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A Sanremo la rivoluzione non vince mai

Madame al festival di Sanremo, 2 marzo 2021. (Jacopo Raule e Daniele Venturelli, Getty Images)

Probabilmente quello che ricorderemo di più di questa edizione di Sanremo saranno le giacche larghe indossate dalle cantanti e dai cantanti in gara. Nella versione monopetto o doppio petto sempre più di ordinanza, sono giacche sformate, dai tessuti nuovi ma dalle linee vecchie. Le hanno indossate quasi tutti i concorrenti: una questione di moda e di cosa suggeriscono di indossare i marchi là fuori, ovviamente, ma non ricordo un’edizione del festival in cui ci fosse una tendenza sartoriale così uniforme.

Un tempo l’abbigliamento e la mise-en-scène erano utili a veicolare una differenza, a creare una rottura, a dare qualche informazione in più su chi stava cantando e perché lo faceva, scegliendo quei suoni e quelle parole. Ora lo stile a Sanremo non serve quasi più a niente. Non serve a distinguere l’underground dal mainstream, il nazional-popolare dalla musica di ricerca, e in qualche modo le performance di Achille Lauro servono a portare questo concetto alle estreme conseguenze, fino a disintegrarlo completamente: sarà possibile, domani, cantare Io tu e le rose di Orietta Berti vestita da Diamanda Galás o Lydia Lunch.

In questa divaricazione ostentata e progressiva tra forma e contenuto, tra il vestito e quello che c’è sotto – forse è davvero punk dimostrare che sotto c’è il niente –, gli ascoltatori restano disorientati e i simboli e le divise perdono di significato. E così, mai come nell’edizione di quest’anno, la storia, le genealogie, le carriere, i percorsi, le gavette e le credenziali di ognuno si opacizzano a vantaggio di un singolo istante, di una singola performance in un contesto limitato, in cui non conta troppo cos’hai fatto prima e cosa farai dopo: essendo quasi tutti i concorrenti in gara così simili nella loro presentazione, per percepire una differenza bisogna affidarsi ai suoni e alle parole. Per farla breve, all’unica cosa a cui il festival s’interessa, nella sua inossidabilità che finge di sfruttare la moda e il costume, e perfino la storia di un paese, per mandare avanti invece l’unità minima attorno a cui tutto si muove: “La bella canzone italiana”.

Aspettative e desideri livellati
Hanno ragione molti spettatori di Sanremo quando dicono che tanti degli artisti in gara sono “sconosciuti”, nel senso che spesso sono non conoscibili, difficili da riconoscere, smarriti in abiti diversi da quelli che speravamo di vedergli addosso, troppo forzati in altri che hanno smesso di precisarne le fisionomie, anche per colpa di produzioni troppo uguali. Anni di influenze urban, di trap melodica, di autotune insinceri e di basi elettroniche ormai rischiose quanto i riff di sassofono in un pezzo anni ottanta – suoni spuri e intuizioni che a un certo punto diventano il suono dominante, tanto che da Soldi di Mamhood di soli due anni fa pare che ci siano state già dieci edizioni di Sanremo con le stesse basi – hanno generato tendenze che possono finire nei pezzi di Irama come in quelli di Fedez o di Francesco Renga, contribuendo a creare una generica sensazione di irriconoscibilità delle canzoni, a cui si somma una generica scarsa incisività dei testi. Questo a meno che non ci si trovi in presenza di artisti che vanno a Sanremo con una precisa intenzione della parola, come Fulminacci o Willie Peyote.

E dunque la maggior parte di questi artisti e di queste artiste non sono “sconosciuti” – né vanno difesi come tali sperando che lo restino sempre – perché sono anagraficamente giovani, perché sono popolari su Spotify e nelle classifiche di fine anno delle riviste indipendenti o nelle serie di Netflix, ma non vengono usati nelle fiction di RaiUno o trasmessi dalle radio principali: questo in realtà avviene da tempo e non rappresenta quasi più un argomento di conversazione, tanto si sono ibridati i contesti di fruizione e si è ridotto lo scarto tra chi voleva arrivare solo al MiAmi e chi solo a Sanremo.

Sono sconosciuti proprio perché diventa sempre più difficile “riconoscerli”: l’Itpop ha livellato le aspettative, i desideri. Ha anche sbloccato una serie di energie negative in chi si sentiva costretto a essere sempre coerente a oltranza, lasciando il via libera a chi voleva e poteva reinventarsi come gli pareva: ha reso possibile usare (se non citare apertamente) Lucio Battisti quanto Pupo. Non a caso il pezzo di Colapesce e Dimartino, Musica leggerissima, oltre a essere intelligente nelle parole, lo è anche nella disinvoltura con cui sfrutta questa libertà senza farne una questione ideologica, accettando pienamente la sfida che a Sanremo ci si va per la bella canzone e non per la rivoluzione.


La conseguenza principale di questi “sconosciuti” è che quando aprono bocca su quel palco potrebbero cantare qualsiasi cosa: potrebbero scegliere di somigliare molto a quello che fanno fuori da Sanremo, optare per una versione rassicurante e addomesticata di loro stessi, oppure usare il palco per mettere in atto una vera e propria estroversione, che confonde sia il pubblico tradizionale che li ignora sia quello davvero affezionato a loro, procurando un genuino sconvolgimento nelle crew e gang sentimentali in cui si sono formati. Quest’ultima cosa, a Sanremo, non succede quasi mai.

