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Se si tiene agli ultimi, non si possono trascurare i penultimi

Klaus Vedfelt, Getty Images

Sarà una peculiare forma di dipendenza, ma in quest’ultimo periodo guardo molto spesso i dibattiti politici in tv. E regolarmente, dopo un po’ che me ne sto davanti allo schermo a cercar di decifrare le opinioni che si intrecciano sulla situazione politica attuale e sui suoi perché, mi torna in mente la piramide di Maslow.

Con ogni probabilità ne avete sentito parlare se vi occupate di marketing. Ma, stavolta, il marketing non c’entra niente. E, anche in generale, c’entra meno di quanto si possa pensare.

Facciamo un passo indietro.

Uno degli esempi più significativi della propensione del mondo del marketing, degli affari e del management a impossessarsi di teorie diverse banalizzandole è l’aver trasformato L’arte della guerra di Sun Tzu, probabilmente il più antico trattato di strategia militare al mondo, tanto breve quanto profondo e illuminante, in un manuale per fare carriera e avere successo nel mercato.

L’altro esempio è proprio la piramide dei bisogni proposta da Abraham Maslow in un articolo uscito nel 1943 sulla Psychological Review (qui il testo originale).

Maslow è uno psicologo umanista, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti. A differenza di molti suoi colleghi dell’epoca, non è interessato alla malattia mentale, ma alla salute psicologica delle persone e allo sviluppo delle potenzialità individuali. Del marketing non gli interessa un fico secco, e il fatto che a partire dalle sue teorie in seguito si siano sviluppati prodotti e tecniche di vendita l’avrebbe come minimo lasciato perplesso.

La piramide dei bisogni che Maslow concepisce è una rappresentazione semplice, intuitiva e potente di tutto quanto suscita la nostra motivazione (l’energia che ci muove verso il raggiungimento di un risultato).

In sostanza: ogni volta che percepiamo una mancanza (un bisogno), ci sentiamo irrequieti e infelici. Dunque, ci diamo da fare per soddisfarlo. L’energia che anima il nostro darci da fare, la motivazione, è tanto più intensa quanto più il bisogno che ci agita è urgente e fondamentale.

Maslow sostiene che i bisogni che noi percepiamo sono organizzati in maniera gerarchica e che i bisogni fisiologici (cibo, sonno, riparo…) sono i più prepotenti: ci occuperemo dei bisogni di livello superiore solo dopo, e a condizione di, aver soddisfatto quelli più basici.

In origine Maslow distingue cinque livelli di bisogni: fisologici, di sicurezza, di amore e appartenenza, di riconoscimento sociale e autostima, di autorealizzazione. In seguito ridisegnerà i livelli superiori, e negli anni novanta, a partire dai suoi scritti, altri autori collocheranno in cima alla piramide il bisogno di trascendenza: non dimentichiamoci che Maslow è uno psicologo umanista, fiducioso nella capacità di automigliorarsi delle persone, e che concepisce la piramide stessa come guida per la crescita individuale e sociale.

La gerarchia di Maslow può cambiare in diversi contesti o culture, o nelle diverse percezioni soggettive (questo significa che non tutte le singole persone sono ugualmente sensibili a tutti i bisogni, in quell’ordine) e nel dettaglio è stata più volte discussa. Tuttavia la struttura piramidale di base, nella sua semplice intuitività, conserva ancora oggi il suo valore.

Ed eccoci al punto, e ai dibattiti più recenti: chi abbia in mente la piramide dei bisogni non può stupirsi che chi si sente insicuro e poco protetto, abbandonato a se stesso, fragile, minacciato e pieno di incertezze sul lavoro o sul futuro sia poco sensibile a istanze altruistiche di livello superiore, e che anzi sviluppi un astio profondo nei confronti di chi, proprio chiedendogli di aderire a quelle istanze, sembra del tutto indifferente all’urgenza del suo disagio.

Chi abbia in mente la piramide dei bisogni non dovrebbe nemmeno stupirsi del fatto che, per rinforzare e accrescere la domanda di sicurezza, si accresca in ogni modo possibile la percezione dell’insicurezza, anche a costo di raccontare frottole sull’aumento della criminalità, sulla pericolosità dei migranti o su uno qualsiasi degli altri temi arroventati che occupano quotidianamente l’agenda mediatica e i social network. È un ottimo modo per tenere le persone lì, inchiodate a quel livello di bisogno, per impedirgli di pensare ad altro e per orientarle ad agire in base a presupposti non necessariamente fondati e veri, ma non per questo meno motivanti.

Infine, chi abbia in mente la piramide dei bisogni non dovrebbe stupirsi se sono proprio i penultimi, quelli che si sentono insicuri, poco protetti e abbandonati, a provare più indifferenza o ostilità nei confronti degli ultimi, quelli che cercano cibo e riparo: il rispetto reciproco va a braccetto con l’autostima, che va a braccetto col senso di identità che deriva dal sentire di appartenere a una comunità solida, equa, protettiva e tale da concedere a ciascuno la sua dose di opportunità. Tutta roba che sta lassù, troppo in alto per interessare chi si sente insicuro.

Due conseguenze
Da tutto ciò discendono due conseguenze semplici e intuitive: più cresce il numero di coloro che, a torto o a ragione, si sentono penultimi perché privi di ogni sicurezza, più crescerà l’ostilità nei confronti degli ultimi, quelli che sono privi perfino di cibo e riparo. E ancora: condannare, censurare e accusare i penultimi perché la pensano come la pensano non farà altro che accrescere la loro sensazione di insicurezza e il loro astio.

Il presupposto, invece, è che il bisogno di sicurezza non è di destra né di sinistra: è semplicemente umano. A fare la differenza sono i modi per riconoscerlo, affrontarlo e soddisfarlo, disinnescandone contemporaneamente gli aspetti estremi e paranoici. Si può fare: lo dimostra il “modello Milano”, che mette a tavola insieme 160 comunità straniere e che, parole del sindaco Beppe Sala, “le paure le gestisce, non le butta addosso agli altri”.

Di solito, nei dibattiti televisivi che seguo questa prospettiva è del tutto assente. E a me viene in mente l’altro grande testo scippato dal marketing, L’arte della guerra, appunto.

Il quale testo recita che per vincere ci vuole un generale capace di comprendere le contingenze, di seguire un percorso virtuoso prendendo decisioni buone non per sé, ma per lo stato, e di capire qual è il momento giusto per agire, ricordando che “aspettare inutilmente significa disperdere energie, avere una forma inadeguata significa avere debolezze, minimizzare le forze significa dissiparle”.

Di solito, a questo punto, spengo la tv, scopro che per la frustrazione ho fatto fuori mezza tavoletta di cioccolato fondente, sospiro e scornata me ne vado a dormire. Sognando che, chissà, il modello Milano diventi un’altra delle eccellenze cittadine da esportazione.

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