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Spiegare l’inconcepibile: un anno dopo Charlie Hebdo

Un momento della marcia repubblicana, la grande manifestazione contro il terrorismo celebrata a Parigi l’11 gennaio 2015, quattro giorni dopo gli attentati. (Stephane Mahe, Reuters/Contrasto)

Non esistono scuse e soprattutto non esistono giustificazioni di natura sociale. Come Mohammed Merah e i massacratori del 13 novembre 2015, gli assassini della redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio scorso non erano malati mentali senza responsabilità per le loro azioni, e non sono le difficoltà d’integrazione che li hanno trasformati in mostri senza pietà.

Vedere nel razzismo, nei controlli e nei ghetti la causa di questi crimini significa dimenticare troppo in fretta che questi fattori non trasformano in assassini tutti quelli che li subiscono. Ma allora perché? Come giustificare il fatto che uomini cresciuti in Francia, un tempo simili ai loro compagni di classe, siano arrivati a questo punto mentre altre mille e cinquecento persone si uniscono all’Isis convinte dai reclutatori jihadisti?

Sicuramente esiste più di una spiegazione, ma al di là del percorso e delle debolezze di ognuno è innegabile che con la fine del fascismo, del comunismo e delle aspirazioni guevariste dell’America Latina, il jihadismo è ormai l’ultima ideologia disponibile sul mercato mondiale. Soltanto in Medio Oriente possiamo trovare una causa così messianica che impone un’obbedienza cieca all’ideale comune ed è universalmente condannata, una causa che è enormemente affascinante per uomini senza giudizio in cerca di un senso per la loro vita e decisi a sfidare ogni ordine prestabilito.

Per questi uomini diventare jihadisti significa esistere, realizzarsi identificandosi nelle battaglie di una regione che non capiscono e non conoscono, credere di poter cambiare il mondo mettendolo a ferro e fuoco.

Come ha sottolineato giustamente Olivier Roy, questi uomini non incarnano una radicalizzazione dell’islam ma un’islamizzazione della radicalità, una radicalità che ogni generazione rimette al gusto dell’epoca ma che oggi è particolarmente spaventosa perché i suoi seguaci si proclamano soldati di dio in missione divina a cui tutto è permesso.

Per questo il destino criminale di questi poveri imbecilli dovrebbe spingerci a riflettere sui pericoli che corriamo in un’epoca che non crede più a niente. Abbiamo fatto bene a rifiutare le ideologie e il loro pensiero preconfezionato, ma ridendo di tutto e riducendo tutto in risata, rinunciando a qualsiasi ambizione collettiva, coltivando l’individualismo e godendoci le nostre libertà come fossero un diritto eterno anziché utilizzarle per combattere l’ingiustizia e lo status quo, non facciamo altro che agevolare il lavoro dei propagandisti della jihad.

Da Donald Trump a Vladimir Putin, da una nuova estrema destra europea all’altra, un gran numero di forze ci spinge verso il nazionalismo, l’individualismo e il rifiuto dell’altro cavalcando credenze collettive e ideali unificatori. Oggi esistono altre jihad oltre alla jihad islamica, e per difenderci dobbiamo riprendere la via del progresso e dei lumi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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