Madame, che è il vero talento felicemente “imploso” di queste giornate sanremesi, ha una maestria selvaggia nel modo in cui spezza la voce e si fa sincopata in un pezzo che invece è scoordinato in una maniera tutto sommato fredda. In fondo fa la cosa sua, ma non esce da sé. È sconosciuta per alcuni, molto nota per altri, e Sanremo non facilita il suo rivelarsi ai primi, né il suo reinventarsi per i secondi. Questo vale anche per La rappresentante di lista, e non è un demerito: è l’aspettativa che si vada a Sanremo con una fedeltà alla linea e dando la parte migliore di sé a essere in qualche modo di retroguardia, e del tutto sfocata rispetto al contesto.


Quando gli Afterhours e in forma minore i Subsonica e i Bluvertigo andavano al festival, c’era ancora la possibilità di un tradimento: il tradimento di sé stessi e della propria comunità era un concetto sentito, vissuto profondamente, scontato con il corpo durante migliaia di concerti. Oggi il concetto di tradimento è fuorviante, perché la musica che ascoltiamo in radio, la musica popolare che questo festival ospita, nasce tutta nell’orizzonte del tradimento, quasi senza eccezione alcuna, e nasce nell’orizzonte dello scarto tra forma e sostanza che Achille Lauro rende iconico: non a caso questi ultimi festival di Sanremo eleggono lui a figura di riferimento principale. Anche perché si è dematerializzata la comunità che potrebbe stabilire cosa è ortodosso e cosa no, salvo in casi eccezionali.

A destare un vero stupore su una partecipazione al festival, oggi, sarebbero solo i Fine Before You Came e band che vivono in quel solco. Tutto il resto è permeabile, e possibile. È difficile stabilire quanta libertà ci sia in questo, quanto sia davvero consolatoria questa promiscuità di idee e di collaborazioni (viviamo forse nel periodo di maggiori collaborazioni e featuring della storia della canzone italiana, ma questo non significa sempre fare comunità o creare scuole), tuttavia orientare qualsiasi giudizio su quello che succede a Sanremo riportandolo alla storia di una band, a quello che doveva o non doveva fare, per avere rispetto di sé o per salvarsi la pelle, è completamente disallineato dal modo in cui la musica si riproduce ogni giorno.

A destrutturare questa idea di comunità con delle aspettative, a rendere Sanremo in qualche modo vittorioso come format a prescindere da tutto, soprattutto in un anno in cui “tutto” ci è mancato (tutto il resto che contribuisce a dare un senso alla musica si è fermato), è il fatto che prima il festival doveva combattere contro gli album, la storia di un gruppo e di un artista, contro i testi imparati a memoria, contro un’idea di missione che quell’artista incarnava, oggi invece trova in Spotify e nelle uscite periodiche del venerdì, nei singoli senza album, nell’idea della canzone come episodio o come incidente, un alleato formidabile: contano i dati Auditel, le visualizzazioni, la trasmissione, lo streaming. C’è una profonda affinità emotiva tra Sanremo e i servizi di streaming, una sincronia di intenzioni e di effetti, perché entrambi presuppongono appunto che conti solo la canzone su tutto il resto: può venire male una volta, tanto la si rifà, e ogni momento sarà sovrascrivibile, e a pochissimo sarà data l’occasione di essere memorabile.


A Sanremo come altrove, ha la possibilità di essere memorabile chi in qualche modo decide di farsi sconosciuto a sé stesso: è il motivo per cui l’apparizione di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti insieme agli Extraliscio è stata tra le più “riconosciute” e rassicuranti nonostante la sua anomalia congenita, proprio perché arriva con una storia (la balera, il liscio, dei refoli alla Calexico) e uno scarto rispetto all’idea che ci siamo fatti su chi dovesse essere Toffolo e rappresentare là sopra, per sé stesso e per noi e per il suo passato; un’idea e uno scarto rispetto all’idea più sanremese di tutte e cioè: che cos’è la tradizione?

A prescindere da tutto, c’è ancora qualcosa di seducente nell’idea che il riconoscimento, il discernimento tra una voce e l’altra, tra un artista e l’altro, tra una lingua e l’altra, passi proprio dall’uscire da sé stessi e usare Sanremo per risultare estranei a chiunque: a chi non ti ha mai sentito prima, così come a chi ti ha amato dal primo istante.

Né indipendente né integrato, né Itpop né urban sound cloroformizzato.

Indossare una giacca larga e sformata, con le cuciture sfatte di qualcosa che ha ceduto, può dare l’illusione che questa cosa sia avvenuta, che una trasformazione delle forme ci sia stata, ma considerando il livello delle canzoni in gara quest’anno, la sensazione è che questa giacca larga in cui il corpo si muove libero e informe, non stia troppo bene a nessuno.

È molto difficile, oggi, avere il coraggio di indossare qualcosa di diverso.

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