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La libertà d’espressione non è un premio

Il Pen american center ogni anno assegna un prestigioso premio per la libertà di espressione. Quest’anno è stato deciso di consegnarlo a due giornalisti di Charlie Hebdo, in una serata di gala che si terrà il 5 maggio, a cui sono stati invitati anche molti scrittori.

Sei di loro (Peter Carey, Teju Cole, Taiye Selasi, Francine Prose, Michael Ondaatje, Rachel Kushner) qualche giorno fa hanno dichiarato che non parteciperanno all’evento, in segno di protesta contro la decisione di scegliere Charlie Hebdo come simbolo della libertà di stampa, giudicandola sbagliata o quantomeno discutibile.

Data per scontata una premessa che nessuno in questa polemica si astiene dal sottolineare – l’attentato di gennaio è stato un atto terribile e vile – le ragioni dei sei sono essenzialmente queste: Charlie Hebdo faceva una satira spesso razzista, se la prendeva con i più deboli (i musulmani che in Francia sono spesso poveri e socialmente emarginati), incoraggiava un sentimento islamofobo diffuso in Francia, aveva più senso – per un premio statunitense – riconoscere qualcuno, come Edward Snowden, che pone delle critiche interne invece di un giornale straniero.

Su The Intercept (il sito di Glenn Greenwald) sono stati resi pubblici gli scambi di email tra un’altra scrittrice, Deborah Eisenberg, e l’executive director del Pen, Suzanne Nossel, che discutono non tanto sui limiti della satira, ma su cosa significhi oggi essere una voce contro il potere.

Salman Rushdie, ex presidente del Pen, ha attaccato i sei e li ha etichettati su Twitter come “fighette” (pussies). Non è stato il solo a liquidare la loro protesta. E a cercare di smontarla in maniera articolata: un articolo molto ben fatto di Anna Momigliano ne riassume le contro-obiezioni, individuando gli errori logici della loro protesta e accusandoli – sostanzialmente – di non aver capito lo spirito dissacrante (e quindi di libertà) di Charlie Hebdo, non inserendolo nel contesto francese.

È una polemica che ricalca quelle di gennaio. Quando, per esempio, il direttore del New York Times non si schierò da subito con “Je suis Charlie”, o quando uno dei sei scrittori, Teju Cole, scrisse un bellissimo articolo sul New Yorker intitolato “Unmournable bodies”, in cui già allora esprimeva i suoi dubbi sui toni di Charlie Hebdo, citando tra i vari esempi discutibili una vignetta di Charb in cui la ministra della giustizia francese Christiane Taubira, che è nera, era ritratta come una scimmia.

Ma la questione non si è dissolta, come altre volte capita a queste polemiche, nel giro di qualche scambio su Twitter, e in pochissimi giorni ai sei scrittori se ne sono aggiunti prima altri 29 e poi un altro centinaio, fino ad arrivare, stando all’ultimo conteggio, a 204, tra cui vari nomi importanti: da Joyce Carol Oates a Michael Cunningham, da Junot Díaz a Rick Moody.

Mentre Salman Rushdie era costretto a scusarsi per il suo linguaggio politicamente scorretto, questi 204 firmavano una lettera molto esplicativa che vale la pena leggere riga per riga per capire non solo il merito ma il tono delle argomentazioni.

Il potere e il prestigio sono elementi che hanno sempre peso in quasi tutte le forme di espressione, inclusa la satira. Non possono, né devono, essere ignorate le disparità tra la persona che tiene in mano la penna e il soggetto ritratto da quella penna.

La parte di popolazione francese che è già marginalizzata, sotto attacco e oppressa, una popolazione che ha preso forma dall’eredità delle varie imprese coloniali della Francia, e che è composta da una larga percentuale di musulmani devoti, deve aver pensato che le vignette di Charlie Hebdo sul profeta erano fatte apposta per provocare ulteriore umiliazione e sofferenza.

La nostra preoccupazione è che assegnando a Charlie Hebdo il Toni e James C. Goodale Award per la libertà di espressione, il Pen non sta semplicemente manifestando sostegno alla libertà di espressione, ma sta anche dando valore a del materiale discriminatorio e offensivo: materiale che intensifica i sentimenti antislamici, antiarabi già diffusi nel mondo occidentale.

Non è semplice districarsi in una querelle di questo tipo, che sembra una gara a chi è più liberale. Ma se si vogliono almeno aggiungere alcuni elementi fondamentali, si deve considerare come il concetto stesso di libertà di espressione dell’illuminismo di Voltaire spesso non abbia coinciso, storicamente, con quello americano nato da Thomas Jefferson; e quindi anche oggi sovrapporre un contesto a un altro crea più confusione che chiarezza.

Oppure si deve considerare che il laicismo statale francese esclude qualunque presenza della religione nell’ambito pubblico, dove invece, secondo il diritto costituzionale degli Stati Uniti, il governo non può favorire la religione rispetto alla non religione, o la non religione rispetto alla religione…

O ancora: quanto sono diverse le storie di colonialismo e imperialismo e le relative storie di critica al potere politico.

E si potrebbe chiaramente continuare.

Dall’altra parte ci sono almeno un paio di aspetti che, nel grande movimento di solidarietà per Charlie Hebdo di gennaio sembravano essere stati relegati definitivamente in secondo piano, e che invece questo dibattito più a freddo può far riemergere.

Primo: la constatazione che in un contesto globale la critica al potere politico deve passare al vaglio di un pensiero decostruito, postcoloniale. Non è forse un caso che vari scrittori della protesta potrebbero essere definiti scrittori postcoloniali di seconda generazione, e che si scontrano senza pudore con uno scrittore simbolo della prima generazione, come Salman Rushdie (vittima della fatwa nel 1989, ma non per questo evidentemente immune da critiche).

È probabile che questi scrittori più giovani abbiano fatto propria una prospettiva in cui il multiculturalismo ha ormai una storia complessa in cui le categorie di laicità e fondamentalismo non sono sufficienti a definire i campi. Così sembra anche che il rischio più forte che individuano non è tanto quello di una libertà messa in discussione, ma quello di veder scivolare ogni volta le legittime battaglie per la libertà in termini di scontro di civiltà.

Sono intellettuali che hanno vissuto dieci anni di retorica aggressiva e bellicosa dell’amministrazione Bush post-11 settembre, e sanno qual è il pericolo di santificare le vittime.

Secondo: l’esaltazione degli eroi della tolleranza e delle libertà suona sempre un po’ sospetta e forse contraddittoria. Del resto quello che chiedono questi scrittori non è un boicottaggio ideologico, ma una riflessione.

Paradossalmente, questa protesta si rivela il miglior riconoscimento della vitalità di un premio alla libertà di espressione, e lo sarà ancora di più se questa polemica tra scrittori statunitensi sarà ripresa anche al di qua dell’Atlantico.

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