo di tempo prolungato, e questo avrebbe potuto rappresentare “un pericolo per un numero compreso tra i sei e i nove milioni di russi”. L’idea di emettere 3,2 milioni di permessi per eliminare la minaccia rappresentata da 3,5 milioni di persone fuori casa sembrava piuttosto priva di senso.

Almeno Gorbačëv non aveva dovuto affrontare la reazione delle persone sui social network

Il 14 aprile l’amministrazione cittadina ha riscontrato nuovi problemi con l’emissione dei permessi. Ancora una volta era colpa degli hacker. La confusione è ulteriormente aumentata quando è circolata la voce che i documenti delle persone di categorie esenti dall’obbligo dei permessi – avvocati, giudici, giornalisti – non sarebbero stati sufficienti, e che i sistemi di videosorveglianza (di cui Sobjanin va fiero) avrebbero multato le loro automobili a ogni passaggio davanti alle videocamere. Così le persone coinvolte hanno cominciato a compilare liste di targhe, senza sapere bene a chi inviarle: associazioni professionali? Amministrazione cittadina? Ministero dell’interno?

Il 15 aprile la crisi ha raggiunto l’apice quando i permessi sono diventati obbligatori. All’ingresso di quasi tutte le stazioni della metropolitana si sono formate lunghe code. E così i moscoviti si sono ritrovati ammassati negli atri e nei sottopassaggi, in paziente attesa che gli agenti di polizia posizionati agli ingressi esaminassero i loro documenti. A differenza di quello che è successo in Cina, la polizia russa non ha in dotazione scanner elettronici, dunque ha dovuto controllare ogni permesso manualmente, in alcuni casi contattando qualche ufficio imprecisato. Nel frattempo le attese si prolungavano.

Se il virus fosse un’entità senziente, non avrebbe potuto immaginare un posto migliore di un corridoio sotterraneo per diffondersi e infettare una massa di persone stipate una accanto all’altra.

Ricordi sovietici
Il primo maggio del 1986, quattro giorni dopo l’esplosione del quarto reattore nucleare della centrale di Černobyl, l’amministrazione di Kiev organizzò una grande parata nel centro della città. Migliaia di persone furono esposte alle radiazioni, mentre il vento trasportava la polvere dalla centrale ancora in fiamme.

Quella vicenda evidenziò la palese incompetenza, la stupidità criminale e la totale incapacità del regime sovietico di prendere decisioni tempestive. Anche i cittadini che si interessavano poco alla politica rimasero sorpresi dalla scelta di organizzare la parata nonostante la catastrofe. L’episodio distrusse ciò che restava della fiducia nel Partito comunista e minò la credibilità del leader sovietico Michail Gorbačëv.

Almeno Gorbačëv e le autorità di Kiev non avevano dovuto affrontare la reazione delle persone sui social network.

Mentre Dmitrij Peskov, il portavoce del presidente Vladimir Putin, si affrettava a esprimere il sostegno del Cremlino nei confronti di Sobjanin e ad accusare i moscoviti (sempre loro) e i turisti di “scarsa disciplina”, senza ipotizzare lontanamente una qualche sanzione per gli agenti di polizia, i russi condividevano online i video girati nelle stazioni della metropolitana, scambiandosi commenti carichi di rabbia e prendendo in giro le autorità. Il giornalista Roman Badanin ha pubblicato alcune foto delle lunghe file con questa didascalia: “Le stazioni della metropolitana di Mosca stanno subendo un attacco DDoS senza precedenti organizzato dall’estero”.

In questi giorni tantissimi moscoviti stanno guardando su YouTube un video del 1980 di Michail Žvanetskij, uno scrittore satirico di era sovietica, ancora oggi molto popolare. Nel video, intitolato I tornelli, Žvanetskij parla della possibilità di piazzare un tornello alla fine di ogni strada. Poi immagina l’introduzione di un permesso per uscire di casa e fare la spesa, con l’obbligo di consegnare alle autorità un duplicato delle chiavi di casa. Žvanetskij conclude supponendo che dopo l’avvento delle nuove misure i cittadini avrebbero avuto paura non tanto dei controlli ma di non essere controllati, temendo in questo modo di infrangere le regole.

Questa deprimente previsione di una progressiva sottomissione al controllo governativo avrebbe potuto avverarsi nella Mosca del 2020. Ma la clamorosa incompetenza e la tradizionale arroganza burocratica delle autorità hanno cancellato questa possibilità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Secondo i dati ufficiali, al momento la Russia conta 36.793 casi e 313 morti.

Questo articolo è uscito su The Moscow Times.

pubblicità