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Quando l’incompetenza è inconsapevole

Stephen Swintek, Getty Images

Si chiama effetto Dunning Kruger, dal nome dei due ricercatori della Cornell university che l’hanno descritto nel 1999, l’insidioso cortocircuito mentale che condanna chi è incompetente a non accorgersi della propria incompetenza.

La sindrome è nota, ma qualche recente fatterello di cronaca mi suggerisce che non se ne è ancora parlato abbastanza. Inoltre, oggi che la rete dà voce e visibilità globale (sto citando Umberto Eco) a legioni di imbecilli, l’effetto Dunning Kruger sembra essere diventato pervasivo.

Eppure il fenomeno non è così nuovo, se già Socrate – e siamo nel quinto secolo avanti Cristo – avverte che è “sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza”. E se il faraone Akhenaton (qui siamo nel quattordicesimo secolo avanti Cristo) afferma che “il folle è ostinato e non ha dubbi. Conosce tutto tranne la propria ignoranza”.

L’attributo del limone
Ciò che di nuovo fanno David Dunning e Justin Kruger alla fine del novecento è studiare e misurare sperimentalmente la propensione degli incompetenti a sopravvalutarsi. La loro ricerca trae origine da un curioso fatto di cronaca: la storia di McArthur Wheeler il quale, avendo appreso che l’invisibilità è un attributo del succo di limone, se ne spalma un po’ e va a rapinare una banca.

Dunning legge la notizia e pensa che, se Wheeler è troppo stupido per fare il rapinatore, forse è anche troppo stupido per accorgersi di essere troppo stupido. Così, trova un modo per misurare la capacità di autovalutazione di gruppi di studenti in diverse aree, dal ragionamento logico alla conoscenza della grammatica, e per correlare livello di competenza e precisione nel valutare la qualità delle proprie prestazioni.

All’incompetenza spesso si accompagna la supponenza

I risultati sono inequivocabili. Gli incompetenti tendono a fare due cose in modo ricorrente: sovrastimare drammaticamente le proprie prestazioni, sottovalutare il livello medio di prestazione dell’intero gruppo. La propensione degli incompetenti all’errore è universale e tale da sfidare le leggi più elementari della matematica, come sottolinea lo stesso David Dunning in un breve e grazioso video Ted-Ed.
Per esempio, succede che quasi la metà (il 42 per cento) di un gruppo di ingegneri possa stimare di far parte del 5 per cento costituito dai più bravi. Oppure: l’88 per cento degli automobilisti americani ritiene di avere capacità di guida superiori alla media (temo che il dato italiano potrebbe essere ancora più clamoroso).

In sintesi: all’incompetenza spesso si accompagna la supponenza, e gli incompetenti nutrono un’incondizionata fiducia nelle proprie capacità. Non hanno percezione dei propri limiti e ignorano i propri errori. Infine, fanno fatica a riconoscere la competenza altrui, e possono arrivare a disprezzarla.

La buona notizia è che con il progredire dell’apprendimento l’illusorio senso di superiorità decresce rapidamente. La figura qui sotto vi dà conto della stranezza di quanto succede.

Il guaio vero è che chi è incompetente non sente alcun bisogno di apprendere di più, e tende ad accomodarsi in cima al suo vertiginoso picco di fiducia e ignoranza, guardando il resto del mondo dall’alto in basso.

L’altro guaio è che nemmeno i più esperti tra gli esperti, proprio perché hanno consapevolezza di quanto le cose possano essere complicate, raggiungono mai il livello di fiducia nelle proprie capacità che appartiene agli incompetenti.

Tutto questo fa sì che l’effetto Dunning Kruger sia, oltre che disarmante, difficilissimo da emendare. E ci sono due ulteriori complicazioni. In primo luogo, esperti e inesperti usano dialogare (e scontrarsi) su due diversi livelli: gli esperti entrano nel merito, mentre gli inesperti, forti solo delle proprie certezze, tendono a mettere in discussione la credibilità e l’autorevolezza dei loro interlocutori, mettendoli con ciò in una posizione scomoda e sgradevole.

In secondo luogo, le persone più esperte (e anche gli studenti migliori) sono invece propensi a sottostimare le proprie conoscenze e capacità. Se sanno qualcosa, o se qualcosa gli riesce facile, tendono a pensare che per tutti sia così e a soffrire della sindrome dell’impostore: il timore che le loro capacità, per quanto alte, non lo siano mai abbastanza.

Insomma: la sindrome dell’impostore è l’altra faccia dell’effetto Dunning Kruger. Peccato che l’una danneggi gli esperti, e che l’altro avvantaggi (almeno in termini di autostima, e fino a quando non provano a rapinare una banca) gli inesperti.

L’effetto Dunning Kruger è un bias cognitivo: una delle tante distorsioni della capacità di valutare o decidere che derivano da processi mentali frettolosi e basati su pregiudizi, fraintendimenti o dati inadeguati.

Per carità, alle distorsioni del giudizio siamo esposti tutti. Wikipedia ne pubblica un lunghissimo elenco. Potete divertirvi a dargli un’occhiata, giusto per capire in quanti modi tutti possiamo sbagliare a ragionare, ingannandoci da soli. Ma sapere che gli errori di giudizio esistono, coltivare il dubbio e mantenere una dose di equilibrio, di realismo e di umiltà ci aiuta a sbagliare un po’ meno, e soprattutto a non impiccarci ai nostri errori.

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